“I nostri legami”. Un documento che punta a migliorare le relazioni ebraico-cristiane

Si chiama Kishreinu, ed è ancora una bozza di documento, destinato ad essere implementato. Ma, molto simbolicamente, è stato firmato il 22 novembre nell’Aula Nuova del Sinodo

Lauder e Koch, Aula Nuova del Sinodo, 22 novembre 2022
Foto: AG / ACI Group
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Kishreinu un ebraico significa “I nostri legami”. E così si chiama la bozza di documento che è stata firmata ieri dal Cardinale Kurt Koch, presidente del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, e l’ambasciatore Ronald Lauder, presidente del World Jewish Council. Un momento a suo modo storico, perché la firma è avvenuta nell’Aula Nuova del Sinodo, in occasione della riunione del Comitato Esecutivo del World Jewish Congress che si teneva appunto in Vaticano.

Così, mentre si avvicina il sessantesimo anniversario della dichiarazione Nostra Aetate, che regola i rapporti con le religioni non cristiane, c’è un nuovo impegno, una nuova “charta”, come l’ha chiamata il Cardinale Koch, che dà il senso di un impegno di reciproca comprensione.

Una charta che vuole approfondire i legami e portarli avanti secondo il principio ebraico del Tikkun Olan, la riparazione del mondo.

Nel suo discorso, il Cardinale Koch ha sottolineato che “il dialogo tra i nostri popoli non è solo un impegno, ma cresce con l’identità”, e che è “un obbligo interno”, considerando che “la Nostra Aetate parla del patrimonio comune di cristiani ed ebrei”.

E ancora, il Cardinale Koch ha ricordato che “in questi anni tutti i pregiudizi sono stati superati”, sono iniziate “riconciliazione e cooperazione” ed è “cresciuta l’amicizia personale”.

Ma soprattutto, ha aggiunto il Cardinale, c’è “un prevalente ateismo che tende a marginalizzare la religione”. E dunque non si può essere “alienati”, ci sono dei doveri comuni come quello di “aiutare i rifugiati o assistere tutte le persone che sono colpite da un conflitto crudele”, riconoscendo che “ogni guerra è una sconfitta dell’umanità”.

Le parole del Cardinale Koch era una risposta all’impegno lanciato dal World Jewish Congress. Il documento è stato lanciato, ma sarà chiuso in altre sessioni. Tuttavia, ha notato Lauder, “è la prima volta che il Vaticano ospita l’incontro di una organizzazione ebraica”.

Lauder ha sottolineato che la Nostra Aetate “ci ha dimostrato che quello che ci unisce è più forte di quel che divide”, e ha messo in luce il rifiuto dell’antisemitismo più volte delineato dai Papi, ricordando come a sua volta lui stesso abbia protestato, in un editoriale sul New York Times, dei silenzi sugli attacchi alle comunità cristiane.

La presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni ha invece messo in luce come “Il legame e il rafforzamento di un legame di lunga durata è una sfida anche per la comunità ebraica che deve trovare coraggio e fiducia di conoscere la cultura cattolica, leggerne pensiero e linguaggio per capire il pieno significato dei cambiamenti maturati e proposti”.

Di Segni ha anche ammesso che è un compito non facile, dato che “spesso l’atteggiamento difensivo prevale, perché secoli di prevaricazione sono difficili da eludere”.

L’auspicio è che la Santa Sede adotti la definizione di antisemitismo stabilita dall’International Holocaust Rimembrance Alliance, cosa che avrebbe – nota Di Segni – la capacità di fare girare la ruota dell’odio antisemita nell’inversa direzione”.

Sarà da vedere come verrà sviluppato il documento. Sarà, forse, una Nostra Aetate ebrea? Quella, probabilmente, è la speranza.

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