Eritrea, dove alla Chiesa è impedito il diritto di amare il prossimo

Chiusi e nazionalizzati tutti gli ospedali cattolici del Paese, ora si teme sarà la volta delle scuole. La protesta dei vescovi

Asmara, la cattedrale cattolica dedicata a Nostra Signora del Rosario
Foto: Wikimedia Commons
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C’erano 29 ospedali cattolici in Eritrea: 8 sono stati chiusi circa due anni fa, 21 sono stati confiscati negli ultimi mesi. E sembra che anche le scuole cattoliche siano nel mirino. Perché il governo di Asmara sta mettendo in atto, in maniera sistematica, un progetto di nazionalizzazione che utilizza come scusa una legge del 1995. Ma che, di fatto, si traduce in un attacco alla Chiesa cattolica. La libertà religiosa è formalmente garantita nel Paese. Ma, di fatto, questa operazione è un attacco alla libertà religiosa. E, in particolare, al diritto dei fedeli di rispondere al comandamento di amare il prossimo.

C’erano molte speranze, per l’accordo di pace che si era raggiunto tra Etiopia ed Eritrea: Papa Francesco lo aveva lodato nell’Urbi et Orbi di Natale. Ora, quell’accordo sembra lontano, ci sono vari problemi nella regione, in Etiopia c’è persino stato un tentativo di colpo di Stato. E in Eritrea, in questa situazione, la Chiesa sembra essere il primo bersaglio.

Si attende l’assegnazione di un nunzio apostolico, dopo che l’arcivescovo Hubertus van Megen è stato inviato come “ambasciatore del Papa” lo scorso febbraio in Kenya e quindi in Sud Sudan. Ma intanto, nella vacanza di un alto rappresentante diplomatico, uomini del presidente Isaias Afwerki hanno messo in atto il piano di presa di possesso delle cliniche.

La protesta dei quattro vescovi di Eritrea è giunta, vibrante, con una lettera diffusa dall’agenzia Fides, della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli. “Persone inviate dallo Stato – hanno denunciato – si sono presentate a chiedere la consegna delle strutture sanitarie della Chiesa Cattolica. Un fatto che non riusciamo a comprendere né nei suoi contenuti, né nei suoi modi”.

L’azione è avvenuta quasi come un “blitz”. Già due anni fa, otto istituzioni sanitarie cattoliche che servivano in aree rurali erano state forzate a chiudere, con la scusa che si trattava di una “duplicazione” di servizi, dato che in quelle zone c’erano già degli ospedali governativi. In quel caso, le cliniche erano state chiuse, ma non confiscate.

Ora, invece, tutte le istituzioni cattoliche sono state forzate a chiudere i servizi, con metodi poco ortodossi. Si tratta di ospedali che servono 200 mila persone, il 6 per cento della popolazione etiope.

Gruppi di persone, che includevano uomini della polizia, hanno chiesto agli operatori sanitari di lasciare le strutture, e al rifiuto hanno spostato i pazienti, chiuso le posizioni sanitarie e solo in seguito le hanno riaperte assegnandole a funzionari dello Stato. Le testimonianze parlano di minacce e prepotenze che hanno incluso la richiesta alle persone in servizio di firmare atti di cessione di proprietà. Quando i funzionari hanno risposto che non potevano firmare nulla, perché l’atto riguardava semmai le autorità ecclesiastiche, sono stati intimiditi o blanditi.

Scrivono i vescovi: "In alcuni centri, i soldati sono stati visti intimidire il personale a servizio delle nostre strutture sanitarie, costringere i pazienti a evacuare i locali, e sorvegliare le case dei religiosi. Come è possibile che simili fatti si verifichino in uno Stato di diritto? È così che questo Stato recide di colpo, senza un gesto di riconoscimento, una collaborazione che la Chiesa gli ha offerto per decenni, per il bene del popolo e della nazione?".

Non solo. I vescovi hanno dichiarato formalmente che “non consegneremo di nostra volontà e disponibilità le nostre istituzioni e quanto fa parte della loro dotazione”, e denunciato che “diverse nostre strutture sanitarie sono situate all’interno delle nostre case religiose: ora, requisire le prime senza violare la libertà e lo spazio vitale delle seconde, è impossibile. Privare la Chiesa di queste e simili istituzioni vuol dire intaccare la sua stessa esistenza, ed esporre alla persecuzione i suoi servitori, i religiosi, le religiose, i laici".

Dopo gli ospedali, sembra ora essere la volta delle scuole cattoliche, che sono circa 150. I provvedimenti potrebbero riguardare la Hagaz Agri Technical School, la scuola di St. Joseph, quella di Shinara e il college IRS di Asmara. Della prima, sarà da vedere se verrà confiscata anche la fattoria annessa, che potrebbe essere lasciata nelle mani della Chiesa semplicemente perché lo Stato non avrebbe personale abbastanza addestrato da gestire. Ma è anche vero che scuola e fattoria sono strettamente collegate, e sarà difficile separare le due realtà.

L’IRS già lavora solo su programmi a distanza, dopo essere stata chiusa dall’ufficio di Alta Educazione del Governo, mentre a Shinara è in corso un grande progetto con la costruzione di un nuovo grande edificio. Per quanto riguarda la scuola di St. Joseph, sarà da comprendere come sarà gestita la residenza.

È una situazione difficile per la Chiesa, vittima di una serie di attacchi che avvengono nel silenzio internazionale. Ma non si tratta di attacchi nuovi, semmai di attacchi parte di una ondata di secolarizzazione cominciata già negli Anni Ottanta.

Già nel 1982, il Derg, il governo socialista militare di Etiopia, aveva cominciato a indebolire diverse istituzioni sociali gestite dalla Chiesa cattolica, con dichiarati principi e politiche antireligiosi. Dopo l’indipendenza, la Chiesa ha chiesto più volte la restituzione delle istituzioni nazionalizzate dal Derg. La Chiesa aveva anche protestato contro la legge di nazionalizzazione del 1995, fornendo spiegazioni sulla natura, lo spirito e gli scopi dei suoi servizi pastorali e sociali.

Sono principi che valgono tuttora di fronte ad uno Stato che si professa laico e che dice di non aver toccato la religione, ma che di fatto lo fa: la Chiesa rispetta il comandamento di amare il prossimo, e per questo, ovunque, i cattolici hanno creato scuole, messo su ospedali (secondo dati dell’Organizzazione Mondiale della Salute, tra il 30 e il 70 per cento delle infrastrutture in Africa è proprietà di organizzazioni religiose, e la maggior parte sono della Chiesa cattolica), aiutato i poveri.

E sono proprio i poveri ad essere i più colpiti dal provvedimento del governo, affiancato anche da una isolata campagna stampa che calunnia il personale degli ospedali, arriva a sospettare che ci sia corruzione e finanziamenti stranieri, cosa che porta a giustificare la scelta del governo di appropriarsi delle strutture. In realtà, nessuno di quanti è andato a prendere in consegna gli ospedali ha fatto riferimento ad episodi di corruzione.

Sembra evidente che il punto è quello di sradicare ogni attività religiosa, arrivando a un totale controllo dello Stato. Dal 1993, anno dell’indipendenza dell’Eritrea, c’è stato un solo presidente, Isaias Afwerki, che fu definito da Clinton “il simbolo del rinascimento africano”. Afwerki fu uno dei guerriglieri del Fronte di Liberazione Eritreo, e fu uno dei primi gruppi di guerriglieri, nel 1967, ad andare in Cina per un addestramento ideologico e militare.

Facile, dunque, associare la situazione eritrea a quella cinese. E infatti, ad essere colpiti non sono solo i cattolici. Da Asmara, giungono arresti anche di fedeli di almeno 30 fedeli pentecostali nelle ultime due settimane e un centinaio all’inizio dell’anno. I pentecostali sono fuorilegge dal 2000, perché i gruppi religiosi “non ufficiali” sono da considerare “strumento di sovversione”, come tutte le organizzazioni della società civile che non sono allineate alle direttive.

La Chiesa ortodossa copta anche ha rapporti travagliati con il governo, tanto che nel 2007 il patriarca copto Antonios fu deposto del presidente ed è tuttora agli arresti domiciliari. Il partito unico al potere requisisce le offerte della Chiesa ortodossa e paga un salario ai preti, in pratica sottomettendoli. Chi si ribella va in galera, come cinque monaci ortodossi sono stati arrestati di recente. 

Succederà così con la Chiesa Cattolica? La legge del 1995 pone sotto il controllo statale tutte le attività, ma vieta anche i finanziamenti dall'estero. Non ci sarà modo di finanziare Chiese e strutture. E il tutto appare essere una ritorsione del governo contro la lettera pastorale dei vescovi di Eritrea del 28 aprile. La lettera sosteneva il processo di pace, faceva appello alla riconciliazione, e metteva in luce anche la difficile situazione locale.

Scrivevano i vescovi: “A causa della guerra, in passato il nostro Paese ha vissuto una grande marginalizzazione. Per vari motivi il destino dei nostri giovani, delle nostre madri, e delle famiglie era soltanto quello di emigrare e abbandonare la propria casa. In mancanza di soluzioni adeguate, tutto questo continua e la diaspora della nostra gente mette in pericolo l’esistenza e la continuità del Paese stesso”.

 

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