Il Papa alla CEI: "Il sacerdote non è un anonimo burocrate, sa che l'Amore è tutto"

Il Papa apre i lavori della 69/ma Assemblea Generale della CEI
Foto: Daniel Ibanez CNA
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Il rinnovamento del clero. E’ il tema centrale della 69/ma Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana che si è aperta oggi in Vaticano. Ad inaugurare l’assise il discorso di Papa Francesco, nella sua veste di Pastore della Chiesa Universale nonché Primate d’Italia. E anche il Pontefice ha dedicato il suo intervento al tema del rinnovamento clero. 

“C’è odore di olio eh?” ha detto il Papa scherzando con i nuovi Vescovi consacrati da poco tempo. 

“Senza lo Spirito Santo – è l'incipit del discorso di Francesco – non esiste possibilità di vita buona, né di riforma”. L’intenzione del Papa non è proporre una “una riflessione sistematica sulla figura del sacerdote”. “Proviamo - ha proposto - a capovolgere la prospettiva e a metterci in ascolto. Avviciniamoci, quasi in punta di piedi, a qualcuno dei tanti parroci che si spendono nelle nostre comunità e chiediamoci con semplicità: che cosa ne rende saporita la vita? Per chi e per cosa impegna il suo servizio? Qual è la ragione ultima del suo donarsi?”.

Al primo interrogativo Papa Bergoglio risponde evidenziando come il contesto culturale sia cambiato nel tempo. “Anche in Italia tante tradizioni, abitudini e visioni della vita sono state intaccate da un profondo cambiamento d’epoca. Noi, che spesso ci ritroviamo a deplorare questo tempo con tono amaro e accusatorio, dobbiamo avvertirne anche la durezza: nel nostro ministero, quante persone incontriamo che sono nell’affanno per la mancanza di riferimenti a cui guardare! Quante relazioni ferite! In un mondo in cui ciascuno si pensa come la misura di tutto, non c’è più posto per il fratello”. La vita del sacerdote invece è “diversa, alternativa. Come Mosè, egli è uno che si è avvicinato al fuoco e ha lasciato che le fiamme bruciassero le sue ambizioni di carriera e potere. Ha fatto un rogo anche della tentazione di interpretarsi come un devoto, che si rifugia in un intimismo religioso che di spirituale ha ben poco. È scalzo, il nostro prete, rispetto a una terra che si ostina a credere e considerare santa. Non si scandalizza per le fragilità che scuotono l’animo umano: consapevole di essere lui stesso un paralitico guarito, è distante dalla freddezza del rigorista, come pure dalla superficialità di chi vuole mostrarsi accondiscendente a buon mercato. Dell’altro accetta, invece, di farsi carico, sentendosi partecipe e responsabile del suo destino”.

Usando speranza e consolazione il presbitero “si fa prossimo di ognuno, attento a condividerne l’abbandono e la sofferenza. Avendo accettato di non disporre di sé, non ha un’agenda da difendere, ma consegna ogni mattina al Signore il suo tempo per lasciarsi incontrare dalla gente e farsi incontro. Così, il nostro sacerdote non è un burocrate o un anonimo funzionario dell’istituzione; non è consacrato a un ruolo impiegatizio, né è mosso dai criteri dell’efficienza. Sa che l’Amore è tutto. Non cerca assicurazioni terrene o titoli onorifici, che portano a confidare nell’uomo; nel ministero per sé non domanda nulla che vada oltre il reale bisogno, né è preoccupato di legare a sé le persone che gli sono affidate. Il suo stile di vita semplice ed essenziale, sempre disponibile, lo presenta credibile agli occhi della gente e lo avvicina agli umili, in una carità pastorale che fa liberi e solidali. Servo della vita, cammina con il cuore e il passo dei poveri; è reso ricco dalla loro frequentazione. È un uomo di pace e di riconciliazione, un segno e uno strumento della tenerezza di Dio, attento a diffondere il bene con la stessa passione con cui altri curano i loro interessi”.

Segreto di ogni sacerdote - chiarisce Francesco - è Gesù Cristo “verità definitiva della sua vita. È il rapporto con Lui a custodirlo, rendendolo estraneo alla mondanità spirituale che corrompe, come pure a ogni compromesso e meschinità. È l’amicizia con il suo Signore a portarlo ad abbracciare la realtà quotidiana con la fiducia di chi crede che l’impossibilità dell’uomo non rimane tale per Dio”.

Per chi impegna il servizio il nostro presbitero? E’ la seconda domanda del Papa. Ogni sacerdote “è tale nella misura in cui si sente partecipe della Chiesa, di una comunità concreta di cui condivide il cammino. Il popolo fedele di Dio rimane il grembo da cui egli è tratto, la famiglia in cui è coinvolto, la casa a cui è inviato. Questa comune appartenenza, che sgorga dal Battesimo, è il respiro che libera da un’autoreferenzialità che isola e imprigiona”. Il sacerdote non ha una missione da compiere, bensì è “un missionario” che nell’incontro con Gesù ha sperimentato la pienezza di vita e per questo vuole condividere con il popolo di Dio questo dono. “Colui che vive per il Vangelo - spiega ancora il Pontefice - entra in una condivisione virtuosa: il pastore è convertito e confermato dalla fede semplice del popolo santo di Dio, con il quale opera e nel cui cuore vive. Questa appartenenza è il sale della vita del presbitero; fa sì che il suo tratto distintivo sia la comunione, vissuta con i laici in rapporti che sanno valorizzare la partecipazione di ciascuno. In questo tempo povero di amicizia sociale, il nostro primo compito è quello di costruire comunità; l’attitudine alla relazione è, quindi, un criterio decisivo di discernimento vocazionale”. 

Francesco poi ammonisce: guai a vivere il “cenacolo del presbiterio” occasionalmente, oberata da “narcisismi e dalle gelosie clericali”. Libera da tutto ciò questa esperienza “fa crescere la stima, il sostegno e la benevolenza reciproca; favorisce una comunione non solo sacramentale o giuridica, ma fraterna e concreta. Nel camminare insieme di presbiteri, diversi per età e sensibilità, si spande un profumo di profezia che stupisce e affascina. La comunione è davvero uno dei nomi della Misericordia”. Anche la gestione dei beni materiali bisogna in spirito evangelico mantenere solo ciò che “può servire per l’esperienza di fede e di carità del popolo di Dio”. 

L’ultima domanda riguarda quale sia la ragione ultima del donarsi del presbitero. “Quanta tristezza - osserva il Papa - fanno coloro che nella vita stanno sempre un po’ a metà. Calcolano, soppesano, non rischiano nulla per paura di perderci. Sono i più infelici! Il nostro presbitero con i suoi limiti, è uno che si gioca fino in fondo: nelle condizioni concrete in cui la vita e il ministero l’hanno posto, si offre con gratuità, con umiltà e gioia. Anche quando nessuno sembra accorgersene. Anche quando intuisce che, umanamente, forse nessuno lo ringrazierà a sufficienza del suo donarsi senza misura”. Il sacerdote sa che può agire solo così perché “è uomo della Pasqua, dallo sguardo rivolto al Regno, verso cui sente che la storia umana cammina, nonostante i ritardi, le oscurità e le contraddizioni. Il Regno è la sua gioia, l’orizzonte che gli permette di relativizzare il resto, di stemperare preoccupazioni e ansietà, di restare libero dalle illusioni e dal pessimismo; di custodire nel cuore la pace e di diffonderla con i suoi gesti, le sue parole, i suoi atteggiamenti”.

Il sacerdote in definitiva appartiene - conclude il Papa - “al Signore, alla Chiesa, al Regno. Questo tesoro in vasi di creta va custodito e promosso”.

Prima dell’intervento del Papa il breve indirizzo di saluto del Cardinale Angelo Bagnasco, Presidente della Cei. “Il filo conduttore - ha assicurato il porporato - è una volontà di confronto per il rinnovamento della vita dei presbiteri. Il nostro popolo guarda a noi come pastori che devono avere a cuore il gregge, è una responsabilità che vogliamo portare insieme con fraternità e unità. Vogliamo promuovere la vita, la verità e la giustizia”. 

 

 

 

 

 

 

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