Europa, i musulmani che si convertono vengono perseguitati?

Un rapporto del Centro Europeo per la Legge e la Giustizia mette in luce le difficoltà devono vivere i musulmani che si convertono. Succede in Francia, succede in Europa

La copertina del rapporto sulla persecuzione dei convertiti dall'Islam in Europa
Foto: ECLJ
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Non c’è la Shari’a in Francia, e dunque non c’è un reato di apostasia. Eppure, i musulmani che si convertono vivono comunque forme di oppressione da parte delle loro famiglie, dalle quali o vengono esclusi o addirittura attaccati in maniera più radicale, seppure molto più raramente.

A gettare luce sulla vicenda un rapporto dello European Center for Law and Justice (ECLJ) di Strasburgo, una organizzazione non governativa che è già stata protagonista di studi importanti e che ha portato le sue 23 pagine di rapporto all’attenzione del mondo durane il Ministeriale sulla Libertà di Religione e di Credo che si è tenuta a Londra dal 5 al 6 luglio.

Il rapporto è stato presentato durante l’evento su apostasia e blasfemia, durante il quale sono intervenuti Ulrika Sundberg, inviato speciale per il dialogo interculturale interreligioso, Ahmed Shaheed, relattore speciale delle Nazioni Unite sulla Libertà di Religione e di Credo, e diverse testimonianze che hanno dettagliato gli effetti della legge sulla blasfemia in Yemen, Pakistan, Iran, Sudan e altre nazioni.

Il rapporto di ECLJ mette i riflettori su un fenomeno davvero poco notto e esplorato. Non ci sono dati precisi nemmeno sui convertiti, e nessuno di quelli che ha dato testimonianza per il rapporto è voluto comparire con il suo nome e cognome.

Certo, la situazione della conversione dall’Islam coinvolge dalle 4 alle 30 mila persone l’anno in Francia, e ogni anno sono circa 300 le persone di origine islamica che ricevono il Battesimo per entrare nella Chiesa Cattolica, almeno secondo i dati della Conferenza Episcopale Francese.

“Oggi in Francia – si legge nel rapporto – è perlomeno difficile e generalmente pericoloso per un musulmano abbandonare la sua fede. La stragrande maggioranze delle persone che lasciano l’Islam per diventare cristiani sperimentano persecuzione famigliare e comunitaria, che varia grandemente in intensità, andando dal disprezzo alla violenza”.

Secondo il rapporto, la persecuzione viene prima in famiglia e poi comunitaria, ma c’è anche la persecuzione anonima, che si materializza in ogni momento, anche perché ci sono islamisti che tracciano e cercano i convertiti, e se li scoprono li minacciano.

La Shari’a non è fonte legale in Francia, ma può essere applicata in pratica. Per esempio, se il convertito viene da un Paese nordafricano dove la Shari’a viene applicata, può persino perdere parte della sua eredità.

L’aspetto comunitario è comunque fondamentale nell’Islam, e per questo la maggioranza dei musulmani reagisce in genere con una sanzione di “morte sociale”, mentre più raramente si punta a “lavare via” lo scandalo causato dal convertito.

Il rapporto nota che la conversione è ancora più dura per le donne, esposte ad atti di persecuzione “ad un grado consistentemente più elevato degli uomini”, e questo perché si considera che una donna convertita “causi disonore”. Le donne, secondo UNACF, sono il 70 dei convertiti.

Poi c’è un problema da non trascurare, che è quello della doppia persecuzione di quanti si convertono in patria, lasciano il loro Paese e si trovano con altri migranti come loro che non tollerano la loro conversione.

La reazione – sottolinea il rapporto – porta anche un danno ai siti cristiani, in una situazione ormai ricorrente in Europa: secondo l’OSCE, nel 2019 ci sono stati 500 attacchi registrati contrto siti cristiani.

Infine, c’è da considerare come si sentono i convertiti, perché spesso non si sentono accolti dalle loro comunità. Anche questo, un tema da approfondire.

Un rapporto, insomma, tutto da leggere, per comprendere anche come portare avanti un dialogo di fronte a queste realtà.

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