Dialogo interreligioso, una dichiarazione da Rabat: "C'è bisogno di Dio nella società"

Una veduta di Rabat, Marocco
Foto: Wikimedia Commons
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Portare avanti il dialogo in maniera saggia, perché c’è bisogno di persone religiose, ispirate da quei valori che aiutano la società. E poi, evitare la strumentalizzazione delle religioni riconoscendo la distinzione tra l’ambito temporale e quello spirituale: è il tema della dichiarazione congiunta firmata a Rabat dall’Accademia Reale del Marocco e il Pontificio Consiglio del Dialogo Interreligioso.

L’Accademia e il Pontificio Consigli hanno organizzato a Rabat, lo scorso 3 maggio, una giornata di studio sul tema “Credenti e Cittadini in un mondo che cambia”. La delegazione dell’Accademia Reale del Marocco era presieduta dal suo Segretario Perpetuo, Abdeljalil Lahjomri, e quella del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso dal suo presidente, il cardinale Jean-Louis Tauran.

Di “Essere credenti in un mondo che cambia” hanno discusso il professor Vincenzo Buonomo, della Pontificia Università Lateranense, insieme ad Ahmed Ammadi, segretario generale della Rabita El Mohammedia degli Ulema.

Il professor Buonomo ha sottolineato che "credere è certamente il frutto della libertà umana", e che la libertà di credere, così come l'ateismo, sono oggetto di stretta attenzione da parte della Chiesa Cattolica.

"Per i cristiani l'approfondimento della ricerca all'interno fino alla dimora religiosa è legata a un cammino secolare che coinvolge le origini stesse della Chiesa", ha spiegato il professore. Il quale poi sottolinea che il passaggio del Vangelo che mette più in crisi è quello del giudizio finale.

"Credere - spiega - significa non arrivare mal preparati al momento del giudizio finale: non secondo l'imperativo dell'avere, la sete dei poveri o dei comandamenti, ma secondo il precetto di operare quotidianamente" secondo la regola d'oro contenuta nel Vangelo di Matteo: "Fate agli altri quello che vorreste sia fatto a voi". 

La fede, in fondo, dona un nuovo senso all'esistenza umana, e nasce da un incontro personale con Gesù Cristo, accettando l'amore di Dio e prendere parte al suo disegno per l'umanità. Spiega il professor Buonomo: "Attraverso la propria fede, il cristiano ha la libertà di giudicare ciò che accade nel mondo.

Perché la fede non può essere giudicata come "una forma di espressione umana che mette sullo stesso piano il giusto e lo sbagliato", e dunque che porta a ritenere che "tutte le forme di fede sono equivalenti". E per questo, ci vuole una maggiore riflessione sulla differenza tra "credenza" e "religione", fondamentali nel dibattito internazionale, fino ad arrivare a riconoscere che "la libertà di credere in Dio" è una "parte essenziale della dignità umana e non può essere confusa con una autorizzazione e una concessione a credere". 

Il professore denuncia che oggi la "libertà di convinzione" sembra voler sostituire l'idea della credenza, mentre si punta anche a ridefinire la religione semplicemente come un "modo di vita", e vari altri problemi che mostrano un punto di vista completamente negativo del fenomeno religioso. Il problema, in fondo, è che "essere credente rischia di perdere" oggi "il suo giusto valore e la sua connotazione reale". E invece essere credenti deve essere riconosciuto come diritto fondamentale, e non deve incontrare ostacoli, cosa che obbliga le istituzioni a "fare qualche cosa" per proteggere il fenomeno religioso. 

Il tema “Essere cittadini in un mondo che cambia” è stato presentato da monsignor Patrick Valdrini, anche lui della Lateranense, per il punto di vista cattolico, e, per il punto di vista musulmano, da Mohamet Sghir Janjar, direttore aggiunto della Fondazione Re Abdul Aziz al-Saud per gli studi islamici e le scienze umane.

Monsignor Valdrini, in particolare ha ragionato sul concetto di cittadinanza come “elemento che qualifica l’azione della Chiesa nella società”, delineato sin dalla prima enciclica sociale, la Rerum Novarum di Leone XIII. “La cittadinanza – ha sottolineato – è dunque di per sé anche un termine di laicità, una categoria che esige che lo Stato riconosca ai cittadini la libertà non solo di credere, ma di parlare di temi e questioni con “la competenza incontestabile di giudicare” le basi “di una organizzazione sociale facendo riferimento alla loro identità”.

Passando all’individuo, Monsignor Valdrini sottolinea, poi, che la Dottrina Sociale della Chiesa, il cittadino non esiste senza comunità, e dà al cittadino il senso di “un carattere relazionale che è scritto nella natura dell’uomo, legato costituzionalmente alla sua ragion d’essere creata da Dio che la Chiesa ha ricevuto nella rivelazione del Dio trinitario”.

Essere cittadini significa dunque contribuire a costruire il bene comune, ma anche avere una partecipazione “ragionevole” all’elaborazione del diritto. Perché c’è una legge morale naturale, che tutti sono chiamati a riconoscere. È la questione della dignità fondamentale dell’uomo, che non riguarda meramente l’aspetto religioso, ma che riguarda tutti i cittadini. È il più grande antidoto al relativismo, come spiegava Benedetto XVI.

Insomma, essere cittadino “esige di sottomettere la propria partecipazione all’elaborazione delle leggi ad un ragionamento razionale e libero nella sottomissione al bene e alla dignità della persona”. E questo si lega anche il tema dell’obiezione di coscienza, ovvero la possibilità per un cittadino di rifiutarsi di applicare una legge dello Stato, se questa è in contrasto con i suoi valori.

“Essere cittadino secondo la prospettiva cattolica – conclude monsignor Valdrini – richiede dunque una vigilanza, una osservazione attenta, un allargamento di sguardo al servizio di un progresso più santo, più sano, più umano, più sociale dell’umanità”, in modo da rispondere “al dovere di realizzare il bene comune della società con parole, azioni e leggi giuste”.

Al termine degli interventi e della discussione, i partecipanti alla giornata di studio hanno stilato una dichiarazione congiunta, in cui viene sottolineato che “riconoscere la distinzione tra l’ambito temporale e quello spirituale, necessaria al fine di evitare amalgama e strumentalizzazione reciproca”.

“Il credente che vive e opera nella società come cittadino – si legge ancora nella dichiarazione - è al tempo stesso credente e cittadino, perché non c’è alcuna contraddizione tra le due cose che obblighi a rinunciare all’una per l’altra”.

La dichiarazione sottolinea anche che il credente “coerente e credibile” è “testimone e portatore di valori come la rettitudine, la fedeltà, l’amore per il bene comune, l’attenzione per gli altri, soprattutto per quanti si trovano nel bisogno, la benevolenza e la misericordia”.

Sono valori che, pur non essendo riferibili solo ai credenti, sono “caratterizzati dal sentimento religioso che li ispira”, e che c’è bisogno “più che mai” di “di cittadini fedeli che si preoccupino del bene comune e che non si lascino tentare dal guadagno facile, dalla cupidigia, dalla corruzione, dalla pigrizia, dalla mediocrità”.

 Per quanto riguarda il dialogo islamo-cristiano, questo – nelle due forme del dialogo culturale o anche del semplice dialogo che si svolge facendo iniziative comuni – “deve essere proseguito con pazienza e saggezza, perché non è facoltativo, ma è una necessità per la pace, la sicurezza e il benessere delle società”.

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