Emergenza sfollati e rifugiati: come affrontarla?

Un campo rifugiati ad Erbil, Iraq
Foto: Elise Harris / CNA
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Una emergenza sfollati, più che una emergenza rifugiati. Cui rispondere con impegno internazionale, prevenzione dei conflitti, creazione di sviluppo. Tra le relazioni dell’Assemblea della Fondazione Centesimus Annus, che si riunisce in questi giorni in Vaticano, c’è anche quella di Jakob Kellenberger, che è stato Segretario di Stato per gli Affari Esteri e president della Comitato Internazionale della Croce Rossa, Ed è lui ad affrontare le differenze tra sfollati e rifugiati, cruciali nell’attuale emergenza.

Lo dice da subito: “Abbiamo emergenze di rifugiati ed emergenze causate dagli sfollati come conseguenza delle violenze”, e “nel 2015, il numero di sfollati è stato almeno il doppio di quello dei rifugiati nel 2015”. Hanno bisogno di assistenza, perché – a differenza dei rifugiati – “non sono adeguatamente protetti e assistiti”, e allora possono “facilmente entrare tra i rifugiati” nel tentativo di trovare maggiore assistenza e protezione ai confine.

Come fare? Kelleberger dice che “la risposta ovvia” è che si deve investire di più nella prevenzione dei conflitti, si deve creare maggiore sensibilità nell’analizzare le zone a rischio, e si deve “sostenere” la pace, un termine che “include sia la prevenzione dei conflitti e la costruzione della pace dopo i conflitti”.

Quando invece non ci può essere prevenzione sul conflitto armato, ci si deve affidare al diritto internazionale, in quanto – afferma Kellenberger – “il grado in cui la legge umanitaria internazionale è rispettata ha una forte influenza nel numero di rifugiati e di sfollati”. Il problema è che se i civili non si sentono protetti, allora si muovono in posti “dove si sentono meglio protetti”, e succede lo stesso quando “cercano migliori situazioni di essere assistiti lontano da casa”. E’ un fatto che “se si guarda ai maggiori conflitti armati” che producono il maggior numero di sfollati e rifugiati”, c’è poco rispetto “della legge umanitaria internazionale e della protezione dei civili”.

Per questo – aggiunge – una “combinazione di misure in caso di emergenza rifugiati” sono necessarie. Si deve seguire – dice Kellenberger – un imperative etico: i rifugiati che hanno bisogno di protezione internazionale devono avere protezione internazionale, se questi sono riconosciuti come rifugiati ai sensi della convenzione 1951 ai sensi delle direttive europee”.

Gli investimenti devono andare anche alle nazioni vicine alla crisi, come pure alla popolazione che risiede nei posti interessati dal numero degli sfollati. Ma – conclude – “l’accettazione politica di politiche aperte verso quanti necessitano di protezione internazionale dipenderà anche sulla stretta distinzione ttra quelli che hanno bisogno di protezione internazionale e quanti sono in movimento”. Con l’intesa che la cosa migliore è fare in modo che gli sfollati possano tornare a casa.

 

 

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