Il Papa ai nunzi: pastori legati a Pietro

Il Papa celebra la Messa a Santa Marta con i nunzi
Foto: Osservatore Romano
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Lungo e articolato il discorso di Papa Francesco ai nunzi che hanno partecipato a Roma al Giubileo della Misericordia, con un riferimento principale: il nunzio non è un uomo di carriera ma un pastore.

Francesco ha riletto il ruolo del rappresentate pontificio alla luce delle parole di Paolo VI e ha in particolare ricordato che il nunzio rappresenta il Papa e la nunziatura è così la casa del Papa, e il Papa è a Roma “qui Pietro c’è oggi, ci sarà domani e ci sarà sempre”.

Francesco ringrazia per le comunicazioni, ringrazia per l’impegno nella vita dei paesi, che, dice, per quella umiltà e “l’atteggiamento sereno di stare dove il Papa l’ha voluto e non con il cuore distratto dall’attesa della prossima destinazione. Essere lì per intero, con mente e cuore indivisi; smontare le proprie valigie per condividere le ricchezze che si portano con sé, ma anche per ricevere quanto non si possiede ancora”.

Una vita pienamente all’interno del paese dove si vive. E “la formazione delle coscienze è il nostro primordiale dovere di carità e ciò richiede delicatezza e perseveranza nella sua attuazione” senza piangersi addosso per le difficoltà.

E il Papa aggiunge: “La sede della Nunziatura Apostolica sia veramente la “Casa del Papa”, non solo per la sua tradizionale festa annuale, ma come luogo permanente, dove tutta la compagine ecclesiale possa trovare sostegno e consiglio, e le autorità pubbliche un punto di riferimento, non solo per la funzione diplomatica, ma per il carattere proprio e unico della diplomazia pontificia. Vigilate affinché le vostre Nunziature non diventino mai rifugio degli “amici e amici degli amici”. Fuggite dai pettegoli e dagli arrivisti” e per questo

“ricordatevi che rappresentate Pietro, roccia che sopravvive allo straripare delle ideologie, alla riduzione della Parola alla sola convenienza, alla sottomissione ai poteri di questo mondo che passa. Dunque, non sposate linee politiche o battaglie ideologiche, perché la permanenza della Chiesa non poggia sul consenso dei salotti o delle piazze, ma sulla fedeltà al suo Signore che, diversamente dalle volpi e dagli uccelli, non ha tana né nido per poggiare il proprio capo”.

Un lavoro anche pastorale quindi, spiega il Papa: “bisogna vedere in loco come il buon seme del Vangelo si va diffondendo. Non attendete che le persone vengano da voi per esporvi un problema o desiderose di risolvere una questione. Recatevi nelle diocesi, negli istituti religiosi, nelle parrocchie, nei seminari, per capire cosa il Popolo di Dio vive, pensa e domanda”.

Quanto alla indicazione e selezione dei futuri Vescovi il Papa raccomanda che siano “Vescovi pastori e non principi o funzionari” e per questo “bisogna smuoversi per cercarli. Girare per i campi con il cuore di Dio e non con qualche prefissato profilo di cacciatori di teste. Lo sguardo con il quale si cerca, i criteri per valutare, i tratti della fisionomia ricercata non possono essere dettati dai vani intenti con i quali pensiamo di poter programmare nelle nostre scrivanie la Chiesa che sogniamo. Perciò, bisogna lanciare le reti al largo. Non ci si può accontentare di pescare negli acquari, nella riserva o nell’allevamento degli “amici degli amici”. In gioco c’è la fiducia nel Signore della storia e della Chiesa, che non trascura mai il loro vero bene, e perciò non dobbiamo tergiversare”.

Infine la preparazione che deve essere costante e comune: “Non pensate che il Papa non sia consapevole della solitudine (non sempre “beata” come per gli eremiti e i Santi) in cui vivono non pochi Rappresentanti Pontifici. Sempre penso al vostro stato di “esuli”, e nelle mie preghiere chiedo continuamente che in voi non venga mai meno quella colonna portante che consente l’unità interiore e il senso di profonda pace e fecondità.

L’esigenza che sempre più dovremo fare nostra è quella di operare in una rete unitaria e coordinata, necessaria per evitare una visione personale che spesso non regge di fronte alla realtà della Chiesa locale, del Paese o della Comunità internazionale. Si rischia di proporre una visione individuale che certamente può essere frutto di un carisma, di un profondo senso ecclesiale e di capacità intellettuale, ma non è immune da una certa personalizzazione, da emotività, da sensibilità differenti e, non per ultimo, da situazioni personali che condizionano inevitabilmente il lavoro e la collaborazione”.

Il Papa invita anche ad affrontare “un mondo nel quale non è sempre facile individuare i centri di potere e molti si scoraggiano pensando che siano anonimi e irraggiungibili. Invece sono convinto che le persone siano ancora abbordabili. Sussiste nell’uomo lo spazio interiore dove la voce di Dio può risuonare”. E il Papa conclude: Il mondo ha tanta paura e la diffonde. Spesso fa di essa la chiave di lettura della storia e non di rado la adotta come strategia per costruire un mondo poggiato su muri e fossati. Possiamo anche comprendere le ragioni della paura, ma non possiamo abbracciarla, perché «Dio non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza». (2 Tm 1,7).

Attingete da tale spirito, e andate: aprite porte; costruite ponti; tessete legami; intrattenete amicizie; promuovete unità. Siate uomini di preghiera: non trascuratela mai, soprattutto l’adorazione silenziosa, vera sorgente di tutto il vostro operato.

La paura abita sempre nell’oscurità del passato ed è provvisoria. Il futuro appartiene alla luce! Il futuro appartiene a Cristo!”.

Nella mattina il Papa ha celebrato la messa con i nunzi e ha preso spunto dalla parabola del Seminatore e ha spiegato come questa missione necessiti tre uscite: da se stessi, per conoscere la vita di un altro paese, “uscire da se stesso per andare ai ricevimenti, tante volte noiosi”, ma anche “lì si semina”, “il seme è sempre buono, il chicco è buono”.  Senza mondanità e poi “deve uscire da se stesso verso il Signore che fa crescere, che fa germogliare il seme; e deve uscire da se stesso davanti al tabernacolo, nella preghiera, nella adorazione”.

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