Firenze e il suo patrono, San Giovanni Battista

La storia delle tradizioni popolari fiorentine

Il Duomo di Firenze
Foto: Diocesi di Firenze
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La città di Firenze e il suo santo, Giovanni Battista. Connubio che si tramanda da secoli e che da secoli non si spezza. Anzi - sembra proprio il caso di dirlo - si rinforza addirittura.

E ne è una prova la recente scoperta di una reliquia del santo che il popolo fiorentino non sapeva di custodire: l’osso del collo del cugino di Gesù che originariamente era custodito in un apposito reliquiario andato danneggiato e fuso, in seguito all’alluvione del 1557.

Invece, proprio a pochi giorni prima della festa del santo patrono, eccolo ricomparire grazie a una scoperta sorprendente avvenuta nel Museo dell’Opera del Duomo di Firenze. Potremmo vedere in questo ritrovamento - in fondo - proprio quella stretta connessione con San Giovanni Battista e la Florentia medioevale che perdura nelle tradizioni popolari e nelle devozioni cittadine. Ma da dove nasce questo profondo legame tra San Giovanni Battista e il capoluogo toscano?

Dobbiamo risalire alle feste pagane, prima di tutto. Nell’antichità - infatti - il 24 giugno si festeggiava la dea Fortuna, per propiziare i raccolti estivi. Pochi giorni prima di questa data, infatti, cade il solstizio d’estate, il 21 giugno. Questo, il giorno più lungo dell’anno. Lo sappiamo bene tutti: da questa data in poi, le giornate cominciano ad accorciarsi. E proprio perché la luce comincia a scemare nasce la tradizione - prima pagana, poi cristiana - dell'accendere candele votive: su Firenze, la città dorata, non potevano scendere le tenebre. Proprio questa data, il 24 giugno, divenne - allora - importante anche per il Cristianesimo.  E chi è il santo che si festeggia in questo giorno? E’ lui, San Giovanni Battista. Per la Florentia del Medioevo, allora, tale data divenne anche un giorno in cui si doveva celebrare la luce. Basti pensare che tutti gli uomini sopra i quindici anni, avevano l’obbligo di portare  – nel giorno della festa –un cero da presentare al Battistero del Duomo di Firenze.

Fu piazza del Duomo a divenire, così, il fulcro di molteplici festeggiamenti. E, allora, caliamoci - in un viaggio immaginario - nella realtà dell’epoca. Stendardi, bandiere, e una grande folla popolava tutta la piazza che veniva ricoperta da una grande tela. Già dal giorno precedente, e precisamente dopo i primi Vespri, incominciava la tradizione popolare dei doni votivi: i ceri da “consegnare” al santo erano i veri protagonisti dei festeggiamenti.

Una parte di questi, già illuminava l’interno del Battistero per tutto l’anno. Man mano che si consumavano, i ceri venivano venduti e con il ricavato si provvedeva alla manutenzione e all’abbellimento della cattedrale. I ceri erano donati non solo dalla Signoria, ma anche dalle Magistrature della Repubblica, dalle varie Arti, dalle Compagnie laiche e religiose e dalle città sotto il dominio del comune di Firenze. Il clou della festa - che iniziava ai Vespri del giorno prima - era la solenne processione di tutto il clero che usciva dal Duomo per arrivare al Battistero del Brunelleschi. Era una processione solenne, maestosa. A tale processione prendevano parte tutti i corpi ecclesiastici regolari e secolari. Il tutto era accompagnato dal canto dei salmi, delle laude e - addirittura - da vere e proprie messe in scena di episodi evangelici del Vecchio e del Nuovo Testamento. 

Le due giornate di festa, non potevano concludersi se non con i cosiddetti “fochi” che si svolgevano in Piazza della Signoria: uno dei più importanti spettacoli pirotecnici italiani.  Quest’anno - come nel 2020 - questa tradizione purtroppo non sarà rinnovata, a causa delle disposizioni anti assembramento. Ma il fuoco, la luce, nel cuore dei fiorentini per il loro santo patrono, non si spegne, certamente. 

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