Dietro le quinte del rapporto Ungheria-Santa Sede

Arcivescovo Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati
Foto: Catholic Press Photo
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I venticinque anni di relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Ungheria non sono solo un anniversario. Rappresentano anche il ricordo del grande lavoro fatto dietro le quinte dalla Santa Sede nei Paesi dell’Est Europa. Un lavoro portato avanti dal Cardinal Agostino Casaroli con il “martirio della pazienza,” subendo attacchi per la sua Ostpolitik, e portando però a casa il risultato. La storia è stata raccontata dall’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, in un discorso tenuto a Budapest martedì 14 aprile alla Conferenza per il 25esimo anniversario delle relazioni diplomatiche.

L’Ungheria è cristiana. Re Stefano, santo, ricevette nell’anno 1000 la corona reale direttamente da Papa Silvestro, e questa – ricorda l’arcivescovo Gallagher – è “la prima reliquia nazionale,” e “ricorda con orgoglio a quanti vengono a vederla che Santo Stefano mille anni fa ha dotato il suo Stato di stabili fondamenta ed ha inserito l’Ungheria nell’Europa cristiana.” Ancora oggi, con una costituzione approvata a larga maggioranza nel 2011 eppure largamente contestata, l’Ungheria è l’unico Stato europeo a sottolineare le sue radici cristiane, e a difendere costituzionalmente la vita umana dal concepimento fino alla morte naturale.

Sembra un Paese dove la pioggia acida del Comunismo non è mai passata. E invece questa pioggia acida c’è stata, e la Santa Sede ha lavorato lì in condizioni difficilissime, grazie alla pazienza di monsignor Casaroli, poi divenuto Cardinale e Segretario di Stato. Un “autentico operatore di pace,” che “sempre domandò questa pace, negli innumerevoli colloqui ed incontri avuti con rappresentanti di Stati ed altri organismi nazionali e internazionali, anzitutto per la Chiesa,” afferma Gallagher. Che individua nel dialogo “il metodo che favoriva l’efficacia diplomatica” dell’azione di Casaroli

Un’azione che portò frutti in Ungheria. Lì, la Chiesa era stata espropriata della maggior parte delle sue proprietà fondiarie con la riforma agraria del 1945, le scuole erano state nazionalizzate nel 1948, gli ordini religiosi erano stati sciolti dal governo nel 1950, e nel 1957 un provvedimento rendeva impossibile alla Santa Sede provvedere al governo delle diocesi.

Su queste basi, il Cardinal Casaroli negoziò un accordo con il governo ungherese. Come bilanciare i termini? Le sfide erano quelle di dare alle diocesi vescovi, di poter scegliere personalmente vescovi, di dare una certa libertà alla Chiesa. L’accordo fu raggiunto dando al governo ungherese la possibilità di dare o rifiutare il consenso alle nomine episcopali, e che i preti ordinati prestassero giuramento alla Repubblica Popolare Ungherese, ottenendo che si aggiungesse la clausola “sicut decet episcopum, vel sacerdotem”, in modo che rimanesse salda l’idea che  la fedeltà doveva rimanere comunque all’interno dei principi della Chiesa.

Queste la basi dell’atto firmato il 15 settembre 1964, un documento bilaterale, che impegnava entrambe le parti a mantenere le garanzie. Certo, la Chiesa non aveva vita facile. Ma l’intesa teneva vivo dialogo e discussioni. E così fu nel caso del Cardinale Mindszenty, rifugiato nell’Ambasciata degli Stati Uniti. Un caso particolare, perché il governo voleva che si chiedesse la grazia, Mindszenty rifiutava di chiederla perché si riteneva “vittima di una vergognosa ingiustizia.” Anche in quel caso, Casaroli trovò una soluzione. 

Casaroli tornò in Ungheria nel 1980, da Segretario di Stato, e poi dieci anni dopo, per l’apertura delle relazioni diplomatiche. Era un momento particolarissimo per lui, che vedeva tutti i suoi sforzi diventare realtà. Il blocco comunista era caduto, e una nuova era iniziava per l’Ungheria.

 

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