Garavaglia, il 25 aprile sacerdoti e religiosi hanno scritto il loro nome in atti eroici

La resistenza vissuta con lo spirito del Vangelo

Don Pasquino Borghi, ucciso per aver ospitato in canonica alleati e partigiani in fuga
Foto: www.laliberta.info
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Quest’anno, a causa dell’emergenza sanitaria che impedisce i contatti diretti tra le persone, i festeggiamenti del 25 aprile sono online:una lunga maratona anima la giornata che ricorda la liberazione dell’ Italia dalla dittatura e dell'occupazione nazista. Ma qual è stato il ruolo dei cattolici nelle Resistenza?

Il professor Giorgio Campanini, docente emerito di Storia delle Dottrine politiche presso l’Università di Parma, sottolineava che  il contributo dei cattolici nella ‘Resistenza passiva’ per la costruzione della democrazia in Italia: “Fu l’opposizione silenziosa di vescovi e parroci che rifiutarono ogni compromissione e si chiusero in un eloquente silenzio. Fu il sostegno dato da monasteri, conventi e parrocchie ai partigiani e l’ospitalità accordata, spesso a rischio della vita, ad ebrei a prigionieri di guerra fuggiti dai campi di concentramento, a persone ricercate dagli occupanti.

Fu la resistenza passiva di chi, come Giuseppe Lazzati, rifiutava le lusinghe degli occupanti e preferiva la via dei campi di concentramento, ove gran parte dei militari antifascisti avrebbe concluso la propria breve esistenza.

Maria Pia Garavaglia, presidente nazionale dell’Associazione Partigiani Cristiani, che ha lo scopo di valorizzare la memoria storica della Resistenza, quella cristiana in particolare, al fine di trasmettere alle nuove generazioni il significato di libertà e di democrazia. A lei chiediamo:

Quale fu l’apporto dei cattolici nella Resistenza?

“Come è noto, anche se spesso si cerca di sminuire l’apporto dei cattolici nella Resistenza, questa ha avuto due anime, quella rossa e quella cattolica sono state complementari. La componente cattolica non era affatto minoritaria, anche se nella opinione pubblica la Resistenza è più  attribuita alla componente comunista. Sacerdoti, religiose e religiosi  hanno scritto il loro nome in atti eroici. Il manifesto del loro impegno è contenuto nella ‘Preghiera del Ribelle’ del  beato Teresio Olivelli. I fondatoti della ANPC, Enrico Mattei e Giovanni Marcora erano cattolici impegnati. E ricordo, per la Resistenza delle donne cattoliche, un nome caro a tutti, la staffetta Tina Anselmi”.

Riprendendo un libro di Giovanni Bianchi, ‘Resistenza senza fucile’, come fu possibile combattere senza odio e per il popolo?

“Dovrebbe essere un libro di testo. Morire per la patria è dare la vita per gli amici, dice il Vangelo che non c’è amore più grande. Se questo è il movente non ci di batte perché si odia ma perché si vuole portare la libertà personale  e comunitaria al nostro prossimo, ai nostri concittadini, alla comunità. La pace è il contrario della violenza e nella storia dei Partigiani Cristiani non si sono registrate le vendette che purtroppo ormai libri di storia hanno certificato aver ‘sporcato’ una vicenda gloriosa per la Patria”.

Come raccontare ai giovani quel periodo storico?

“Da insegnante vivo il cruccio di constatare come la storia non è materia ne’ insegnata ne’ compresa, se non come “ maestra di vita” almeno come fondamento di ciò che siamo e di come vivremo il futuro. I giovani, non per colpa loro, non conoscono quello che non conoscono! Tocca a tutti noi, ma anche alla scuola, aprire gli occhi dei giovani sulle vicende di un passato tanto recente quanto sconosciuto. Per apprezzare valori, sogni e sentire la responsabilità dell’impegno ai giovani servono testimonianze. La franchezza nel racconto, la coerenza dell’agire. San Paolo VI diceva che ai giovani servono più testimoni che maestri”.

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