Il Papa a Sarajevo, città monito per l'Europa

Cattedrale di Sarajevo, 4 giugno 2015
Foto: Andreas Dueren / ACI Group
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Giovanni Paolo II aveva parlato di Sarajevo come una nuova Gerusalemme. Ma in realtà Sarajevo rappresenta prima di tutto un monito per l’Europa. Perché la guerra, terribile e fratricida, che la scossa all’inizio degli Anni Novanta ha rappresentato una novità assoluta nel panorama delle guerre del Paese balcanico. Una guerra di annientamento come non ce n’erano mai state. Una guerra che è il risultato diretto del pensiero debole che la pioggia acida del comunismo aveva diffuso.

Vero, il Paese non è mai stato quieto. Dal XIV secolo, quando gli Ottomani presero il controllo del Paese, la guerra è diventato una sorta di stato permanente, con alcuni intervalli. Come se non ci si potesse abituare alla pace. Ma c’era sempre un senso della dignità umana, dato dalle religioni che a Sarajevo si dividono per etnie, che faceva sì che le guerre si mantenessero su un livello  normale. Guerre per creare sudditi. Non guerre per annientare l’avversario. Poi, negli Anni Novanta, il conflitto che esplode violentissimo nei Balcani, dopo l’esplosione della grande federazione yugoslava. Un conflitto nuovo, che ha appunto l’obiettivo dell’annientamento delle altre etnie.

È qui che ci ha portato il pensiero debole. Chissà se Papa Francesco rifletterà su questo, in uno dei discorsi che terrà a Sarajevo il 6 giugno. Ieri il tappeto rosso per il cerimoniale d’accoglienza veniva ripulito, la sua lunghezza provata sulla pista di atterraggio. Il lungo viale che dall’aeroporto porta verso il centro, un tempo territorio dei cecchini che sparavano a qualunque cosa che si muovesse perché “se c’è qualcosa che si muove, c’è vita e non deve vivere,” ora è decorato con le bandiere gialle e blu della Bosnia e quella del Vaticano intrecciate, mentre di quando in qua fa capolino il manifesto della visita.

Passando, Papa Francesco vedrà i cimiteri che sono sorti nei giardini della città, durante il lungo assedio. Nessuno poteva uscire, e così i morti si seppellivano dove si poteva, nei giardini pubblici dove ancora giovani donne vanno a piangere compagni o amici persi in una guerra che tutti oggi definiscono assurda. E poi ci sono gli edifici: alcuni sono lasciati così, con i buchi dei proiettili, e il tassista ci tiene a mostrarli. La guerra è un ricordo vivo, tutti l’hanno vissuta. Nessuno la vuole vivere più.

Qui lo chiamano Papa Franjo, e lo aspettano con ansia. Non solo i cattolici. Ci sono dei problemi in comune per le quattro religioni presenti a Sarajevo, cattolici, ortodossi, islamici ed ebrei. In primis, quello delle proprietà espropriate dal comunismo, e mai restituite. Ci sono trattative in corso, per tutti. Come ci sono trattative per avere i giorni religiosi festivi, e la Chiesa cattolica si è fatta promotrice di un accordo che concede cinque giorni festivi ad ogni religione.

Sono i problemi pratici, che rispecchiano però un dramma reale. Benedetto XVI l’aveva chiamata, nel suo viaggio in Germania, la pioggia acida del Comunismo, e qui ha distrutto anche il sentimento religioso. Più che andare a curare e rimarginare le cicatrici della storia, il comunismo ha coperto tutto con una patina di fratellanza universale, che però non andava alle radici dell’uomo. È questa la radice di una guerra di annientamento nella quale nessuno vuole tornare. Ma dalla cui mentalità nessuno si riesce a staccare. Perché cinquanta anni di socialismo reale sono duri a morire, e la mentalità secolare resta attaccata anche in quanti professano una religione.

Infatti, tutte le religioni sono state attaccate durante la guerra. Si sono perse chiese cattoliche e ortodosse, ma anche moschee, tantissime, e persino sinagoghe. Semmai, il problema è venuto dopo, quando la Bosnia Erzegovina è stata costituita come uno Stato con due nazioni, una Repubblica Serba e una Federazione Musulmano croata, con il potere diviso tra tre presidenti che esprimono le etnie serba, croata e bosniaca (ovvero ortodossa, cattolica e musulmana) che presiedono ciascuno per turni di otto mesi, mentre un Inviato Speciale delle Nazioni Unite passa mano a mano i poteri all’esecutivo. Tutto molto complicato, delineato per fotografare uno stato di cose esistente, piuttosto che per risolvere i problemi. Tutto molto burocratico, alla fine, e questo di certo non contribuisce a cambiare il cuore delle persone.

 

Ed è per questo che Sarajevo resta un monito, specialmente per l’Europa. Dove il problema è proprio il pensiero debole che strappa l’uomo dalle radici della storia. Dove ogni religione diventa uno strumento per il potere secolare. E dove alla fine si covano le guerre di annientamento dell’altro, perché di fronte alla tolleranza per il pensiero dell’altro c’è l’intolleranza per qualunque pensiero diverso. Forse non è un caso che qui, cento anni fa, iniziò la Prima Guerra Mondiale. E prima della guerra di Sarajevo, raccontano che l’impronta dei passi di Gavrilo Princip fosse ancora lì, di fronte il Ponte Latino, ben visibile a tutti, quasi un monito sulle conseguenze nefaste della guerra. Ma la guerra nei Balcani ha fatto scomparire anche questo segno. Come anche se la storia, dopo il pensiero di Dio, fosse stata annientata. Per questo, il Papa viene atteso con speranza. La vera sfida però è far permanere la spinta emotiva che farà questa visita. Magari smentendo gli scettici, che sottolineano come queste manifestazioni di massa servono solo a nascondere i problemi.

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