Gratuità e memoria, la ricetta del Papa per i religiosi dell’Ecuador

Papa Francesco parla a sacerdoti, seminaristi, religiosi e religiose, Santuario della Virgen del Quinche, Ecuador, 8 luglio 2015
Foto: CTV
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Gratuità e memoria: Papa Francesco consegna questi due mandati a sacerdoti, religiosi e religiose dell’Ecuador che incontra nel Santuario della Virgen del Quinche, in quello che è il suo commiato dall’Ecuador. Gratuità e memoria, corroborate da quella specialità del popolo ecuadoregno, che è il fatto di “essere stato consacrato al Sacro Cuore di Gesù.”

Papa Francesco arriva al santuario della Virgen del Quinche dopo un passaggio alla Casa di Riposo delle Missionarie della Carità a Tumbaco,

Con le dieci suore di Madre Teresa che gestiscono la struttura, di cui per un po’ indossa anche i colori, si ferma in cappella a pregare e poi va a salutare uno per uno tutti i malati. Poi, il percorso di circa 27 chilometri, fino al santuario costruito nel 1928, in un posto che fosse facilmente raggiungibile da tutti, per andare a pregare la Vergine e incontrare i sacerdoti e religiosi dell’Ecuador.

C’è un discorso, tutto incentrato sulla figura di Maria, e sulla storia della Virgen di El Quinche, che il Papa consegna, e dunque viene considerato per letto. Va ripercorso, per comprendere la storia e l’importanza del santuario, e  per capire quale chiave di lettura dà alla storia della Virgen del Quinche il Papa. Ma il Papa “non ha voglia di leggerlo,” e comincia un discorso a braccio, incentrato sui concetti di gratuità e memoria.

Il punto di partenza è però la peculiarità del popolo ecuadoregno. Il Papa prende la parola dopo aver ascoltato i saluti di Mons. Celmo Lazzari, responsabile della Conferenza Episcopale Ecuadoregna per la Vita Consacrata, e le testimonianze di padre Silvino Mina e di Suor Marisol Sandoval. Esordisce il Papa: "In questi giorni  ho notato che c’era qualcosa di strano del popolo ecuadoregno. In tutti i luoghi dove io vado, l’accoglienza è sempre molto gioiosa, molto cordiale, molto devota, pia… ma c’era anche questa pietà, nel modo per esempio chiedere la benedizione dal più anziano fino al neonato, che la prima cosa che impara è fare questo gesto (della benedizione).”

In questo c’era qualcosa di diverso, e – racconta il Papa – “anche io ho avuto la tentazione di chiedere: quale è la ricetta di questo popolo? E pensavo a questa cosa, e pregavo e ho chiesto a Gesù varie volte: che cosa ha questo popolo di diverso? E questa mattina, pregando di impulso, ho pensato: questa consacrazione al Sacro Cuore!”

Dice il Papa: “Tutta questa ricchezza che avete voi, questa ricchezza spirituale, questa pietà, questa profondità, vengono dal fatto di aver avuto il coraggio perché era un momento difficile e umano che ci vuole tanto bene, e lo noto un po’ con questo… di sicuro siete peccatori, come me d’altronde, ma il Signore perdona tutti! Custodite questa consacrazione, è da questa consacrazione sento che viene questa cosa che vi rende diversi.”  

Poi il discorso a braccio. Il Papa parte da Maria, che “non visse da protagonista, ha sempre vissuto come discepola, in tutta la vita. È la prima discepola di suo figlio, e aveva la coscienza che tutto ciò che aveva portato era una pura gratuità di Dio, la coscienza della gratuità.”

Invita tutti, religiosi, religiose, seminaristi, a ripercorrere “il cammino di ritorno verso la gratuità con cui Dio vi ha scelto. Voi non avete pagato l’ingresso per entrare in seminario, per entrare nella  vita religiosa… non ve lo siete meritato… tutto è gratuito. Consiglio da fratello: tutti i giorni, la sera è il momento migliore, prima di andare a dormire, dite: ‘Tutto mi hai dato gratis’, in modo da tornare al posto giusto.”

Il Papa consiglia di leggere la Redemptoris Mater di San Giovanni Paolo II, sottolinea che si deve leggere più volte per capirla a fondo, e dice che lui ha detto che Maria, nel momento in cui il figlio era in croce, poteva pensare di essere stata imbrogliata, perché gli avevano detto che il figlio avrebbe salvato Israele. Ma lei “non lo ha detto e non si è permessa perché è la donna che sapeva che tutto ha ricevuto gratuitamente.”

Dopo la gratuità, la memoria. Il Papa chiede di curarsi dall’Alzheimer spirituale (una sua frase tipica), racconta la storia di come Dio ha scelto il Re Davide, il più piccolo di otto fratelli, attraverso il profeta Samuele, ritorna alla lettera di San Paolo a Timoteo in cui gli dice di non dimenticare le sue radici, e finisce con lo spiegare che ci si deve ricordare delle origini, e ritornare al sentimento di gratitudine della scelta di “ognuno di voi,” perché “nessuno di voi l’ha meritata. Chiedete la grazia di non perdere la memoria, di non sentirvi mai importanti.”

Gratuità e memoria devono scaturire nel servizio, e non fare altro, “servire quando siamo stanchi e servire quando la gente veramente ci disturba.” E poi, devono scaturire nella “gioia e nel fatto di godersi le cose. Questo è un dono che ci dà se glielo chiediamo e se non ci dimentichiamo di queste due colonne della vita sacerdotale il senso della gratuità e non perdere la memoria da dove ci hanno tolto.”

Il Papa aggiunge così il senso della gratuità al Sacro cuore, perché Gesù “si è fatto nulla, si è abbassato, si è umiliato, si è fatto povero per arricchire tutti noi con la sua povertà. Pura gratuità.” Alla quale aggiungere appunto “il senso della memoria. Facciamo memoria delle meraviglie che il Signore ha fatto nella sua vita. Questa grazia continui a benedire questo popolo ecuadoriano che voi dovete servire. E siete chiamati a servire e continui a benedirlo con questa peculiarità così speciale:”

Un discorso terminato con la consueta richiesta a pregare per lui, dopo un breve momento di preghiera davanti alla Virgen del Quinche, e dopo aver scritto sul libro d’oro. La statuetta della Virgen del Quinche fu scolpita nel 1586 in legno di cedro da don Diego di Robles. Un santuario in un posto che, già dai tempi dell’Impero Inca, si era costituito come un insediamento multietnico. E intorno a lei Papa Francesco aveva costruito il discorso che avrebbe dovuto leggere.

“Alcune tradizioni concernenti il titolo di Nostra Signora del Quinche – dice - ci dicono che Diego de Robles realizzò l’immagine su incarico degli indigeni Lumbicí. Diego non lo faceva per devozione, lo faceva per un beneficio economico. Dato che non poterono pagarlo, la portò a Oyacachi e la barattò per delle tavole di cedro. Diego inoltre non accolse la richiesta di quella gente di fare anche un altare all’immagine, finché, cadendo da cavallo, si trovò in pericolo e sentì la protezione della Vergine. Ritornò al villaggio e fece il piedistallo dell’immagine.”

Ricorda il Papa che “anche ciascuno di noi ha fatto l’esperienza di un Dio che ci viene incontro all’incrocio, che nella nostra condizione di persone cadute, abbattute, ci chiama. Che la vanagloria e la mondanità non ci facciano dimenticare da dove Dio ci ha riscattati!, che Maria del Quinche ci faccia scendere dalle nostre ambizioni, dai nostri interessi egoistici, dalle eccessive attenzioni verso noi stessi!”

Gli Oyacachi accettarono l’immagine perché identica alla Madonna apparsa a loro ripetutamente. Storie – ricorda Papa Francesco - “ci dicono che una ‘signora con un bambino in braccio’ visitò per alcuni pomeriggi di seguito gli indigeni di Oyacachi quando questi cercavano rifugio dagli assalti degli orsi. Varie volte Maria andò incontro ai suoi figli; loro non le credevano, dubitavano di questa signora, però restarono ammirati dalla sua perseveranza nel ritornare ogni pomeriggio al calar del sole.”

Papa Francesco sottolinea che “la Vergine Bambina è stata un dono di Dio per i suoi genitori e per tutto il popolo che aspettava la liberazione. È un fatto che si ripete frequentemente nella Scrittura: Dio risponde al grido del suo popolo, inviando un bambino, debole, destinato a portare la salvezza e che, allo stesso tempo, rinnova la speranza dei genitori anziani.”

E il fatto di dipendere dai doni di Dio, che sono i profeti, i giudici, i re, “ci libera dall’autoreferenzialità, ci fa comprendere che non ci apparteniamo più, che la nostra vocazione ci chiede di rinunciare ad ogni egoismo, ad ogni ricerca di guadagno materiale o di compensazione affettiva, come ci ha detto il Vangelo.”

“Non siamo mercenari, ma servitori; non siamo venuti per essere serviti, ma per servire e lo facciamo con pieno distacco, senza bastone e senza bisaccia,” ricorda il Papa.

La Vergine viene presentata al tempio, perché Dio “manda sempre un bambino” come segno della sua grandezza, e si allontana dai genitori senza guardarsi indietro, e va dritta per la sua strada, con perseveranza, senza guardarsi intorno.

Afferma il Papa: “In qualche modo, nell’immagine della Vergine bambina che sale al Tempio, possiamo vedere la Chiesa che accompagna il discepolo missionario. Insieme a lei ci sono i suoi genitori, che le hanno trasmesso la memoria della fede e ora generosamente la offrono al Signore perché possa continuare la sua strada; c’è la sua comunità rappresentata nel ‘seguito delle vergini’, nelle ‘sue compagne’, con le lampade accese (cfr Sal 44,15) e nelle quali i Padri della Chiesa vedono una profezia di tutti quelli che, imitando Maria, cercano con sincerità di essere amici di Dio, e ci sono i sacerdoti che la aspettano per riceverla e che ci ricordano che nella Chiesa i pastori hanno la responsabilità di accogliere con tenerezza e di aiutare a discernere ogni spirito e ogni chiamata.”

Poi Maria viene benedetta, si siede un po’ alle scale del tempio, e poi si alza e danza, con la gioia “di chi ha scoperto un tesoro e ha lasciato tutto per averlo.”

“Attraversare le soglie del Tempio – dice il Papa - esige di trasformarci come Maria in templi del Signore e metterci in cammino per portarlo ai fratelli. La Vergine, come prima discepola missionaria, dopo l’annuncio dell’Angelo, partì senza indugio verso un villaggio della Giudea, per condividere questa immensa esultanza, la stessa che fece sussultare san Giovanni Battista nel grembo di sua madre.”

Come Maria è uscita, così anche la Chiesa deve uscire per “evangelizzare.” E ritorna la storia del santuario, lo spostamento da Oyacachi al luogo attuale. Una delle ragioni è quella che più soddisfa il Papa: ““Qui è ed è stato più accessibile, è più comodo e vicino a tutti”.

Perché – aggiunge il Papa - “Una Chiesa in uscita è una Chiesa che si avvicina, che si adatta per non essere distante, che esce dalla sua comodità e ha il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo.”

Ed è il momento di tornare alle responsabilità, tra cui quella di “aver cura, di animare e di educare la devozione popolare che si tocca con mano in questo Santuario ed è tanto diffusa in molti Paesi latinoamericani.”  

Ritorna l’idea della pietà popolare, tanto cara a Papa Francesco. “Il popolo fedele ha saputo esprimere la fede col proprio linguaggio, manifestare i suoi più profondi sentimenti di dolore, dubbio, gioia, fallimento, gratitudine con diverse forme di pietà: processioni, veglie, fiori, canti che si trasformano in una magnifica espressione di fiducia nel Signore e di amore a sua Madre, che è anche la nostra.”

Così a Quinche, dove tutte le tradizioni confluiscono nel segno di Maria, il Papa chiede di affidare a lei “la nostra vocazione,” che “renda ciascuno di noi dono per il nostro popolo, che ci dia la perseveranza nell’impegno e nell’entusiasmo di uscire a portare il Vangelo di suo figlio Gesù – uniti ai nostri pastori – fino ai confini, fino alle periferie del nostro caro Ecuador.”

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