Fra Geremia da Roccafluvione, una vita mirabile e sconosciuta

Il convento cappuccino di Fermo
Foto: cappuccinimarche.org
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Fermo, 2 luglio 1946. Il vigoroso caldo di questo mese si fa sentire e già i prati brillano, all'intensa luce che l'estate sta portando, nella campagna marchigiana.

La seconda guerra mondiale è finita da poco e l'Italia è ancora scossa dalle macerie, lasciate dal conflitto.

Quel giorno qualcosa di strano sta accadendo in un convento dei Cappuccini: un frate sta salendo sopra un'autoambulanza, accompagnato da pochi confrattelli, lì accorsi. Questo è Fra Geremia da Roccafluvione.

Ripercorrere le tappe della vita di un uomo non è mai un'impresa facile. Se al biografo sono sufficienti poche note per stendere una vita, allo storico serve conoscere il pensiero tramite uno scritto. Ma quest'uomo non ha lasciato scritti ma qualcosa di più: la sua testimonianza, coerente e mirabile, di autentico francescano.

Nazareno Bucci - questo il suo nome prima di cambiarlo in fra Geremia da Roccafluvione, secondo l'uso cappuccino in vigore fino al 1965- trascorse la sua esistenza, prima di entrare nell'Ordine serafico fra la vita dei campi ed il suo rapporto con Dio.

Era nato il 10 settembre 1914 a Roccafluvione (AP), un piccolo paese dell'entroterra marchigiano. In quella realtà storica questa piccola comunità, adagiata sulle colline della provincia di Ascoli Piceno, non offriva granchè: la vita era dura ed il lavoro dei campi, spesso non ripagava l'attività compiuta.

Fino a vent'anni Nazareno compirà i consueti lavori nella campagna per dare una mano alla famiglia e frequenterà la sua parrocchia. Ciò è documentato dal parrocco del suo paese, il quale, quando il giovane vorrà entrare fra i Cappuccini Piceni, scriverà una lettera al superiore dei religiosi descrivendo come lodevole il comportamento avuto dal giovane in paese. Inizia l'anno di noviziato, tipico della famiglia serafica, il 14 aprile 1934 nel convento di Camerino e lo termina con la professione religiosa, il 18 aprile 1935, in qualità di fratello laico.

Nell'ordine cappuccino i fratelli laici sono dei religiosi che non assumono l'ordine sacerdotale. In questa essi sono ricordati, per la loro intensa e quanto mai particolare vita di preghiera. La vocazione del fratello laico è speciale, in quanto con la preghiera e mediante l'assolvimento di differenti incarichi, sono chiamati a vivere la radicalità evangelica della sequela Christi. In questa schiera si annoverano i nomi più belli del calendario serafico: Felice da Cantalice, Bernardo da Corleone, Crispino da Viterbo, Nicola da Gesturi, Nazareno da Pula. Tra questi vi è anche Fra Geremia e con le stesse qualità. Emessa la professione religiosa, che lega per sempre il religioso al suo ordine, ebbe l'incarico di questuare per il convento di Fermo.

Questo convento ospitava il ginnasio inferiore e quindi il frate questuante, aveva il delicato e duro incarico di portare in convento quanto riceveva dalla carità delle persone che incontrava per la strada. E che consentivano alla numerosa comunità di poter avere il necessario ad una vita già spartana e radicale.

Fra Geremia partiva a notte alta e tornava in convento a sera inoltrata del giorno dopo, portando tutto da solo e con un carretto quanto avevano a lui affidato: grano, olio, uova, farina, pane.

Si sottoponeva ad una vita molto dura: intere ore sotto il sole o sotto la pioggia e quando ritornava in convento, la prima cosa che faceva era quella di correre in chiesa, per farsi leggere la meditazione, dai confratelli che avevano terminato l'ufficio.

Fra Geremia non sapeva leggere e scrivere, o sapeva forse appena farlo. La vita nei campi, prima dell'entrata in convento, non gli aveva consentito di andare a scuola. La sua infanzia è molto diversa da quella attuale, seppur a distanza di settant'anni. Ma ciò non gli aveva certo impedito di aver imparato a parlare con Dio. Ciò è confermato da quanto di lui scrisse padre Maurizio da Mercatello o.f.m. capp., il quale racconterà che quando il fratello laico tornava, dalla pesante questua, gli chiedeva di leggerli la meditazione, finita la quale si ritirava nel coretto a pregare. “Non sapeva leggere, ma sapeva pregare, si saziava di Dio”..

Viveva di sacrifici enormi, praticava la povertà: quella vera. Tanto era intensa che si racconta che quando, affetto da morbillo per aver assistito un confratello con tale malattia, i Cappuccini andarono nella sua stanza per cercare un cambio di indumenti, non trovarono nulla. Le uniche cose presenti erano il libro della Regola, qualche immagine sacra ed il pagliericcio sul quale passava parte della notte, perchè l'altra parte era destinata a Dio, nel coro del convento. Era talmente povero che anche il necessario era diventato superfluo. Aveva appreso dal Cristo ad avere il cuore in Cielo e questo gli bastava.

Durante la malattia, non si lamentava ed era costante nella preghiera. Spesso il pensiero gli andava alla questua. Era costantemente in orazione. Quando, inaspettatamente, le sue condizioni fisiche peggiorarono e la febbre raggiunse i 40° si rese necessario il ricovero in ospedale. Qui gli furono amministrati i sacramenti e poche ore dopo spirò. Morì il 2 luglio 1946. Aveva 32 anni e 12 di vita religiosa.

Chissà cosa avrà pensato, in quei lunghi momenti in cui girava con la sacca in spalla, il rosario fra le mani e gli occhi bassi in giro per la questua? Nessuno lo sa, se non Dio con il quale aveva iniziato un dialogo che non poteva che finire in un abbraccio. Quello di un Padre che in quel giorno avrà giubilato nell'accogliere questo suo figlio amato.

 

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