Il Papa nell'inferno di Palmasola: sono un uomo perdonato

Il Papa abbraccia le detenute a Palmasola
Foto: CTV
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Non è nemmeno un carcere Palmasola, è un nome che evoca l’inferno in Bolivia. Un quartiere che è stato isolato e chiuso ed è diventato un carcere. Sovraffollato, promiscuo, un villaggio di dannati adulti e adolescenti, uomini e donne. Le immagini che arrivano da Palmasola fanno paura, ma l’attesa del Papa ha reso diverso anche il carcere di Palmasola, il fango e la corruzione si è trasformato in canto. 2500 detenuti per giorni e giorni hanno provato i canti che faranno per Francesco. C’è voglia di dignità anche se non ci sono le strade, le case sono fatiscenti e la gente si sente “scartata”.

Il Papa arriva in auto, solo con la scorta delle moto, entra velocemente.

Tutto è pronto nel campo sportivo del carcere dove ci sono 5500 persone, più di quelle che sono detenute, il Papa fa il giro della “città” di Palmasola su una piccola auto da golf,

abbraccia e saluta un gruppo di donne che ricordano le 36 vittime della rivolta del 2013, abbracci e lacrime sotto gli occhi attenti della sicurezza, mentre fuori i giornalisti attendono l’uscita del Papa. Solo un gruppo ristretto è potuto entrare. Una baraccopoli recintata, una favela di scartati dalla società.

“Non potevo lasciare la Bolivia senza venire a trovarvi, senza condividere la fede e la speranza che nascono dall'amore offerto sulla croce” dice il Papa tra gli applausi e le lacrime: “Chi c’è davanti a voi? Potreste domandarvi. Vorrei rispondere alla domanda con una certezza della mia vita, con una certezza che mi ha segnato per sempre. Quello che sta davanti a voi è un uomo perdonato. Un uomo che è stato ed è salvato dai suoi molti peccati. Ed è così che mi presento”.

Parla di misericordia il Papa, dell’ amore di Dio  “attivo, reale”,  “che ha preso sul serio la realtà dei suoi. Un amore che guarisce, perdona, rialza, cura. Un amore che si avvicina e restituisce dignità. Una dignità che possiamo perdere in molti modi e forme. Ma Gesù è un ostinato in questo: ha dato la vita per questo, per restituirci l’identità perduta. per rivestirci con tutta la sua forza di dignità”.

Il Papa ricorda la prigionia di Pietro e Paolo sostenuti dalla preghiera personale e comunitaria: “due movimenti, due azioni che insieme formano una rete che sostiene la vita e la speranza. Ci preserva dalla disperazione e ci stimola a continuare a camminare.”

Perché se Gesù entra nella vita, “uno non resta imprigionato nel suo passato, ma inizia a guardare il presente in un altro modo, con un’altra speranza. Uno inizia a guardare se stesso, la propria realtà con occhi diversi. Non resta ancorato in quello che è successo, ma è in grado di piangere e lì trovare la forza di ricominciare.”

Parlate con i sacerdoti con chi è vicino. Perché “la reclusione non è lo stesso di esclusione, perché la reclusione è parte di un processo di reinserimento nella società.” IL Papa conosce i problemi “tuttavia, mentre si lotta per questo, non possiamo dare tutto per perso. Ci sono cose che possiamo già fare ora. Qui, in questo Centro di Riabilitazione, la convivenza dipende in parte da voi. La sofferenza e la privazione possono rendere il nostro cuore egoista e dar luogo a conflitti, ma abbiamo anche la capacità di trasformarle in occasione di autentica fraternità. Aiutatevi tra di voi. Non abbiate paura di aiutarvi fra di voi. Il diavolo cerca la rivalità, la divisione, le fazioni.”

Pensa alle famiglie il Papa: “Ci ricordano che vale la pena vivere e lottare per un mondo migliore.” E infine parla al personale : “avete un compito importante in questo processo di reinserimento. Il compito di rialzare e non di abbassare; di dare dignità e non di umiliare; di incoraggiare e non di affliggere. Un processo che chiede di abbandonare una logica di buoni e cattivi per passare a una logica centrata sull’aiutare la persona. Creerà condizioni migliori per tutti. Poiché un processo vissuto così ci nobilita, ci incoraggia e ci rialza tutti.”   Poi la preghiera silenziosa e la frase finale che è ormai distintiva per il Papa: “Per favore, vi chiedo di continuare a pregare per me, perché ho anch’io i miei errori e devo fare penitenza.”

Dopo il saluto del direttore quello del vescovo che si occupa della pastorale penitenziaria,

Jesús Juárez Párraga, sdb, Arcivescovo di Sucre, che ha chiesto più attenzione e sensibilità al problema. Ha messo in evidenza la mancanza di una giustizia equa nel regime penitenziario.

“ Preghi - ha detto il  perché il Dio della vita e della libertà suscito nel cure di tutti una coscienza critica della nostra realtà carceraria!”

Testimonianze che sembrano storie da romanzo, ma che sono invece tragicamente vere. Alcune ricordano i drammi che abbiamo imparato a conoscere dalla grande letteratura

Testimonianze che sono accuse chiare sugli abusi che avvengono in carcere o, come ha detto uno di loro, in questa “Sodoma e Gomorra”.

Ma c’è voglia di riscatto, e la speranza che la visita del Papa possa davvero cambiare le cose, “anche se abbiamo commesso un delitto non significa che dobbiamo essere abbandonati come adesso.”

Una donna ha elencato tutte le violazioni della legge all’interno del carcere, ha condannato  gli abusi di potere, la corruzione. E chiede che si applichi una giustizia con le donne incinte che per legge non dovrebbero essere recluse. Poi piange e abbraccia il Papa.

Un giovane detenuto per omicidio ringrazia la università cattolica che organizza corsi per i detenuti che permettono la riabilitazione, ma ricorda anche il massacro del 2013 che però non ha portato cambiamenti.

I regali sono significativi, una bandiera vaticana, una quadro che ritrae il Papa e una Ultima Cena scolpita in legno.

Regali che il Papa porterà di certo a Roma.

Quelli discutibile del presidente Morales, la croce con la falce e martello e le onorificenze con le stesse immagini, il Papa le ha lasciate questa mattina ai piedi di Maria accompagnando il gesto con queste parole: "Signor Presidente della Nazione in un suo gesto di affetto lei ha avuto la delicatezza di offrirmi due decorazioni in nome del popolo boliviano. Ringrazio l’affetto del popolo boliviano e ringrazio questo gesto così fine, questa delicatezza, e vorrei lasciare queste due decorazioni alla matrona della Bolivia affinché lei ricordi sempre il suo popolo così come tutta la Bolivia e vorrei si ricordasse il passaggio del successore di Pietro. "

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