Gänswein: la Chiesa ha bisogno di coraggio e fedeltà al Vangelo

Un momento del dibattito tra Georg Gänswein e Margot Kässmann
Foto: You-Tube
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Il Prefetto della Casa Pontificia l’arcivescovo Georg Gänswein ha partecipato a fine novembre ad un confronto a tutto campo con Margot Kässmann, teologa e vescovo evangelica in Germania, a Passau, nell’ambito di “Menschen in Europa”, un insieme di dibattiti organizzati da un gruppo editoriale della città tedesca.

Nel dibattito, Gänswein ha ricordato che Papa Francesco non farà le grandi aperture che alcuni si aspettavano anche dal Sinodo della Famiglia.  La Chiesa, ha ripetuto il Prefetto, “non giudica le persone” ma non può “cambiare il suo Magistero”. La Chiesa “ha bisogno di coraggio, chiarezza e fedeltà al Vangelo” di Gesù.

Gänswein ha anche affermato che un documento sulle conclusioni del Sinodo per la famiglia “non sarà quest’anno” ma che “non ci vorrà molto”. Non azzarda ad anticipare il suo contenuto: “non sono un profeta né il suo ghostwriter”.

Sulla comunione ai divorziati risposati  Gänswein ha ripetuto che forse è un problema “che interessa a pochi” almeno “per la Chiesa Universale”. Una questione  che “forse è molto centrale in Germania” ma molti altri vescovi “erano molto sorpresi” delle proposte dei tedeschi. In questo senso, il Prefetto ha ribadito che “c’è solo una fede” e non si può dare “una soluzione light soltanto per l’Ovest dell’Europa”.

Papa Francesco, “non vuole fare qualcosa di diverso, tagliare o aggiungere qualcosa” ma “vuole soltanto mostrare nel concreto il messaggio di Cristo”. Inoltre, Gänswein ha ricordato che Papa Francesco “non è il successore di Benedetto XVI” ma “il successore di Pietro” e che ogni Pontefice porta con sé “le sue capacità e le sue proprie priorità nel suo ministero”.

Il prelato ha ricordato che “quando si conoscono la storia di Papa Francesco e di Papa Benedetto XVI, diventa evidente perché hanno dato un accento diverso al loro ministero”. “Papa Francesco è concentrato più sulle domande sociali, su quelle persone che non hanno nessun ruolo nella società. Ma non significa che gli altri Papi non lo facessero, ma solo che lui mette l’accento sulle persone delle periferie”.

Kässmann ha sottolineato che  Papa Francesco è un “riformatore” e che i protestanti si aspettano grandi gesti verso l’unità e Gänswein ha ricordato che la Chiesa è “sempre reformanda” e le riforme sono “una esperienza” che la Chiesa fa “da 2000 anni”.

A proposito di ecumenismo il Prefetto ha detto: “mi piacerebbe confermare che le celebrazioni ecumeniche e che le differenze uniscono più che dividono”  ma “non possiamo chiudere gli occhi”. Il movimento ecumenico “è nato durante il tempo delle persecuzioni del III Reich e come dice Papa Francesco, nell’ecumenismo del sangue”. Anche se “i discorsi ecumenici sono stati molto positivi” ha ribadito Gänswein, “non possiamo saltare 500 anni di divisione con 30 anni di piccole celebrazioni ecumeniche”. Prima di tutto “dobbiamo chiarire le verità teologiche” prima di arrivare a una vera “unità” e per riuscirci “ci vuole tempo”.

Il Prefetto ha assicurato che “la Chiesa non fa politica ma rende la politica possibile”. La Chiesa non ha “un manuale d’istruzioni né soluzioni tecniche” per la politica nazionale e internazionale.  Ma, ha detto Gänswein “se io sono convinto della mia fede in Cristo, posso arricchire la politica con la visione cristiana” ed è per questo motivo che “è necessaria la presenza di laici convinti della loro fede” che entrino in politica. La Chiesa inoltre “è chiamata a far sentire la sua voce nel mondo politico e internazionale” quando arrivano delle difficoltà.

Davanti al nuovo pericolo rappresentato dallo Stato Islamico per l’Europa,  Gänswein ha ricordato che “non dobbiamo lasciarci prendere la vita, la fede, il futuro ne la libertà dagli attacchi terroristici”. “Quello è precisamente quello che vogliono, ci vogliono condizionare e noi non ci dobbiamo far condizionare, perché viviamo una fede più profonda”.

Poi, monsignor Gänswein ha assicurato che questa battaglia “non è una lotta di religioni o di culture” perché gli islamisti non sono neanche “una religione o uno stato”. Loro stessi, ha ribadito, “hanno creato questo stato che uccide in nome di una religione che hanno creato loro stessi”. Gli islamisti “sfruttano il nome di Dio” per i loro interessi, e ha ricordato che Papa Francesco ha definito gli attacchi terroristi in nome di Dio “una blasfemia”.

Sulla questione delle migrazioni, l’arcivescovo ha spiegato che non si tratta di un problema matematico, ma di un problema “umano” e la Chiesa e tutti i cittadini “abbiamo il dovere di aiutare”. Il prefetto ha ribadito che “se non basiamo questo aiuto sulla fede, allora possiamo chiudere domani le porte”.

Davanti alle minacce che lo Stato Islamico ha rivolto verso Roma, il Prefetto ha detto di comprendere che i romani “abbiano paura e si sentano insicuri, che si preoccupino per la loro sicurezza nella sua vita quotidiana” specialmente adesso durante il Giubileo.  Il prelato ha ribadito che “nella fede, non dobbiamo lasciarci prendere dalla paura perché c’è qualcosa di più grande della paura” e dobbiamo anche “mostrare che il terrorismo non ha l’ultima parola”.

 

 

 

 

 

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