Il cardinale Müller: lo sviluppo totalitario non è antropologia cristiana

Il cardinale Müller
Foto: ACI Stampa
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Il nucleo di senso dell’esistenza umana e con ciò il perché della storia e di ogni sviluppo diventano manifesti nel riconoscimento di Dio, come prima origine e fine ultimo di tutta la creazione".

E’ questa la chiave dell’antropologia cristiana, ed è questa la chiave del lavoro del nuovo Dicastero dedicato alla sviluppo umano integrale voluto dal Papa.

Lo ha sottolineato il cardinale Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede Müller che ha aperto con la sua relazione sulla antropologia cristiana il primo congresso del nuovo dicastero che di fatto ancora non ha una vera struttura operativa.

Occasione del congresso i 50 anni della Populorum Progessio, un modo per fare il punto sulla dottrina sociale e sulla pastorale. Tutto però inizia per i cristiani dalla fede, spiega il cardinale “proprio perché per noi la ragione dell’uomo deve essere sempre considerata nel suo rapporto con la fede soprannaturale che la illumina, e perché comprendiamo la libertà e con ciò la nostra forza creatrice e la gioia che ne deriva in connessione con l’amore di Dio e del prossimo, siamo liberi dalla tragicità di un fato, destinato ai mortali, vano e condannato in eterno al fallimento”. Una libertà che ci rende capaci di agire in modo profondamente diverso da quelle “culture totalitarie” che impongono all’uomo il dominio di altri uomini. “Sviluppo totalitario - ha detto il cardinale-significa che la grande maggioranza degli uomini è il prodotto di pochi che impongono agli altri i loro desideri individuali, iniziando dai baby designer fino all’eutanasia di chi è stanco di vivere oppure è diventato inutile, fino ai laboratori sociologici di chi vuole rendere felice l’umanità con le sua teorie politiche ed economiche, ma in verità è solo schiavo delle sue fantasie di onnipotenza” e, prosegue il cardinale “il criterio di tali società del benessere per l’aiuto nei paesi in via di sviluppo è solo la civilizzazione propria dell’Europa e dell’America settentrionale, che sono prese per il culmine della storia dell’umanità. Dietro questo ci sta la negazione di altre culture come espressione autentica e legittima dell’humanum. La varietà arricchisce – questo non da ultimo è il messaggio di Pentecoste, quando tutti, in diverse lingue, annunciavano le grandi opere di Dio e, nella lingua dell’amore, all’improvviso gli uni comprendevano gli altri. Le monoculture sono rischiose non solo dal punto di vista agrario”.

Ecco perché il modo di lavorare del cristiano è diverso nel perseguire lo sviluppo: “Nella martyria e nella leiturgia, ma anche nella diakonia la Chiesa realizza la sua missione peculiare, quando annuncia e motiva la dignità dell’uomo. Il principio è l’uomo nella sua natura e con ciò ogni singolo uomo come persona e fine a sé stesso, e non deve mai farsi di lui un mezzo per altri fini al di sotto dell’altissima realizzazione della volontà di Dio riguardo alla persona dell’uomo. Il cristiano lotta contro i mali fisici e morali e contribuisce in modo costruttivo a condizioni di vita degne dell’uomo, poiché alla base della sua dignità competono a ciascuno alloggio, alimentazione e vestimento; poiché il lavoro per guadagnarsi da vivere per sé stesso e per la propria famiglia nobilita, e perché il lavoro in quanto  sviluppo delle proprie capacità contribuisce ad approfondire la coscienza della propria dignità. Poiché l’uomo è un essere spirituale e dotato di libertà, gli compete la partecipazione nella politica, nella società e in tutte le realtà di vita terrestri, la cui relativa autonomia è riconosciuta dalla Chiesa e dal suo magistero”.

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