Il cardinale Cordes ad ACS: c'è una Chiesa malata di “correctness pastorale”

Il Cardinale Cordes
Foto: KIN
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La “politically correctness” è diventata “correctness pastorale” e, «dalla politica si è infiltrata nella Chiesa. Così che perfino tanti pastori vorrebbero adeguare il Vangelo allo spirito del tempo».

I risultati di questo orientamento pastorale sarebbero visibili: in Germania, secondo un sondaggio, solo il 16% degli intervistati crederebbero in un Dio persona. Questa analisi è stata tracciata dal cardinale Paul Josef Cordes, ex Presidente del Consiglio “Cor unum”, nel corso di un incontro organizzato da “Kirche in Not” (Aiuto alla Chiesa che Soffre, ACS) di Germania, sabato 2 giugno a Ratisbona. Presso il centro congressi Kolpinghaus di Ratisbona il cardinale Cordes – tra gli artefici insieme a San Giovanni Paolo II, delle Giornate mondiali della Gioventù – ha tenuto una relazione sul tema “Nuova evangelizzazione: una parola alla moda o spiraglio di luce?”.

Solo le comunità spirituali cristiane - di cui il cardinale Cordes nei suoi primi anni in Vaticano aveva il compito di occuparsi - possono contrastare questa tendenza. «All’inizio – ha confessato il cardinale Cordes, raccontando divertito il suo primo incontro con Kiko Argüello e Carmen Hernandez, iniziatori del Cammino neocatecumenale - vedevo questi movimenti con un certo scetticismo, che poi però ha lasciato spazio all’entusiasmo. Questi nuovi inizi della fede sono il segno che lo spirito di Dio è ancora attivo nella Chiesa. Queste comunità hanno il compito di richiamare ogni cristiano alla sua vocazione. Indipendentemente dalle appartenenze personali, ogni cristiano può imparare da queste comunità. Quanti cristiani cercano, in un mondo sempre più freddo e mondano, il calore del nido di una comunità di fede? Nemmeno una regolare frequentazione della messa domenicale può offrire questo».

Il vescovo di Ratisbona, monsignor Rudolf Voderholzer, durante l’omelia della messa celebrata nella chiesa collegiata dell’Antica Cappella ha ringraziato ACS anche per il suo impegno sul fronte della nuova evangelizzazione e dell’annuncio della fede. Impegno tanto più importante oggi: «Bisognerebbe davvero chiedersi se una Chiesa che non pungola più, sia davvero ancora in cammino seguendo le orme di Gesù», ha detto il vescovo di Ratisbona. Che in Germania vi sia libertà di religione non può inoltre far dimenticare tanti paesi del mondo dove i cristiani non sono liberi di professare e vivere la loro fede. In questo senso, ha aggiunto monsignor Voderholzer, «Aiuto alla Chiesa che Soffre è davvero una avvocata dei cristiani perseguitati nel mondo».

In Siria, per esempio. Qui, come riferisce padre Firas Lutfi, frate francescano da Aleppo, il pericolo dell’islamismo non è stato ancora del tutto disinnescato. «Esistono almeno una decina di milizie diverse nel paese – ha detto il francescano durante un talk show, cui ha partecipato anche il sacerdote nigeriano John Bakeni, moderato dalla direttrice di ACS di Germania, Karin Maria Fenbert - che arruolano i loro soldati dall’estero, anche dall’Europa. Su tutto questo però i media occidentali non offrono una panoramica obiettiva: presentano una situazione in cui sembrerebbe chiaro che è il buono e chi il cattivo. Ma nella realtà non è così facile stabilirlo. In questa guerra non si tratta più di libertà e democrazia, ma di interessi economici. Qui si fa geopolitica. La fanno gli USA come la Turchia che nel gennaio del 2018 ha intrapreso un’offensiva militare alla città di Afrin, a nord della Siria. La Siria non c’entrava nulla. Il vero punto della situazione è la questiona curda. Ma i curdi sono parte del popolo siriano.

L’unità del Paese dovrebbe essere la prima cosa. La Siria è un mosaico di diverse religioni ed etnie. Qui la fede cristiana ha radici centenarie. È la stessa fede dei martiri che sono rimasti qui, nonostante tutto. Per questo dobbiamo rimanere anche noi. Qui abbiamo vissuto in pace per molti secoli. Dobbiamo preservare questa pace collaborando con i musulmani, con cui personalmente ho buoni rapporti. Il terrorismo è un’altra cosa rispetto all’Islam».

Da circa due anni, dalla fine dei combattimenti ad Aleppo, padre Lufti si occupa di costruire centri per la cura dei traumatizzati o della formazione e della protezione dei bambini i cui padri sono morti in guerra. «Grazie ad ACS, che ci aiuta anche nella ricostruzione, possiamo dare loro un alloggio e prenderci cura di loro», ha concluso padre Lufti.

Anche in Nigeria, con il supporto dell’opera pontificia fondata da Padre Werenfried van Straaten, i bambini possono ricevere un’istruzione ed avere qualcuno che si prende cura di loro. «Lo Stato purtroppo ci ha piantato completamente in asso. Le società di fundraising se ne stanno alla larga oppure una dilagante corruzione le dirotta nelle mani sbagliate», denuncia don John Bakeni, sacerdote della diocesi di Maiduguri nel nord della Nigeria che coordina un servizio per rifugiati e sopravvissuti.

Sostenuto da ACS, il sacerdote nigeriano – che ha studiato presso il collegio Angelicum di Roma e ha difeso i colori dell’Angelicum nel campionato di calcio per sacerdoti e seminaristi Clericus Cup negli anni 2009 e 2011 – ha avviato un programma di assistenza per vedove i cui mariti sono stati uccisi dalla setta islamista Boko Haram. Di queste vedove ce ne sono circa cinque mila, è una vera e propria crisi umanitaria. Il problema dell’Islam è che la maggioranza dei musulmani tace invece di condannare il terrorismo.

In Nigeria Boko Haram ha ucciso 30 mila uomini e cacciati circa due milioni. La Germania dovrebbe controllare bene il background dei migranti che provengono da stati islamici, per evitare che abbia a soffrire quello che soffre la Nigeria con il terrorismo. Nel nostro paese Boko Haram può forse aver perso negli scontri a terra, ma stanno aumentando gli attentati suicidi. Ce ne sono ormai due o tre a settimana. La prossima sfida – ha concluso don Bakeni – sarà assistere il ritorno in Nigeria di coloro che sono fuggiti».

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