Papa Francesco a Ginevra, l'attesa della missione italiana degli scalabriniani

La sala principale della sede del CEC
Foto: CEC
Facebook Twitter Google+ Pinterest Addthis

Giovedì 21 giugno il Papa visiterà il Centro ecumenico di Ginevra in occasione del 70° anniversario della sua fondazione. Fanno parte di questo Centro circa 350 Chiese protestanti, anglicane, ortodosse e veterocattoliche e comunità ecclesiali presenti in 110 paesi del mondo. Il Centro fu fondato il 23 agosto 1948 ad Amsterdam e ha sede a Ginevra. La Chiesa cattolica non è membro di questo Centro, ma teologi cattolici lavorano in importanti commissioni come membri a pieno titolo.

Inoltre, ogni anno si riunisce un gruppo di lavoro della Chiesa cattolica e del Centro ecumenico. Il motto della visita ‘Camminare – Pregare – Lavorare insieme’ rispecchia il tema del Pellegrinaggio di Giustizia e Pace, adottato dall’ultima assemblea del CEC come un leitmotiv di tutte le sue attuali attività. Riflette anche ciò che è stato definito da papa Francesco un ‘ecumenismo del camminare insieme’. Infatti in molte occasioni il papa ha incoraggiato le Chiese a camminare insieme nel testimoniare la loro fede e nell’affrontare le nostre sfide contemporanee.

Ed il significato di questa visita di papa Francesco è stato descritto dal card. Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani: “La visita costituirà un’occasione per rendere grazie a Dio per una lunga e ricca collaborazione che la Chiesa cattolica mantiene con il CEC da oltre mezzo secolo. In effetti, i nostri rapporti sono iniziati durante la preparazione del concilio Vaticano II. Il Vaticano II impegnò la Chiesa cattolica nell’attuale movimento ecumenico e aprì una nuova pagina nella storia delle nostre relazioni con il Consiglio ecumenico mondiale delle Chiese, dando origine a uno spirito di riavvicinamento e di reciproca comprensione.

Sebbene la Chiesa cattolica non sia membro del CEC, vari dicasteri della curia romana e diverse organizzazioni cattoliche o comunità religiose collaborano strettamente con le sue diverse aree programmatiche. Esiste una buona collaborazione nel campo della giustizia e della pace, dei diritti umani, delle opere di carità e degli aiuti umanitari, in particolare per quanto riguarda i migranti e i rifugiati, la custodia del creato, i giovani, il dialogo interreligioso, la missione e l’evangelizzazione. La più sviluppata è la collaborazione tra il CEC e il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, che si svolge anche attraverso vari canali”.

Per comprendere l’attesa per questo pellegrinaggio ecumenico abbiamo contattato padre Antonio Grasso, direttore della missione scalabriniana di lingua italiana a Berna: “Nella Svizzera tedesca non se ne parla. Credo che la visita del Papa sia stata mantenuta a livello diocesano e non confederale”.

Il tema del pellegrinaggio è ‘Camminare, pregare e lavorare insieme’: dopo 70 anni quanti passi sono stati compiuti?

“Nella Svizzera tedesca si lavora molto nel settore ecumenico. Le parrocchie svizzere hanno molti appuntamenti con la chiesa riformata. Addirittura c’é chi sta ipotizzando la condivisione degli spazi, alienando qualche chiesa/strutture parrocchiali”.

Su quali basi si può realizzare la comunione tra le Chiese?

“Tornando al centro: Gesù, e relativizzando (non perché non importanti) le tradizioni confessionali”.

Quali sono le attese dei giovani verso la Chiesa?

“In generale i giovani chiedono alla Chiesa di essere più spontanea, più concreta, partire dalla diaconia, dal sociale, e non dalla liturgia. E’ cambiamo il modo dei giovani di vivere l’appartenenza, e dunque se ci aspettiamo che vengano in chiesa con la classica modalità del gruppo che inizia un cammino ad agosto e finisce in giugno, questo non esiste più”.

In breve quale è oggi la vostra 'missione' in Svizzera?

“Siamo come una parrocchia, cercando di proporre cammini di fede ad intra e tanta collaborazione ad extra. Oltre alle ‘normali’ attività pastorali, facciamo tanta attività sociale verso i migranti economici e verso i rifugiati. Collaboriamo con le istituzioni ecclesiali e sociali svizzere. Cerchiamo di comunicare in un modo dinamico la fede. Investiamo nei social media… cerchiamo di coniugare sempre vita e fede”.

Allora quale è la storia della missione italiana in Svizzera?

“La Missione Cattolica Italiana di Berna esiste dal 1927 con l’arrivo dei sacerdoti bonomelliani, fondati dal vescovo di Cremona, mons. Geremia Bonomelli, proprio per l’assistenza agli italiani emigrati in Europa. Dal 1947, per mancanza di sacerdoti bonomelliani, essa è affidata dalla Santa Sede alla Congregazione Scalabriniana. Gli italiani erano già tanti e crescevano a vista d’occhio, trasportati da tre-quattro treni giornalieri carichi di giovani in cerca di lavoro. Assieme a pochi operai specializzati usciti dalle industrie toscane, emiliane e liguri, i più provenivano dal Veneto, dal Friuli e dalla Lombardia ed erano in gran parte collaboratrici domestiche, manovali, muratori, contadini.

In quegli anni a Berna erano centinaia gli italiani in cerca di un luogo di incontro per tutti i giorni, e ancor più per il sabato e la domenica. Fortunatamente ci accolse la parrocchia ‘SS. Trinità’ che mise a nostra disposizione la cripta della chiesa e, quando era libera, la grande sala contigua. Nel corso degli anni il nostro lavoro, sostenuto da decine e decine di collaboratori laici, si era esteso oltre il cantone bernese ed arrivava già in quello di Solothurn e di Neuchâtel e poi ancora fin sulle alpi bernesi dove i nostri italiani costruivano dighe per le centrali elettriche, e nei convitti dei cantoni di Berna, Zug, Glarus per attività di formazione tra le migliaia di giovani italiani”.

Ti potrebbe interessare