Ecco di cosa ha parlato Papa Francesco con i vescovi canadesi

Papa Francesco incontra i vescovi canadesi in visita ad limina, Palazzo Apostolico, 27 marzo 2017
Foto: L'Osservatore Romano / ACI Group
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La secolarizzazione crescente. La mancanza di vocazioni. L’evangelizzazione delle popolazioni indigene. Anche la legalizzazione dell’eutanasia, tema cruciale. Sono questi i temi di cui hanno discusso con Papa Francesco i vescovi di Canada Ovest in visita ad limina. E il Papa ha offerto loro, tra le altre cose, una sua personale lettura della crocifissione di Pietro. Lo racconta ad ACI Stampa l’arcivescovo John Michael Miller, basiliano con un passato in Segreteria di Stato e in Congregazione dell’Educazione Cattolica, che oggi guida l’arcidiocesi di Vancouver.

Dice l’arcivescovo Miller: “Papa Francesco ci ha accolti sulla porta, uno per uno. Le sedie erano disposte ovalmente, e, mentre noi ci disponevamo, lui continuava a salutare. Poi si è seduto in una sedia al centro. Dopo che gli è stata esposta la situazione della nostra regione, il Papa ha cominciato a parlare. E l’incontro è durato due ore e mezza”.

Tutti i vescovi si sono espressi in inglese, e Papa Francesco in italiano, con l’aiuto di un interprete. “I problemi che abbiamo esposto – dice Miller – sono un po’ tutti quelli che si vivono in Canada e nei Paesi occidentali. Il calo delle vocazioni, e in particolare delle vocazioni religiose. Ma anche la situazione dei popoli indigeni, che vivono in territori del Nord Ovest, spesso molto poveri”.

Di certo, la situazione nel Canada Ovest è diversa da quella che si è vissuta in Quebec, dove la secolarizzazione crescente ha assunto i contorni aggressivi della revolution tranquille. “Lì – spiega l’arcivescovo Miller – si aveva prima una Chiesa in situazione di forza, che poi è stata erosa ed attaccata. Nella nostra zona, la Chiesa non ha mai avuto questo peso. La maggioranza erano anglicani, protestanti. Ma nell’ultimo censimento 40 persone su cento hanno dichiarato di non appartenere a nessuna confessione religiosa. I cattolici sono il 16 per cento, e sono la più grande denominazione cristiana”.

Quella canadese è dunque una fede che si mantiene con gli immigrati, e in particolari con i coreani ed i cinesi. Ma in fondo – dice l’arcivescovo di Vancouver – tutto il Canada è immigrazione, non si può parlare di immigrati, ma semmai di nuovi canadesi.

Ma di cosa ha parlato il Papa in due ore e mezza? “Di moltissime cose. Ha parlato di Pietro, del fatto che sia stato crocifisso a testa in giù perché Dio potesse lavargli i piedi”.

Poi – continua l’arcivescovo Miller – “alcune volte tornava alla sua esperienza di Buenos Aires, in particolare sottolineando la differenza di culture. Ha parlato della Vergine di Guadalupe, delle pratiche religiose, della pietà popolare. In alcuni casi erano sue riflessioni, in altri il racconto di esperienze personali. Ha enfatizzato continuamente che i vescovi debbano essere vicini alle persone, parlava spesso di vicinanza. Così come ha parlato della sinodalità, una parola che lui preferisce a collegialità. Ci ha chiesto di avere coraggio, di correre rischi. Per quanto riguarda la situazione degli indigeni, ci ha parlato della situazione in America Latina, con delle sue riflessioni sulle missioni gesuite. Ha chiesto ai sacerdoti di pregare e predicare”.

Tutti avevano la possibilità di intervenire.

Più che affrontare le questioni direttamente, rispondendo o cercando di dare risposta ai problemi che gli venivano posti, Papa Francesco ha voluto mantenere il discorso sul piano pastorale, lasciando poi il compito agli organismi specializzati della Santa Sede di occuparsene.

Per esempio, il tema dell’eutanasia, che sarà di certo affrontato in maniera più approfondita in Segreteria di Stato. L’arcidiocesi di Vancouver è molto impegnata sul tema, e – insieme all’arcidiocesi di Toronto – ha deciso di unirsi alla “Healthcare Coalition”, la coalizione che si batte per garantire l’obiezione di coscienza. Questo anche perché la nuova legge rischia di mettere a repentaglio anche questo diritto fondamentale.

Questi i passaggi: nel 2015 la Corte Suprema ha eliminato l’eutanasia dai crimini federali, e nel 2016 il Parlamento Federale ha creato la legislazione per apportare le modifiche necessarie perché la sentenza della Corte Suprema fosse trasferita nel codice. Ora, sono le province che sono chiamate ad implementare la riforma nel sistema medico, dato che in Canada il codice di diritto penale è di giurisdizione del governo federale, mentre la salute è sotto la giurisdizione di famiglie e territori.

Quale allora l’impegno della Chiesa? Spiega l’arcivescovo Miller che “c’è necessità di avere un fronte unito, chiaro contro l’eutanasia. Sappiamo che la battaglia contro la legalizzazione dell’eutanasia è stata persa, e ora possiamo lavorare insieme per assicurarci che ci sia protezione della coscienza sia degli operatori sanitari e delle istituzioni cattoliche e basate sulla fede. Ad esempio, una istituzione cattolica non deve essere costretta ad offrire l’aborto, che in Canada è permesso quasi senza restrizione. E allora dobbiamo assicurarci che le istituzioni cattoliche non siano obbligate a fornire quello che viene chiamato ‘servizio sanitario’.”

Prosegue l’arcivescovo che nella Stato dove si trova Vancouver, il British Columbia, l’amministrazione ha garantito che non obbligherà le istituzioni cattoliche “a prendere parte all’eutanasia”, ma “ancora non è chiaro da che punto stia il partito all’opposizione”, sebbene si sa che vogliono maggiore controllo. Ma alla fine l’arcivescovo Miller è ottimista, crede che almeno la battaglia per il diritto all’obiezione di coscienza sarà vinta, perché “ci sono anche persone anche di sinistra che difendono la libertà di coscienza. Lo fanno per altre ragioni, ma la difendono.”

Per l’arcivescovo Miller, la sfida più importante è quella di “trasferire l’evangelizzazione fondamentale. Non insegnare. Abbiamo bisogno di evangelizzazione fondamentale, prima della catechesi. Noi siamo sempre andati dritti all’insegnamento, ma non si può affrontare la cultura pagana, o meglio, la cultura post-cristiana, se le persone non sono almeno evangelizzate”.

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