Il Papa a Quito: la Chiesa sarà sempre vicina ai più deboli e fragili

Il Papa e il Presidente
Foto: @Osservatore Romano
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C’è vento e il cielo è nuvoloso a Quito, ma la gente è illuminata dal sole della gioia di ricevere il Papa. Così la grande orchestra che esegue l’inno nazionale è accompagnata dai bambini che in costume salutano Papa Francesco sulla pista dell’aeroporto a 2800 metri. Il presidente Correa abbraccia il Papa cui il vento ha rubato lo zucchetto.

Nel saluto si parla subito della cura della “casa comune” della natura così determinante in Ecuador dove si vive quasi tra le nuvole. E il Papa ringrazia il presidente per averlo citato “anche troppo” nel suo saluto.

“Ho visitato l’Ecuador in diverse occasioni per motivi pastorali- dice il Papa- così anche oggi, vengo come testimone della misericordia di Dio e della fede in Gesù Cristo.”

Francesco ricorda i santi, i beati come Mercedes di Gesù Molina, beatificata a Guayaquil trent’anni fa durante la visita del Papa san Giovanni Paolo II. “Oggi- spiega il Papa- anche noi possiamo trovare nel Vangelo le chiavi che ci permettono di affrontare le sfide attuali, apprezzando le differenze, promuovendo il dialogo e la partecipazione senza esclusioni, affinché i passi avanti in progresso e sviluppo che si stanno ottenendo garantiscano un futuro migliore per tutti, riservando una speciale attenzione ai nostri fratelli più fragili e alle minoranze più vulnerabili che sono i problemi che ha tutta l' America latina. Per questo scopo, Signor Presidente, potrà contare sempre sull’impegno e la collaborazione della Chiesa per dare dignità agli ecuadoregni."

Poi guarda le nuvole e parla del punto più alto della terra che è proprio qui “il punto più vicino allo spazio esterno: è il Chimborazo, chiamato per questo il luogo “più vicino al sole”, alla luna e alle stelle. Noi cristiani paragoniamo Gesù Cristo con il sole, e la luna che non brilla di luce propria e se si allontana da Cristo che è la luce perde senso. Che in queste giornate si renda più evidente a tutti noi la vicinanza del “sole che sorge dall’alto” (cfr Lc 1,78), e che siamo riflesso della sua luce, del suo amore.”

Quello del Papa è un saluto alla nazione intera “dalla cima del Chimborazo, fino alla costa del Pacifico; dalla selva amazonica fino alle isole Galapagos; non perdete mai la capacità di rendere grazie a Dio per quello che ha fatto e fa per voi; la capacità di difendere il piccolo e il semplice, di aver cura dei vostri bambini e anziani, che sono la memeria del popolo, di avere fiducia nella gioventù, e di provare meraviglia per la nobiltà della vostra gente e la bellezza singolare del vostro Paese che secondo il presidente è il paradiso!"

Correa indossa una camicia ricamata tipica dell’Ecuador, il Papa parla con lui come con un vecchio amico mentre le delegazioni si scambiano i saluti di rito.

Il presidente da il benvenuto al Papa nella “sua” America, poi parla della “rivoluzione” contro le ingiustizie, della difesa della famiglia e della cura della “casa comune” per dare diritti alla natura, con la flora e la fauna dei tanti parchi, ma anche con le diverse e multicolori realtà umane.

Il gran peccato dell’America è l’ingiustizia, dice Correa e ricorda Puebla, ma il divario tra ricchi e poveri è uno scandalo. “E lei come gigante morale o ha detto ai responsabili degli stati riuniti a Panama” dice Correa. La povertà si combatte con la giustizia, aggiunge.

La questione morale più forte in America Latina è la questione sociale, dice il Presidente e rilegge la Laudato sì, e ricorda le parole di Giovanni Paolo II sulla proprietà privata e la responsabilità di tutti alla tutela della terra, i problemi del mercato e della distribuzione dei beni.

Parla della migrazione Correa, la soluzione non sono le frontiere, dice, ma la possibilità di una vita dignitosa.

Correa ricorda il ruolo dell’ episcopato Latino Americano nella attenzione ai più poveri, ricorda Romero e Proaño, vescovo degli indios, e Helder Camara e conclude “ Benvenuto a casa sua Santo Padre.”  Infine lo scambio dei doni, la musica e il Papa ha lasciato l'aeroporto diretto in nunziatura.

Ancora in serata a Quito si sentiva una folla di persone inneggiare al Papa; il Pontefice ha sentito le loro grida e è uscito dalla Nunziatura per salutarle. Papa Francesco ha poi invitato tutti a recitare un’Ave Maria, ha salutato tutti i fedeli ed è andato a riposare. 

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