Eutanasia, i vescovi del Canada: “E' il fallimento della società”

Un incontro della Conferenza Episcopale Canadese
Foto: cccb.va
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La legge sull’eutanasia? “Un fallimento del governo, e di tutta la società, di prendersi cura in maniera reale, autentica e umana dei sofferenti e dei vulnerabili che sono tra noi”. Non usano giri di parole i vescovi del Canada, guidati dal vescovo Douglas Crosby di Hamilton, che accolgono con una dichiarazione durissima l’approvazione della legge C-14, che legalizza l’eutanasia e il suicidio assistito nella nazione.

Da sempre, i vescovi canadesi si sono opposti alla legge, che tra l’altro introduceva persino delle limitazioni alla possibilità di obiezione di coscienza. Le voci della Chiesa si erano levate contro un processo che era diventato ancora più inarrestabile quando Justin Trudeau era diventato Primo Ministro. L’agenda secolarista al potere è stato l’ultimo passaggio della Revolution Tranquille, che ha trasformato il Canada da un Paese cattolico a un Paese completamente secolarizzato.

L’approvazione della legge è avvenuta lo scorso 17 giugno. L’eutanasia viene concessa anche a coloro per i quali la morte naturale è “ragionevolmente prevedibile”. I senatori del Canada hanno espresso 44 voti a favore contro 28 contro. All’ultimo momento, è stato rigettato un emendamento che avrebbe incluso tra gli aventi diritto di eutanasia anche quelli che non sono malati terminali, ma che volevano porre vita alla loro vita. Un compromesso che ha permesso alla legge di passare, nonostante le pressioni per renderla ancora più liberale attraverso un ulteriore passaggio alla Camera. La legge sull’eutanasia in Canada è stata introdotta dopo che a Febbraio la Corte Suprema aveva dato al governo quattro mesi per scrivere una nuova legge chiamata a corrispondere alle richieste della “decisione Carter” dell’anno prima, che aveva tolto il bando alla possibilità di eutanasia nel Paese.

I vescovi canadesi non ci stanno. Chiedono maggiori cure palliative, dicono che “la grande maggioranza di quelli che stanno morendo” non vi può avere accesso, mentre ci sono “tassi di suicidio molto alti” in molte comunità indigene, lasciando intendere che “non vale la pena vivere” le vite di quanti sono cronicamente molti o disabili. O ora – denunciano – “in maniera paradossale e sfortunatamente, la nostra società ha ora messo su una legge che dice che uccidere è un modo rispetto di terminare la sofferenza. L’incapacità della nostra nazione di riconoscere la santità della vita umana è barcollante e profondamente pericolosa”.

I vescovi dicono chiaramente che “nessuna istituzione, persona, ideologia o legislazione può minacciare e mettere a rischio la sacralità della dignità di ciascuna persona e il dono della vita”. E dunque “siamo chiamati a rispettare e proteggere la vita dal concepimento alla morte naturale”, e i cattolici hanno “l’obbligo morale di farlo”.

Per i vescovi canadesi, “prendere intenzionalmente qualunque vita umana,” sia essa un anziano, un embrione, un adulto vulnerabile un moribondo, è “un atto grave ed intollerabile”. La società sarebbe piuttosto chiamata a “rifiutare tutte le offese contro la vita”, inclusi “l’omicidio, il genocidio, il suicidio, l’aborto, l’eutanasia, e la morte assistita”.

Per questo “dichiarare il suicidio assisto” un diritto “non rappresenta un prendersi cura” e nemmeno è “un atto di umanità”, ma è piuttosto “un falso atto di misericordia”. E questo sembra insinuare la nuova legislazione: che una persona “perde dignità semplicemente a causa di una perdita o di una diminuzione di un numero di capacità fisiche e mentali”. Un dato “falso”, denunciano i vescovi.

I quali sottolineano che “la vera compassione umana ci invita a condividere il dolore e il percorso dell’altro, non a farla finita con le persone”. E il suicidio assistito – concludono - è “un affronto a quanto c’è di più nobile e prezioso nel viaggio umano, e una violazione della dignità umana!”.

 

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