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Fine vita, cattolici, ebrei e musulmani uniti contro l’eutanasia

Dichiarazione congiunta delle religioni abramitiche sul tema del fine vita. Un no netto all’eutanasia e al suicidio assistito. Un sostegno forte all’obiezione di coscienza

Papa Francesco, Casina Pio IV | Papa Francesco in un passato incontro a Casina Pio IV, dove oggi si firma la dichiarazione sul fine vita delle Religioni Abramitiche | Mary Shovlain/ EWTN Papa Francesco, Casina Pio IV | Papa Francesco in un passato incontro a Casina Pio IV, dove oggi si firma la dichiarazione sul fine vita delle Religioni Abramitiche | Mary Shovlain/ EWTN

Papa Francesco, ancora un no alle pratiche di eutanasia e sostegno assistito. Nella suggestiva cornice di Casina Pio IV in Vaticano, sede della Pontificia Accademia delle Scienze sociali, si runiscono rappresentanti ebrei, musulmani, ortodossi e cattolici per firmare una dichiarazione congiunta sul tema del fine vita, che Papa Francesco ha affidato alla Pontificia Accademia della Vita. Il Papa incontra anche personalmente i firmatari della dichiarazione, che rappresenta un no inequivocabile all'eutanasia e un sì deciso al valore di ogni vita umana.  

“Ci opponiamo – dicono i firmatari – ad ogni forma di eutanasia, che è un atto deliberato e intenzionale di prendere la vita, così come al suicidio medicalmente assistito che è un diretto, deliberato e intenzionale supporto al suicidarsi, in quanto sono completamente in contraddizione con il valore della vita umana e perciò di conseguenza sono azioni sbagliate dal punto di cista sia morale sia religioso e dovrebbero essere vietate senza eccezioni”.

La dichiarazione è stata proposta dal Rabbino Steinberg a Papa Francesco che l’ha affidata alla Pontificia Accademia per la Vita, e il suo presidente, l’arcivescovo Vincenzo Paglia, è colui che introduce la cerimonia, mentre il suo segretario, monsignor Riccardo Mensuali, è uno dei cerimonieri insieme al rabbino David Rosen, da anni protagonista del dialogo.

Partecipano alla cerimonia per parte cattolica i Cardinali Miguel Ayuso Guixot e Kurt Koch, rispettivamente presidenti del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani; l’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita; l’arcivescovo Marcelo Sanchez Sorondo, cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze.

Per gli ortodossi, c’è un rappresentante del metropolita Hilarion, capo delle relazioni esterne del Patriarcato di Mosca, mentre colpisce l’assenza di un rappresentante del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli. Da parte ebraica, arriva un messaggio dal Rabbinato di Gerusalemme e da quello sefardita. Per parte musulmana, ci sono l’intellettuale sunnita Sheikh Bin Bayah, mauritano che insegna all’università di King Abdullah Aziz di Gedda, in Arabia Saudita; l’indonesiano Kyai Marsuidi Syuhud, che porta il particolare punto di vista del più grande Paese islamico del mondo; il giurista Syamsul Anwar.

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Scopo del testo, è di “presentare la posizione delle religioni monotestiche abramitiche” sul tema del fine vita, “migliorare la capacità degli operatori sanitari nel comprendere, guidare aiutare e confortare il credente e la sua famiglia nel momento del fine vita”, e di promuovere la comprensione reciproca e sinergie tra i differenti approcci tra le tradizioni religiose monoteistiche e l’etica laica in merito alle convinzioni, ai valori, alle prassi rilevanti per il paziente in fase terminale”.

La dichiarazione riconosce i progressi tecnologici che portano il prolungamento della vita all’estremo, sottolinea che “l’assistenza a chi sta per morire, quando non è più possibile alcun trattamento, rappresenta da un lato un modo di aver cura del dono divino della vita e dall’altro è segno della responsabilità umana e etica nei confronti della persona sofferente e in fin di vita”, ribadisce la liceità della rinuncia all’accanimento terapeutico, ma sottolinea allo stesso modo che “un approccio olistico e rispettoso della persona deve riconoscere come obiettivo fondamentale la dimensione straordinariamente umana, spirituale e religiosa del morire”.
Si tratta di un approccio che richiede “compassione, empatia e professionalità” da parte di ogni persona coinvolta nell’assistenza a un paziente che sta per morire.

Il tema centrale è che la vita è sempre degna di essere vissuta, e che nessuno va lasciato solo.

Per questo, i firmatari sostengono di voler dare “molto rilievo al supporto comunitario nel processo decisionale che un paziente in fase terminale e la sua famiglia si trovano ad affrontare”, e affermano che “come società dobbiamo assicurarci che il desiderio del paziente di non essere un onere dal punto di vista finanziario, non lo induca a scegliere la morte piuttosto che voler ricevere la cura ed il supporto che potrebbero consentirgli di vivere il tempo che gli resta nel conforto”.

In più, si sottolinea che “l'assistenza spirituale e religiosa è un diritto fondamentale del paziente e un dovere della comunità religiosa”, come è importante il contributo degli esperti in cure palliative.

I firmatari ribadiscono il diritto all’obiezione di coscienza. “Nessun operatore sanitario – dichiarano - dovrebbe essere costretto o sottoposto a pressioni per assistere direttamente o indirettamente alla morte deliberata e intenzionale di un paziente attraverso il suicidio assistito o qualsiasi forma di eutanasia, specialmente quando tali prassi vanno contro le credenze religiose dell’operatore”.

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E questo perché l’obiezione di coscienza va rispettata anche se gli “atti sono stati dichiarati legali a livello locale o da categorie di persone”.

Da qui le conclusioni: la necessità di poter vivere degnamente fino alla fine, perché “anche quando allontanare la morte è un peso difficile da sopportare, siamo moralmente e religiosamente impegnati a fornire conforto, sollievo al dolore, vicinanza, assistenza spirituale alla persona morente e ai suoi familiari”.

I firmatari sostengono “leggi e politiche pubbliche che proteggano il diritto e la dignità del paziente nella fase terminale, per evitare l’eutanasia e promuovere le Cure Palliative”; chiedono impegno “affinché il desiderio dei pazienti di non essere un peso non ispiri loro la sensazione di essere inutili e la conseguente incoscienza del valore e della dignità della loro vita”.

I firmatari affermano dunque che “tutti gli operatori sanitari dovrebbero essere tenuti a creare le condizioni in base alle quali l'assistenza religiosa sia assicurata a chiunque ne faccia richiesta, sia in modo esplicito che implicito”.

Da qui l’impegno per definire le politiche che “promuovono la cura e il benessere socio-emotivo, fisico e spirituale”, ma anche a coinvolgere le comunità sulle questioni del fine vita e a sensibilizzare l’opinione pubblica sulle cure palliative, nonché a fornire soccorso a famiglia e cari dei pazienti che muoiono.

Ma soprattutto, si chiede “ai politici e agli operatori sanitari di familiarizzare con la vasta prospettiva e l'insegnamento delle religioni Abramitiche, per fornire la migliore assistenza ai pazienti morenti e alle loro famiglie che aderiscono alle norme religiose e alle prove dei rispettivi religiosi tradizioni”.