Giovanni Paolo II, la sofferenza come cammino di Misericordia

Il rapporto con la malattia nella vita del Papa, un magistero della gratitudine

Giovanni Paolo II nella storica foto dopo l'attentato del 1981
Foto: pd
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La spontaneità è sicuramente il sentimento più forte in Giovanni Paolo II, che attende con ansia ogni manifestazione di affetto, anche la più semplice, a volte buffa, e la ricambia con lo stesso affetto e con raddoppiato calore.

Ogni volto per il Papa è il volto di Cristo ed è degno del massimo rispetto e, appunto, del massimo amore. La parola che pronuncia più spesso è grazie: grazie per esserci, anche quando come nel gennaio del 1982, a Villa Stuart, una clinica romana, dove è ricoverato un cardinale, la visita è improvvisata e non organizzata.

Volevo ringraziare tutti i presenti per la loro presenza e per questa accoglienza, così inaspettata. La mia visita è totalmente privata; invece vedo che si sono adunati tutti i professori, i medici, e poi le famiglie, molti, molti bambini, e questo mi porta una grande gioia, e sono grato perla presenza di tante persone, sono personalmente grato, riconoscente. E voglio, approfittando della circostanza che ci troviamo ancora nei primi giorni dell’anno ‘82, augurare a tutti un buon anno. Che sia un anno di pace, che sia un anno di speranza. I miei saluti vanno soprattutto verso i malati che si trovano in questa casa di cura, auguro a loro una guarigione, poi tutte le grazie. Perché non solamente il corpo deve essere guarito. Anche lo spirito umano deve essere guarito con la grazia. Deve essere sanato e santificato con la grazia, e questo auguro a tutti, tutti i malati che si trovano in questa casa.

Il rapporto con la sofferenza merita davvero un capitolo speciale nella biografia di Giovanni Paolo II. La sua storia personale, che egli stesso racconta appena uscito dal policlinico Gemelli il 14 agosto dell’81, assume un tono di ringraziamento a Dio e agli uomini per le preghiere, nelle parole che improvvisa al suo arrivo, lo stesso 14 agosto, a Castel Gandolfo.

Voglio salutare tutti con questa salutazione nostra: sia lodato Gesù Cristo. Voglio ringraziare per la vostra presenza cominciando dagli eminentissimi cardinali e terminando ai piu piccoli, bambini di otto mesi. (Applausi: urla di un bambino) Ecco! Grazie, grazie a Dio! Alcuni hanno detto: ecco il papa ritorna alla sua casa. Ho detto: pazienza. Finora al cortile di san Damaso, ma prima di tutto sono andato per rendere omaggio a S. Pietro apostolo nel suo sacrario, per ringraziarlo che ha voluto questo suo successore ancora un po’ (applausi). Nonostante tutti i rischi. E poi ho visitato anche le tombe dei mei predecessori, e ho dovuto pensare: poteva essere una tomba di più. Ma il Signore ha fatto diversamente, e la Madonna -- perché tutti ricordiamo bene che era il giorno 13 maggio -- ha cooperato a quel diversamente. Misercordia domini quia non sumus consumpti. Ecco tutto quello che posso dire in questa circostanza, ringraziando tutti voi non solamente per la vostra presenza ma soprattutto per le vostra preghiere, per il vostro amore. Non posso non sottolineare un fatto specifico: che il signor cardinale decano ogni giorno si presentava, ogni giorno si presentava nel Policlinico Gemelli per esprimere il legame, la comunione del collegio cardinalizio con il papa, e per dire anche il papa non dovrebbe essere qui, ma dovrebbe essere in Vaticano (applausi). Ecco, sono felice oggi che posso compiere, realizzare, quel voto sublime di vostra eminenza. A tutti ancora una volta -- perché stiamo in un certo periodo, un periodo qualificato dal punto di vista romano, questo si dice Ferragosto, no? -- allora un buon ferragosto a tutti. Sia lodato Gesù Cristo!

Giovanni Paolo II scherza sulla sua storia personale, e ne trae forza e insegnamento per sé e per tutta l’umanità. E ancora una volta non sono i documenti ufficiali a presentare questa umanità di Giovanni Paolo II, ma quelle parole pronunciate all’improvviso, magari per rispondere al saluto di un gruppo di bambini di una parrocchia romana. La prima visita del vescovo di Roma a una parrocchia dopo l’attentato dell’81, inizia così.

Voi sapete bene che dovevamo fare quell’incontro il giorno 24 maggio, 24 maggio, ma non la facevamo. Lo facciamo in ottobre dopo 5 mesi, perché ci voleva un po’ di pioggia. E oggi abbiamo questa pioggia che simboliza, simbolizza la fertilità della terra. E lo si sa, specialmente, nei paesi dove manca la pioggia, per esempio nei paesi africani. Lo si sapeva anche nella Terra Santa, nella Palestina, dove mancava la pioggia molte volte. E per questo incontriamo nei profeti, nella Sacra Scrittura del Vecchio Testamento molte volte la preghiera par la pioggia. La pioggia non solamente simbolizza ma anche realizza. Realizza la fertilità della terra. La stessa pioggia si può capire come un simbolo di una altra fertilità, fertilità del cuore umano, fertilità della vita spirituale, fertilità che proviene dalla Grazia. Ecco, la pioggia simbolizza la Grazia, la grazia di Dio.

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