Il Papa ai religiosi: non un cuore blindato, ma una compassione che è ascolto

Il Papa ai religiosi a Santa Cruz
Foto: CTV
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É la risposta al grido di Bartimeo, il cieco, che ispira la riflessione del Papa come le testimonianze Di Padre Miguel, di suor Gabriela e del seminarista Damian.  Il vangelo ci spiega “come reagiscono al dolore di colui che è sul bordo della strada, di colui che sta seduto sul suo dolore.” Il grido e le reazioni. Il Papa parla dei discepoli e delle loro reazioni, e le mette in rapporto ai sacerdoti ai vescovi, ai laici impegnati.

Papa Francesco inizia il pomeriggio a Santa Cruz visitando il centro dei salesiani, il Coliseo don Bosco,  dove sono riuniti i religiosi e i sacerdoti.

Non ci si deve abituare all’ingiustizia, non si deve fare uno “zapping spirituale” ad andare dietro all’ultima novità,  con “un’esistenza che, passando da una parte all’altra, non riesce a radicarsi nella vita del suo popolo.”

É il rischio dell’abitudine per un cuore chiuso e blindato che ha perso la capacità di stupirsi

“E quanti di coloro che seguono Gesù - dice il Papa perdono la capacità di stupirci , anche nell’incontro con Gesù. É successo anche al primo Papa, uno stupore che va degradando.”

Come si può amare chi non si vede se non ci si prende cura di è davanti ai nostri occhi ? “ Passare senza ascoltare il dolore della nostra gente, senza radicarci nella loro vita, nella loro terra, è come ascoltare la Parola di Dio senza lasciare che metta radici dentro di noi e sia feconda.”

Il rischio di far passare la parola di Dio attraverso l’alambicco di un cuore blindato è il rischio di staccare la Parola dall’uomo.

C’è poi chi ascolta, ma reagisce solo rimproverando, non vuole essere disturbato. E rimprovera con il dito alzato. E il Povero popolo quante volte viene rimproverato per i problemi personali.

“Dategli una carezza, ditegli che Gesù gli vuole bene!” E questo “è il dramma della coscienza isolata, di coloro che pensano che la vita di Gesù è solo per quelli che si credono adatti, ma hanno un profondo disprezzo per il Popolo di Dio”. E’ il rischio della  “identità che si fa appartenenza e li fa sentire superiori, non sono più pastori ma sono capitani.” Ma il vero sacerdote sa che deve “ridere con chi ride, piangere con chi piange”. E il Papa ricorda: “In  Ecuador mi sono permesso di dire ai sacerdoti che chiedessero tutti i giorni la grazia della memoria e di non dimenticarsi da dove sono venuti, “ti hanno tirato fuori dal gregge, non negare le tue radici la cultura che hai imparato dalla tua gente, solo perché adesso hai una cultura più sofisticata. Ci sono sacerdoti che si vergognano di parlare la loro lingua originale” Serve la grazia di non perdere la memoria del popolo fedele.”

E poi ecco come agisce Gesù con un “grido che si trasforma in Parola, in invito, in cambiamento, una proposta di novità di fronte ai nostri modi di reagire davanti al popolo santo di Dio.” Gesù “si ferma di fronte al grido di una persona. Esce dall’anonimato della folla per identificarlo e in questo modo si impegna con lui. Mette radici nella sua vita.”

Gesù si fa carico del destino di chi grida “gli restituisce la dignità che aveva perduto, lo include.”

Ecco cosa è la compassione, “non è zapping, non è silenziare il dolore, al contrario, è la logica propria dell’amore. È la logica che non si è centrata sulla paura, ma sulla libertà che nasce dall'amore e mette il bene dell’altro sopra ogni cosa.”

Non avere paura di essere vicini al dolore della gente perché “un giorno Gesù ci ha visto sul bordo della strada, seduti sui nostri dolori, sulle nostre miserie. Non ha messo a tacere il nostro grido, ma si è fermato, si è avvicinato e ci ha chiesto che cosa poteva fare per noi”. E la testimonianza dei religiosi non quella di “un’ideologia, di una ricetta, di un modo di fare teologia. Siamo testimoni dell’amore risanante e misericordioso di Gesù. Siamo testimoni del suo agire nella vita delle nostre comunità”. E questo, spiega il Papa ai sacerdoti “non perché siamo speciali, non perché siamo migliori, non perché siamo funzionari di Dio, ma solo perché siamo testimoni grati della misericordia che ci trasforma.”

Un cammino, dice Francesco, che non si fa da soli, e ricorda i testimoni come la beata Nazaria Ignazia di Santa Teresa di Gesù, “che ha dedicato la sua vita all’annuncio del Regno di Dio nella cura agli anziani, con il «piatto del povero» per coloro che non avevano da mangiare, aprendo asili per bambini orfani, ospedali per i feriti di guerra e anche creando un patronato femminile per la promozione delle donne” e la venerabile Virginia Blanco Tardío, “totalmente dedita all’evangelizzazione e alla cura delle persone povere e malate.”

Nelle tre testimonianze ascoltate dal Papa c’era la storia e la pastorale della Bolivia, con l’impegno per  i poveri e per la formazione, ma anche per una quotidianità che mette la fede alla prova delle difficoltà materiali e morali, che, come ha ricordato il vescovo, Roberto Bordi, O.F.M. ausiliare del Vicariato Apostolico di El Beni e Delegato della Conferenza Episcopale Boliviana per la Vita Consacrata, sfidano soprattutto la famiglia.

“ Ci preoccupa- ha detto il vescovo- la immoralità, la corruzione, il narcotraffico, l’alcolismo, la disgregazione familiare, la insicurezza sociale, gli scontri politici e ideologiche, le ingiustizie e la povertà.”

 Terminata la riflessione il Papa si è soffermato a cantare il Salve Regina.

 

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