Furti di reliquie: quello di Spoleto è l’ultimo di una lunga serie

Due anni fa, ad essere rubato fu addirittura il cervello di Don Bosco, mentre nel 1991 una reliquia di Sant’Antonio fu rubata dalla Mafia del Brenta a scopo di ricatto

Un dettaglio della reliquia di San Giovanni Paolo II trafugata a Spoleto
Foto: Twitter
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Non era la prima volta che una ampolla di sangue di San Giovanni Paolo II viene rubata. Era accaduto già nel 2014, quando ad essere derubato fu il primo santuario dedicato a Giovanni Paolo II, quello di San Pietro alla Ienca, dove tutto quello che si respira è dedicato al Papa polacco. Ma il furto della reliquia del Papa santo nel Duomo di Spoleto si inserisce anche in una più ampia lista di furti di reliquie. Negli ultimi 30 anni, in Italia, almeno altri otto casi hanno avuto una rilevanza nazionale. A testimonianza che non solo il fenomeno non è nuovo, ma che è anzi in crescita.

Cosa è successo, dunque, il 23 settembre? Nel Duomo di Spoleto, nella Cappella del Crocifisso, era esposta una reliquia ex sanguine di San Giovanni Paolo II, esposta alla venerazione dei fedeli. Ed è proprio quella che è scomparsa. Se ne è accorta la sacrestana, al momento della chiusura della cattedrale, e subito sono stati allertati i carabinieri, che hanno cominciato le indagini.

La reliquia consisteva in delle gocce di sangue di San Giovanni Paolo II, incastonata in un reliquiario dorato, che fu donata il 28 settembre 2016 all’arcidiocesi dal Cardinale Stanislaw Dziwisz, allora arcivescovo di Cracovia e per una vita segretario particolare del Papa polacco. Sarebbe stata trasferita il prossimo 22 ottobre in una nuova chiesa, in zona San Nicolò, intitolata proprio a San Giovanni Paolo II.

Temporaneamente, la reliquia era nella cappella del Crocifisso, l’ultima della navata destra, dove i fedeli non possono accedere, ma solo fermarsi davanti ad un cancello alto poco più di un metro, da dove possono anche ammirare la croce di Alberto Sotio.

Saputo del furto, l’arcivescovo Renato Boccardo ha subito “invitato gli autori di questo gesto sconsiderato e irresponsabile a restituire quanto prima il prezioso oggetto trafugato, così caro al popolo credente”. Si spera venga ascoltato.

Una situazione incresciosa, certo. Che però non è nuova. Anzi. E i motivi per cui le reliquie vengono rubate sono i più disparati. A volte finiscono nei mercati online, dove il traffico è incredibilmente fiorente nonstante i divieti e include molte (se non quasi tutte) reliquie false. Altre volte vengono usate come forma di ricatto. Altre volte si tratta di semplici bravate, e le reliquie tornano dopo a casa.

Il furto al Duomo di Spoleto è il nono caso di una certa rilevanza avvenuto dagli anni Ottanta del secolo a scorso ad oggi. Nel 1981, a Venezia furono trafugate le spoglie di Santa Lucia. Nel 1983, a Cosenza, scomparve un dente di San Francesco di Paola. Nel 1991, a Padova, venne rubato il mento di Sant’Antonio, mentre nel 1999, a Cortona, fu trafugato un pezzo di saio di San Francesco. Nel 2003, a Terni, scomparve un osso del cranio di San Valentino.

Dei due casi di San Giovanni Paolo II si è detto. Ma sono due anche i furti che riguardano don Bosco: nel 2011, ad Alassio, fu rubato un osso della mano del santo, mentre nel 2017, ad Asti, a scomparire fu addirittura il cervello del fondatore dei salesiani.

I motivi dei furti, come detto, possono essere molteplici. Il caso del furto del mento di Sant’Antonio a Padova nel 1991 è, ad esempio, particolarmente curioso. Il furto non era legato al traffico di reliquie, né a sette sataniche e nemmeno ad una richiesta di mercato. Il mento era stato invece trafugato dalla Mafia del Brenta, su commissione di Felice Maniero, che voleva costringere lo Stato a scendere a patti per la restituzione liberando il cugino Giulio Rampin e revocandogli la sorveglianza speciale per lui stesso. Qualcosa la ottennero, perché Rampin fu liberato e Maniero ebbe qualche permesso speciale. La reliquia fu restituita 71 giorni dopo il furto.

Curioso a dirsi, il vero obiettivo era la lingua del santo, come spiegò lo stesso Felice Maniero in una intervista con il Messaggero di Sant’Antonio nel 2011. I ladri avevano pensato che la lingua fosse nel mento.

Certo, non sono più i tempi eroici delle traslatio reliquis, opere epiche come quella della trafugazione delle reliquie di San Nicola dalla Turchia a Bari per salvarle dai turchi. E, in fondo, la Riforma Protestante ha lasciato le sue scorie, con la sua critica del traffico di reliquie che è rimasta cristallizzata nella memoria e nella cultura.

Calvino, ad esempio, scrisse un intero trattato sul tema, il Traité de Reliques, in cui arrivava a teorizzare che “se tutti i pezzi della croce di Gesù fossero raccolti, formerebbero un grande carico di nave”.

Una accusa, questa, che si è rivelata falsa, alla prova dei fatti. Fu Sant’Elena, la madre dell’imperatore Costantino, a trovare la croce in un sotterraneo vicino al Golgota, sul quale è sorta la Basilica del Santo Sepolcro. Frammenti di quella croce sono in tantissime chiese, e quelle conosciute, messe insieme, non arrivano a formare un pezzo di legno di 2 mila centimetri cubi. Si è calcolato che la croce di Gesù avesse circa 36 mila centimetri cubi di legno, se si considera lo stipes, il palo verticale, che era alto circa 3 metri, e il patibolum, quello orizzontale, lungo 1,80.

Sui chiodi, invece, si possono avere dubbi: erano probabilmente quattro, ma nel mondo se ne venerano 33, 18 dei quali sono Italia, mentre le spine della corona venerate nel mondo sono 2.283, e quasi la metà sono in Italia.

C’è poi, il caso del presunto prepuzio di Gesù, tagliato durante la circoncisione: ne esistono nel mondo almeno una decina, tra l’altro oggetto di una serie di dispute teologiche, perché è da definire se un pezzetto di carne di Gesù avesse potuto rimanere sulla terra dopo la circoncisione.

Ma se tutto questo è tradizione, di certo oggi il furto di reliquie rappresenta anche una fonte di reddito non indifferente. Reliquie vengono vendute su Ebay, a partire da quelle di padre Pio, richiestissime, e in barba al Codice di Diritto Canonico che ne proibisce esplicitamente la vendita.

Perché sia considerata autentica, una reliquia deve essere munita di bolla di autentica firmata dal vescovo, mentre il reliquiario deve presentare il bollo in ceralacca con opportuno sigillo. Quelle vendute on line non hanno mai queste caratteristiche. Reliquie possono essere rilasciate, per soli scopi religiosi, da particolari Enti autorizzati dalla Chiesa stessa, tra i quali rientra il monastero di clausura delle monache domenicane di S. Maria del Rosario a Monte Mario (Roma).

Certo, ai falsari tutto questo non interessa, perché molta è l’ignoranza in materia da parte degli acquirenti.

Il fatto è che quella che viene colpita con il furto è la devozione sincera di tantissimi fedeli. Quando fu rubato il cervello di don Bosco, i salesiani rilasciarono un comunicato sottolineando che potevano portare via una reliquia, ma nessuno avrebbe potuto portare via don Bosco da loro. È vero, e vale per tutti. Di certo, però, perdere un oggetto di devozione è un colpo durissimo per i fedeli.

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