Europa, quella “persecuzione educata” contro l’obiezione di coscienza

L'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa, durante l'intervento di Papa Francesco il 25 novembre 2014
Foto: Alan Holdren / Catholic News Agency
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Forse è guardare troppo avanti, ma la “bacchettata” all’Italia del Comitato per i Diritti Sociali – un organismo d’Europa – ha messo il primo passo per una destrutturazione del diritto all’obiezione di coscienza. Lo scorso 12 aprile, il Comitato ha constatato una violazione del diritto alla salute per l’Italia, sottolineando che l’accesso all’aborto può essere reso difficile dall’alta percentuale dei medici obiettori, e dal fatto che la percentuale è particolarmente alta in alcune regioni. È anche questo uno dei risultati della “persecuzione educata” di cui ha parlato Papa Francesco?

 

La constatazione è arrivata all’unanimità, in un documento di 65 pagine difficilissimo da compulsare. Il tutto è nato da un ricorso della CGIL, che il Comitato ha preso per buono. C’è da dire che in nessuna parte della sentenza si mette in discussione il diritto all’obiezione di coscienza stabilito dalla legge 194, che regola l’accesso all’aborto. Eppure – raccontano diplomatici cattolici di stanza a Bruxelles – “è vero che il Comitato non avrebbe mai potuto mettere in discussione l’obiezione di coscienza, ma è anche vero che niente è scontato”.

 

Tra l’altro, la decisione del Comitato lascia alle spalle la considerazione dell’aborto come un diritto. Facendo in qualche modo propria la campagna decennale portata avanti negli organismi internazionali, che hanno cambiato vocabolario, terminologia e persino punto di vista, ma che di fatto cercano di fare abituare l’umanità alla normalità dell’aborto, così come alla normalità dell’eutanasia. Insomma, a dare più valore al momento della non nascita e della morte che a quello della vita.

 

È un tema dirimente, per la diplomazia pontificia, che alle Conferenze ONU del Cairo e di Pechino ha combattuto con forza contro questa impostazione, e che comunque ha sempre difeso il diritto all’obiezione di coscienza. Un diritto che ora si cerca di far vacillare a colpi di nuovi diritti. O di decisioni come quelle del Comitato per i Diritti Sociali. Perché ormai i cambi del diritto vengono fatti passare attraverso decisioni intermedie, secondo processi di soft law.

 

Cosa diceva il Comitato dei Diritti Sociali? il Cecs ha affermato che “lo Stato italiano non fa abbastanza per evitare che l’obiezione di coscienza dei medici anti aborto, garantita dalla legge 194 del 1978, abbia come violazione la Carta Sociale del Consiglio d’Europa, in particolare riguarda ai diritti alla Salute e alla non discriminazione delle donne che vogliono interrompere la propria gravidanza”.

Tradotto: ci sono troppi medici obiettori, e dunque c’è difficoltà in Italia a garantire il diritto per le donne di abortire.

 

La decisione del CECS ruota intorno ad un articolo della Carta Sociale Europea, l’11, che parla del Diritto alla salute. Il Comitato lamenta che la Carta sarebbe violata in quanto ci sarebbero “rischi considerevoli” per la salute e per il benessere delle donne che magari non possono accedere all’interruzione volontaria di gravidanza per carenza di personale. Poi, nota una differenza di trattamento a seconda delle regioni italiane: in alcune è più difficile disposto a trovare un medico disposto a praticare l’aborto, e quindi è più difficile rinunciare. Infine, punta addirittura il dito contro una discriminazione tra personale obiettore e non obiettore: secondo la Cgil i non obiettori hanno discriminazioni anche sulle possibilità di carriera. Addirittura, ci sono accuse di ‘mobbing’ nei confronti di medici non obiettori. E in questo caso, il comitato ha preso in parola le testimonianze presentate dalla CGIL (cfr. nn.215-223): affermazioni generali difficili da verificare, da smentire o persino da ritenere come prova giudizio.

 

I dati sembrano comunque contraddire la decisione del Comitato. Basta scorrere il rapporto 2015 del Ministero della Salute sull’applicazione della legge 194, che si riferiscono all’anno precedente: il numero di interruzioni volontarie di gravidanza è stato inferiore alle 100 mila, il tasso di abortività (ovvero il numero di IVG per 1000 donne tra i 15 e i 49 anni) si attesta al 7,2 per mille. I dati dicono anche un’altra verità: che l’obiezione di coscienza non impedisce il ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza. Tanto che emergeva che le interruzioni di gravidanza volontarie erano effettuate nel 60 per cento delle Regioni disponibili. E i problemi si avevano solo in alcune regioni molto piccole.

 

Oltre a questi dati, ce n’è un altro, significativo: un terzo degli aborti è praticato da ragazze straniere, quasi sempre per difficoltà economiche. Parlando di Carta dei Diritti Sociali, si dovrebbe piuttosto aiutare queste ragazze a non abortire, tutelando il loro diritto al lavoro, alla casa e anche alla maternità. Si parla invece solo del diritto di aborto.

 

Non solo. Fanno notare dagli ambienti diplomatici vaticani che il Comitato ha preso raramente decisioni in questioni di salute, e che “si può dire che ogni 10 decisioni sui temi della salute, 7 riguardano l’Italia e l’obiezione di coscienza”.

 

Non ci sono prove per certificare la crociata ideologica, eppure qualche indizio c’è. Anche perché lo stesso Consiglio d’Europa, nel 2010, aveva invitato gli Stati membri a tutelare il diritto all’obiezione di coscienza per tutti, e aveva anche valutato la posizione italiana. In quell’occasione, l’Italia era giudicata nella posizione perfetta, perché tutelava i diritti della donna e i diritti degli obiettori.

 

I dati degli obiettori continuano ad aumentare in tutto il mondo (anche negli Stati Uniti la percentuale si attesta all’80 per cento), e probabilmente è questo che fa scatenare le campagne ideologiche.

 

Negli stessi giorni in cui veniva resa nota la decisione del CECS, Papa Francesco teneva una omelia a Santa Marta in cui si scagliava contro “una persecuzione della quale non si parla tanto”, che è “travestita di cultura, travestita di modernità, travestita di progresso”. Una persecuzione “educata”, per la quale “le potenze fanno leggi che obbligano ad andare su questa strada, e una nazione che non segue queste leggi moderne, colte, o almeno che non vuole averle nella sua legislazione viene perseguitata educatamente. È la persecuzione che toglie all’uomo la libertà, anche della obiezione di coscienza”.

 

Un simile appello di Papa Francesco era arrivato nel suo discorso al Parlamento Europeo il 25 novembre 2014, quando sottolineò che “l’essere umano rischia di essere ridotto a semplice ingranaggio di un meccanismo che lo tratta alla stregua di un bene di consumo da utilizzare.

 

E senza andare troppo indietro, anche l’esortazione post-sinodale Amoris Laetitia ha passaggi che richiamano al diritto all’obiezione di coscienza. “In nessun modo – scrive Papa Francesco - è possibile presentare come un diritto sul proprio corpo la possibilità di prendere decisioni nei confronti di tale vita, che è un fine in sé stessa e che non può mai essere oggetto di dominio da parte di un altro essere umano. Perciò a coloro che operano nelle strutture sanitarie si rammenta l’obbligo morale dell’obiezione di coscienza”.

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