I 300 di Nomadelfia attendono Papa Francesco 38 anni dopo Giovanni Paolo II

La vista di Giovanni Paolo II a Nomadelfia nel 1980
Foto: Nomadelfia
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“Il Santo Padre verrà a riconoscere in don Zeno un grande amore alla Chiesa, che dirà ‘mi scorre nel sangue’, una grande obbedienza, una carità fondata su una grande fede e una speranza che ‘chi combatte con Cristo vince anche quando perde’.

Nomadelfia continua il suo cammino ricordando quest’anno alcune tappe della sua storia: il 14 febbraio 1948 (70 anni fa): la nascita di Nomadelfia come città nell’ex campo di concentramento di Fossoli. L’amore cristiano trasformava un campo di morte in un luogo di vita e di speranza. L’obiettivo era la creazione di una società alternativa, ripartendo dall’esempio delle prime comunità cristiane. Il 6 novembre 1968 (50 anni fa) don Zeno dava inizio all’esperienza della scuola familiare: un’esperienza educativa alternativa in sintonia con la vita della popolazione, che evitasse la competizione tra i figli e trasmettesse una visione generosa dello studio”: così Francesco Matterazzo, presidente della comunità di Nomadelfia, aveva presentato la visita che giovedì 10 maggio papa Francesco farà alla comunità nel grossetano fondata nel 1931 da don Zeno Saltini e che ospita poco più di 300 abitanti (50 famiglie e diverse persone singole).

A pochi giorni dalla visita pastorale abbiamo chiesto a Paolo Matterazzo, addetto stampa del popolo nomadelfo, di raccontarci l’attesa per la visita papale: “Nomadelfia attende l’arrivo di papa Francesco in un clima di preghiera e riconoscenza. I preparativi non ci distolgono  dalla consapevolezza di stare per ricevere un grande dono. Il papa viene a farci visita a 18 anni dal riconoscimento in via definitiva della ‘costituzione di Nomadelfia’ da parte della Santa Sede. Diventando  ‘maggiorenni’ confidiamo che papa Francesco venga a confermarci nella fede e ad accompagnarci in questo cambiamento d’epoca, in cui viviamo tutti”.

Nomadelfia è ‘un popolo nuovo’: a 70 anni dalla sua fondazione come si può oggi definirla?

“La novità di Nomadelfia come popolo è legata a due caratteristiche essenziali. Prima di tutto siamo un popolo di volontari: non si nasce Nomadelfi ma lo si diventa come risposta ad una vocazione. In secondo luogo è la novità del Vangelo che trasforma le relazioni umane e ci spinge sempre di più ad abbracciare la legge della fraternità che è la sostanza della nostra vita.  A proposito della fraternità, san Giovanni Paolo II così si rivolse ai Nomadelfi nel 1980: ‘La regola che si  chiama Nomadelfia è un preavviso un preannuncio di questo mondo futuro dove siamo chiamati tutti’”.

Quali assonanze ci sono tra la "Chiesa dei poveri" di don Zeno e la ‘Chiesa in uscita’ di papa Francesco?

“Quando nel 1941 Irene, giovane studentessa, va da don Zeno per farsi madre dei ragazzi che il prete emiliano aveva accolto, don Zeno non le chiede se ama i bambini ma ‘ami il popolo?’. La vocazione di Nomadelfia è essenzialmente una vocazione per il popolo e, naturalmente, per i più indifesi. Per questo don Zeno inizia il suo ministero sacerdotale accogliendo Danilo, un giovane appena uscito dal carcere, come ‘figlio’. E tanti altri come quando nel 1948 svuota il brefotrofio di Roma accogliendo a Nomadelfia 120 ‘scartini’, cioè bambini che nessuno voleva quando erano messi in fila per essere scelti per le adozioni”.

Don Zeno amava dire la Chiesa mi scorre nel sangue. Per quale motivo l’amava tanto?

“Per don Zeno la Chiesa è essenzialmente della Madre. Lo scrive ad esempio nel 1953, in ‘Non siamo d’accordo’, un libro che è anche una protesta contro le ingiustizie subite. Ma in questo libro dedica un capitolo alla Chiesa, che si conclude così: ‘E finalmente ho imparato che è una Madre anche perché ci compatisce tutti. Chi combatte la Chiesa non sa quello che fa, perché è bella come bella è la Vita. Gli uomini strapazzano la vita; gli uomini strapazzano la Chiesa. Amatela sul serio, ed in essa vi incontrerete con Cristo. Amatela tutti e l'umanità ritroverà se stessa’. Anche nel discorso alla sua ‘seconda Prima Messa’ commenterà gli anni della sofferenza e della laicizzazione in questa maniera: ‘La Chiesa faceva come le mamme. Quando c'è un figlio un po' brioso, tormenta la mamma e qualche scappellotto vola’. L’amore alla Chiesa nasceva dalla fede. Scrivendo a mons. Lefebvre per invitarlo a non uscire dalla Chiesa, ricordava una frase di un sacerdote di Carpi: ‘La Chiesa è divina ma cammina per terra’. Pur essendo cosciente degli errori di uomini di Chiesa, la sua visione era legata alla missione della Chiesa per cui sosteneva, nei momenti difficili, che pur di stare nella barca di Pietro era pronto a stare nella stiva assieme ai topi”.

Ad Ottobre ci sarà il sinodo della Chiesa sui giovani ed a novembre ricorrono i 50 anni dell'esperienza della scuola familiare: quale era il suo rapporto con i giovani?

“Don Zeno ha sempre invitato i giovani a non percorrere le vie sbagliate dei padri, ma ad andare controcorrente, a cercare il bene per essere utili al popolo. Fin dall’inizio voleva che i ragazzi accolti lo aiutassero nell’apostolato. Ma anche all’inizio delle Serate d Nomadelfia, li invitò a portare il Vangelo della danza. Nel portare la gioia del Vangelo nelle piazze, i giovani lavorano generosamente per un mondo diverso. Sempre nella logica di educarli alla fraternità, 50 anni fa diede inizio alla scuola familiare. Non ci doveva essere nel cuore del giovane l’idea di farsi una posizione, di scavalcare l’altro perché da questa competizione anche sui banchi di scuola ci si educa a combattere il fratello”.

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