Dopo Papa Francesco in Romania, arcivescovo Robu: “È tempo di andare insieme”

Papa Francesco e l'arcivescovo Robu al termine della Messa nella Cattedrale di San Giuseppe, Bucarest, 31 maggio 2019
Foto: Vatican Media / ACI Group
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L’obiettivo è quello di camminare insieme, come diceva il motto stesso della visita di Papa Francesco. Perché, spiega l’arcivescovo Ioan Robu, la visita di Papa Francesco ha dato speranza, ha permesso di guardare la Romania da un altro punto di vista.

Robu è alla guida della diocesi di Bucarest dal 1984. Fu prima amministratore apostolico, poi nel 1990 fu nominato arcivescovo. Ha accolto Giovanni Paolo II nel 1999 e Papa Francesco quest’anno. Ha visto la Romania cambiare, un regime crollare, nuove sfide nascere. E guarda al viaggio di Papa Francesco con gli occhi al futuro. Sottolineando, come ha detto al Papa in udienza generale lo scorso 6 giugno, che la visita è stata “una consolazione”.

Si può fare un bilancio della visita di Papa Francesco?

La visita di Papa Francesco è appena finita. Difficile fare un bilancio oggi. La visita è stata motivo di grande gioia per tutta la gente della Romania. Una gioia non solo per la Chiesa cattolica, ma anche per la Chiesa ortodossa, per le autorità, per tutto il Paese. Durante i tre giorni della visita, è come se tutti noi fossimo usciti fuor dalla nostra normalità per meditare e renderci conto che ci sono anche altri valori, altre possibilità nella nostra vita. In particolare, abbiamo meditato le parole del Santo Padre. La chiamata ad andare insieme è una chiamata che ha toccato tutti. C’è, ora, un seme nel cuore di ciascuno, che è rimasto per portare frutto. Questo è certo. Come porterà frutto, ancora non si sa.

C’è qualcosa che la ha colpita di quello che ha detto Papa Francesco in questi giorni?

Durante il viaggio, mi ha colpito l’insistenza del Santo Padre proprio su questo “camminare insieme”, andando oltre le differenze e andando oltre i vari modi di pensare, parlare, credere. Siamo chiamati a riconoscere che c’è possibilità di andare insieme davvero, in tutto, anche senza dimenticarsi le differenze confessionali o politiche. Il Papa ha rimarcato molto questo aspetto. È stato anche importante l’incontro con il Patriarca Daniel.

Lei ha accolto due Papi. Quali sono le differenze delle due visite?

Giovanni Paolo II poté venire solo a Bucarest. Era percepibile che gli altri vescovi davvero hanno sofferto il fatto che il Papa non potesse andarli a trovare a casa loro. Papa Francesco ha scelto i posti che erano già in discussione durante la visita di San Giovanni Paolo II. Era normale: si voleva la visita nel Sud della Romania, in Moldova e in Transilvania. Papa Francesco ha fatto così questo viaggio nelle province storiche della Romania, ci è venuto a trovare a casa, a tutti, di tutti e due i riti, latino e greco-cattolici. Nell’udienza generale, Papa Francesco ha detto che si tratta di una Chiesa viva, e si vede davvero che la Chiesa è viva in Romania. Questa è una grande gioia, per noi e per il Santo Padre. Quando ho potuto salutare il Papa al termine dell’udienza generale, lui mi ha detto che questo viaggio in Romania è stata per lui una grande consolazione.

Cosa intendeva per consolazione?

Non lo ha spiegato, ma ci siamo intesi. Io ho risposto che anche per noi è una consolazione. Quando il Papa è nella tua casa, lo vivi in modo diversi, si crea anche un sentire comune di tutto il popolo, che non ci fa pensare alle differenze confessionali. La sua presenza ci ha consolato davvero, ci ha riempito di aspettative non espresse.

Durante l’omelia della Divina Liturgia di beatificazione dei martiri greco cattolici a Blaj, Papa Francesco non ha usato mai il termine comunismo, sebbene loro fossero martiri del comunismo. Anche in udienza ha parlato di “ideologia ateistica”, senza menzionare il comunismo. Perché secondo lei?

Vero, Papa Francesco non ha mai usato la parola comunismo. Ma parlare di “regime ateistico” non è una restrizione, perché il regime era davvero ateista. Anzi, il Papa ha espresso la questione con grande precisione, perché quando si dice comunismo, molti non pensano al fatto che il comunismo era espressione di un regime ateistico.

Quali sono le vostre sfide dopo la visita di Papa Francesco dal punto di vista dei rapporti ecumenici?

Io dirò ancora di più d’ora in poi: noi rispettiamo la posizione della Chiesa Ortodossa Romena riguardo la Chiesa cattolica. Loro hanno fatto una scelta di pregare separatamente, come è successo con la visita del Papa, quando hanno scelto che si sarebbe detto il Padre Nostro separatamente. Lo rispettiamo. Vedremo come andremo avanti. Sono comunque sicuro che la visita del Santo Padre al Patriarca e il suo modo di essere di fronte alla Chiesa ortodossa è già una buona notizia per il futuro.

Cosa preparate invece voi per il futuro?

Mi sembra che ancora non sia passata la visita, siamo ancora in quell’atmosfera. Non abbiamo dei progetti chiari su questo. Certamente, nelle nostre comunità, nella nostra Chiesa locale, sia latina che greco cattolica, qualcosa cambierà nel nostro rapporto con gli altri, prima con gli ortodossi e poi con le altre confessioni, che esistono pure in Romania – ci sono luterani, calvinisti. Siamo tutti minoranze, eppure passiamo come velocemente a fianco a loro. Il Papa ci ha invitato a svolgere, invece, un camminare insieme vero e proprio.

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