Il culto delle reliquie legate a Maria tra leggenda e pietà popolare

Dalla Sacra Cintola, all'anello nuziale come è nata la tradizione e la venerazione di questi oggetti

La esposizione della Sacra Cintola a Prato
Foto: Diocesi di Prato
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La “Presentazione della Beata Vergine Maria al Tempio”, è  una festa grande per la Chiesa. Festa che ci fa entrare in uno dei più grandi misteri che vede protagonista una Maria “insolita”: la Madre di Gesù, vista in uno degli episodi più importanti della sua infanzia. Quando si pensa a Maria, di solito, si ha l’immagine dello “Stabat Mater dolorosa”, della Vergine sotto la Croce. E proprio di quest’ultima - lo sappiamo bene - esistono per tradizione diverse reliquie.

Poco si sa, invece, di quelle che la pietà popola attribuisce a Maria. Eppure non sono poche, come: la sacra cintola; l’anello delle nozze con Giuseppe; il Maphorion custodito nella chiesa di Santa Maria in Regola, ad Imola; e il Velo della Madonna, custodito nel Sacro Convento di Assisi.

La Fede è sì esperienza dell’anima, e potremmo dire dello Spirito di cui abbiamo  sempre l’impressione di un “qualcosa” di rarefatto, di “non concreto”.

Ma, molto spesso la pietà popola ha bisogno di segni tangibili, di “cose” che possano richiamare alla nostra memoria una persona. Le reliquie, in fondo, ricoprono nella Chiesa proprio questo ruolo: quello di rendere, in una certa misura, visibile l’invisibile.

Quelle di Maria hanno in comune una città: Costantinopoli, centro religioso fondamentale per l’accrescimento della venerazione al culto della Beata Vergine. 

Il culto mariano a Costantinopoli crebbe d’intensità, infatti, quando proprio queste  presunte reliquie arrivarono nella capitale dell’Impero Bizantino: furono questi “oggetti” a  costituire definitivamente l’incoronazione della Vergine Maria come patrona e protettrice di Costantinopoli. Il grande successo di queste reliquie si ebbe soprattutto nel V secolo. E che

La sacra cintola viene custodita a Prato  è una sottile striscia di lana finissima di capra, lunga 87 cm, di colore verde, broccata in filo d’oro. I suoi estremi sono nascosti da una nappa su un lato e da una piegatura sul lato opposto, tenute da un nastrino in taffetà verde smeraldo.

Ma come è arrivata fino a noi? E perchè si trova nel duomo di Prato?  La tradizione vuole che sia stata donata da Maria stessa a San Tommaso: così narrano i Vangeli apocrifi. Era la prova della sua Assunzione in anima e corpo. San Tommaso - sono sempre i Vangeli apocrifi a parlarne - prima di partire per le Indie, la consegnò ad un sacerdote di Gerusalemme.  Da qui, inizierà il suo lungo viaggio: un pellegrinaggio non proprio facile, intervallato in diverse tappe, fin quando giunse nelle mani di tale Michele Dagomari da Prato. Fu lui a ricevere la sacra reliquia come dote per il matrimonio della figlia, per poi donarla alla cittadinanza di Prato. Nel 1174, la sacra cintola, fu poi trasportata con una processione importante, solenne nel duomo della città di Prato e collocata all’interno dell’altare maggiore.

C’è  poi un’altra reliquia, un “simbolo” importante della vita di Maria, che è possibile venerare. “Un simbolo che prese la parola”, scriverebbe Karol Wojtyła, nella sua “La bottega dell’orefice”: l’anello nuziale di Maria. La Vergine lo avrebbe consegnato all’apostolo Giovanni prima di morire. La funzione dell’anello - che si trova nella cattedrale di Perugia dal 1488 - date le sue caratteristiche (forma, materiale, peso), sembra però avvalorare la tesi che si tratti di un anello-sigillo del primo secolo d. C., proveniente pare dall’oriente. Di certo, sappiamo, che il prezioso monile era custodito, fino alla seconda metà del 1400,  nella chiesa dei francescani di Chiusi fino a quando frate Vinterio da Magonza lo portò a Perugia, nel 1473.  La tradizione ci ricorda anche altri due anelli, oltre a quello di Perugia. Quello di “fidanzamento”, conservato prima del rogo nella Cattedrale di Notre-Dame a Parigi. E  quello detto "giornaliero" conservato a Messina nella chiesa di San Giuseppe.

Maria aveva un manto che le copriva le spalle e il capo. Quante volte l’abbiamo vista raffigurata così da pittori di tutti i secoli, o in qualche film. Questo velo si chiama  maphorion, e reca impresse tre stelle, simboli siriaci della verginità. Ci sono due diverse tradizioni che narrano il ritrovamento di questa importante reliquia mariana. Ma come è giunto a noi questo bellissimo mantello?

Esistono due tradizioni a riguardo che però non hanno conferma storica. La prima tradizione ci parla della sua scoperta  dai patrizi  Galbio e Candidus durante il regno dell'Imperatore Leone I (457-474): ritrovarono il mantello nella città di Cafarnao, in Palestina, lo  portarono a Costantinopoli dove rimase fino alla conquista turca del 1453.

La seconda tradizione, invece ci dice che il Maphorion rimase a Costantinopoli fino al 568. Solo successivamente vide l’attuale collocazione: la chiesa di Santa Maria in Regola ad Imola.

Infine c’è il velo che è custodito nel Sacro Convento di Assisi ed è stato donato al convento francescano da tale Tommaso degli Orsini, nobile famiglia romana.

Tommaso, dopo esser sopravvissuto all’ultima crociata (1319) donò questo velo considerato una reliquia  che aveva avuto dal Pascià di Damasco, suo prigioniero di guerra. Per grazia ricevuta volle fare dono della reliquia al convento: doveva ringraziare San Francesco d’Assisi per esser scampato al pericolo. 

E un altro francescano San Giuseppe da Copertino, il frate mistico del ‘600,  durante uno dei suoi famosi rapimenti mistici in cui si levava da terra, domandò alla Madonna se fosse quello il velo realmente da lei indossato. La Madonna rispose: “Credimi, figlio, quello è il mio velo, e mi servì per avvolgere il Bambino Gesù”.

La pietà popolare e la tradizione del culto di Maria ha fatto nascere leggende e storie che dimostrano come ogni oggetto possa essere un modo per farci ricordare un momento della vita di Gesù e della Sacra Famiglia.

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