Il Papa ai giovani: Gesù vi chiama a lasciare una impronta nella storia

Il Papa con i giovani al Campus Misericordiae
Foto: Alan Holdren / CNA
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Santa Faustina, una testimonianza di conversione, poi la violenza del terrorismo e delle guerre, filmati e coreografie semplici e d’impatto per la prima parte della veglia della GMG di Cracovia.

Il Papa arriva poco dopo le 19, e si mette in ascolto. Una polacca, poi una ragazza di Aleppo che lavora con i salesiani. E poi l’incomunicabilità di chi isola e che ritrova grazie alla misericordia la dignità di essere umano. Perdona coloro che hanno fatto del male, e partano le immagini di Giovanni Paolo II che perdona il suo attentatore.

I volti dei ragazzi, migliaia di foto, diventano il volto di Gesù,  e così si arriva a parlare della gioia per coloro che sono tristi, ci sono i ragazzi che non sperano più. Ed è sempre Santa Faustina che porta la misericordia.

E c’è un ragazzo ex tossicodipendente del Paraguay recuperato nella “Fazenda della Esperanza”, che ora è responsabile di un centro di recupero.

Ad ognuno di loro il Papa risponde: A Rand risponde con la preghiera: “Siamo “figli” di nazioni che forse stanno discutendo per vari conflitti, o addirittura sono in guerra. Altri veniamo da paesi che possono essere in “pace”, che non hanno conflitti bellici, dove molte delle cose dolorose che succedono nel mondo fanno solo parte delle notizie e della stampa” dice il Papa.

E per noi, dice, “non sono più una cosa anonima, non sono più una notizia della stampa, hanno un nome, un volto, una storia, una vicinanza”.

E quando prendiamo contatto con la realtà, “tutti sentiamo l’invito a coinvolgerci: “Basta città dimenticate”, come dice Rand; mai più deve succedere che dei fratelli siano “circondati da morte e da uccisioni” sentendo che nessuno li aiuterà”.

E poi parla con Natalia e Miguel perché “siete segno vivo di quello che la misericordia vuole fare in noi”.

Ecco perchè, dice il Papa “non ci metteremo a gridare contro qualcuno, non ci metteremo a litigare, non vogliamo distruggere. Noi non vogliamo vincere l’odio con più odio, vincere la violenza con più violenza, vincere il terrore con più terrore. E la nostra risposta a questo mondo in guerra ha un nome: si chiama fraternità, si chiama fratellanza, si chiama comunione, si chiama famiglia. Festeggiamo il fatto che veniamo da culture diverse e ci uniamo per pregare”.

In silenzio tenendosi per mani i ragazzi e il Papa hanno pregato a lungo. Poi di nuovo il Papa pensa agli Apostoli nel giorno di Pentecoste, chiusi per la paura, ma “venne lo Spirito Santo e delle lingue come di fuoco si posarono su ciascuno di essi, spingendoli a un’avventura che mai avrebbero sognato”.

Il Papa torna alle testimonianze, “quando la paura si rintana nella chiusura, va sempre in compagnia di sua “sorella gemella”, la paralisi”.

Ma la felicità non è un “divano”, spiega il Papa ai ragazzi: “Un divano che ci aiuti a stare comodi, tranquilli, ben sicuri” contro “ogni tipo di dolore e timore”. E alla fine ci “troviamo addormentati, ci troviamo imbambolati e intontiti mentre altri – forse i più vivi, ma non i più buoni – decidono il futuro per noi”.

E il Papa torna a scuotere i ragazzi: “siamo venuti per un’altra cosa, per lasciare un’impronta. E’ molto triste passare nella vita senza lasciare un’impronta. Ma quando scegliamo la comodità, confondendo felicità con consumare, allora il prezzo che paghiamo è molto ma molto caro: perdiamo la libertà”.

Ma “Gesù non è il Signore del confort, della sicurezza e della comodità. Per seguire Gesù, bisogna avere una dose di coraggio, bisogna decidersi a cambiare il divano con un paio di scarpe che ti aiutino a camminare su strade mai sognate e nemmeno pensate, su strade che possono aprire nuovi orizzonti, capaci di contagiare gioia, quella gioia che nasce dall’amore di Dio, la gioia che lascia nel tuo cuore ogni gesto, ogni atteggiamento di misericordia”.

E c’è tanta gente che non vi vuole liberi, dice il Papa, e allora bisogna difendere la libertà.

Ci vuole un po’ di pazzia di Dio che invita tutti ad essere protagonisti: “In tutti gli ambiti in cui vi trovate, l’amore di Dio ci invita a portare la Buona Notizia, facendo della propria vita un dono a Lui e agli altri”.

E non è una vita per pochi eletti, dice il Papa, ma per “quelli che sono disposti a condividere la loro vita con gli altri” grazie alla trasformazione dello Spirito.

Allora “Dio viene a rompere le nostre chiusure, viene ad aprire le porte delle nostre vite, delle nostre visioni, dei nostri sguardi. Dio viene ad aprire tutto ciò che ti chiude. Ti sta invitando a sognare, vuole farti vedere che il mondo con te può essere diverso. E’ così: se tu non ci metti il meglio di te, il mondo non sarà diverso”.

E oggi la storia “ci chiede di difendere la nostra dignità e non lasciare che siano altri a decidere il nostro futuro” perchè “quando il Signore ci chiama non pensa a ciò che siamo, a ciò che eravamo, a ciò che abbiamo fatto o smesso di fare. Al contrario: nel momento in cui ci chiama, Egli sta guardando tutto quello che potremmo fare, tutto l’amore che siamo capaci di contagiare”.

Ripete con forza il Papa: “Vorrebbero farci credere che chiuderci è il miglior modo di proteggerci da ciò che ci fa male. Oggi noi adulti abbiamo bisogno di voi, per insegnarci a convivere nella diversità, nel dialogo, nel condividere la multiculturalità non come una minaccia ma come un’opportunità: abbiate il coraggio di insegnarci che è più facile costruire ponti che innalzare muri!”.

Una lunga catena di mani che si stringono e poi il Papa conclude: “Oggi Gesù, che è la via, ti chiama a lasciare la tua impronta nella storia. Lui, che è la vita, ti invita a lasciare un’impronta che riempia di vita la tua storia e quella di tanti altri. Lui, che è la verità, ti invita a lasciare le strade della separazione, della divisione, del non-senso. Ci stai? Cosa rispondono le tue mani e i tuoi piedi al Signore, che è via, verità e vita? Il Signore benedica i vostri sogni".

Poi la preghiera per la adorazione eucaristica, davanti ad una magnifico ostensorio sull'altare, il Papa in piedi e al suo fianco i ragazzi in ginocchio. 

E alle 21 secondo la tradizione polacca il Papa e i giovani hanno pregato Maria cantando.

 

 

 

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