Il parroco di Ventimiglia: ho spalancato le porte ai migranti

Padre Marcoaldi
Foto: Sanremonews.it
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“Ho spalancato le porte della mia parrocchia ai migranti”: così padre Francesco Marcoaldi, frate della congregazione Figli di Maria Immacolata e parroco a Ventimiglia nella parrocchia di San Nicola da Tolentino, ha accolto una settantina di profughi, in accordo con mons. Antonio Suetta, vescovo della diocesi di Ventimiglia-Sanremo.

I migranti erano accampati nella città in attesa di varcare il confine con la Francia; il gesto del religioso ha evitato a questo gruppo di essere sgomberato: “Ho avuto apertura dal vescovo e io ho spalancato le porte della mia parrocchia ai migranti.

Resteranno qui fino a quando non sarà trovata una soluzione a questo problema. Resteranno qui fino a quando è necessario. Ai pasti ci pensa la Caritas”. Mons. Suetta ha invitato tutte le parrocchie a rendersi disponibili: “Lancio un appello ai parroci della diocesi affinché seguano l’esempio di padre Francesco ed aprano le porte delle loro parrocchie ai migranti…  Abbiamo una media di 250 passaggi al giorno al nostro Centro di ascolto di Ventimiglia gestito dalla Caritas, dove prevalentemente diamo un pasto. Poi compatibilmente con la disponibilità dei volontari, cerchiamo di dare la possibilità di una doccia. Ci sono anche medici volontari e si provvede anche alla distribuzione di vestiario. Le stime ultimamente parlano di circa 300 persone nei campi abusivi… Abbiamo soccorso persone mal menate dalla polizia francese che sono tornate indietro ferite e doloranti. Li hanno accolti i nostri medici volontari e volontari che li hanno portati al pronto soccorso.

Abbiamo avuto anche queste situazioni… La parola da dire è che bisogna guardare con coraggio e anche con fiducia all’uomo perché sovente i nostri calcoli e le nostre organizzazioni risultano essere disumane per cercare un bene che poi è un bene di pochi, che concentra ricchezza nelle mani soltanto di alcuni. Molte volte noi europei propagandiamo dei diritti che non sempre sono tali e poi quando concretamente abbiamo tra noi persone che sono calpestate nei loro diritti fondamentali che sono cibo, vestito, casa, lavoro, pace, sicurezza e incolumità, da una parte facciamo come se non li vedessimo e dall’altra le carichiamo su un pullman e le spostiamo altrove. Trovo che sia il segno di una grande sconfitta. Se solo proviamo ad immedesimarci nella loro avventura, quello che mi colpisce profondamente, è che dopo aver viaggiato così tanto, cercando una sponda di speranza, noi li rimettiamo in moto. Credo che sia una grave insensibilità”. Padre Marcoaldi ci ha regalato alcune sue sensazioni: “Come le abbiamo accolte, io mi sono sentito sereno. Sono preoccupato. Preoccupato per quello che può succedere. Sono tutti ragazzi molto giovani. La speranza oggi è che tutto si risolva nel modo più pacifico possibile. Noi come chiesa li accogliamo e li difendiamo. L’appello alle autorità è che siano anche loro comprensive. Quello che mi stupisce e mi addolora è che con un po’ di buona volontà da parte di tutti noi potremmo egregiamente risolvere la situazione”.

Come è nata l’iniziativa di accogliere i profughi nella parrocchia?

“A Ventimiglia hanno chiuso un campo di raccolto per i profughi, per cui molti di questi migranti, che venivano specialmente dall’Africa, dormivano sotto i ponti o lungo la spiaggia. Domenica 29 maggio abbiamo accolto un gruppo abbastanza numeroso, che si è presentato in parrocchia. L’iniziativa è stata concordata con il nostro vescovo, che ci ha chiesto giustamente di aprire le porte. Sono rimasti un paio di giorni eppoi sono stati ripartiti nelle strutture di altre parrocchie meglio attrezzate. Tutte le operazioni sono state coordinate con l’aiuto della Caritas diocesana”.

Come vi siete organizzati?

“Si  tratta  di  200 persone, per la maggior parte africane. Attualmente sono sistemate nel salone  parrocchiale che ha anche i bagni e una certa comodità. Dopo che è stato chiuso il centro di  raccolta vivevano per strada, dormivano sotto i ponti. Era una situazione insostenibile, la maggior parte di questi giovani aveva con sé coperte o sacchi a pelo. Ora sono sistemati nel nostro salone”.

Come hanno accolto l’iniziativa i parrocchiani?

“Qualcuno è stato d’accordo e qualcun altro ha storto il naso; comunque hanno aiutato e portato alimento; c’è stata disponibilità di molte persone, che ho contattato per telefono. Quindi hanno risposto con molta accoglienza. E’ importante rendere le comunità  locali, piccole o grandi che siano,  il baricentro attorno a cui elaborare politiche e azioni di accoglienza, senza attendere la prossima  emergenza annunciata. La speranza concreta per i migranti di cui parla papa Francesco deve avere mura e tetti: possono essere di mattoni o di tela ma se sono un muro e un tetto smettono  di essere parole e diventano una casa, diventano accoglienza”.

Ma qualcuno si è lamentato?

“Senza tetto non si può vivere. E’ un problema di onestà intellettuale, per credenti e non credenti,  che riguarda il rispetto dei diritti universali in un mondo segnato dalla globalizzazione dell’economia  che provoca il fenomeno, come ha detto papa Francesco, della ‘cultura dello scarto’  di chi vive ai bordi, fuori dalla società, dal circolo produttivo. Le critiche le ascolto, ma poi vado  avanti per la mia strada. A noi tocca l’accoglienza  immediata: assistere chi ha fame e ha bisogno di dormire  o chiede un vestito. Questo è il mio atteggiamento da uomo e da cristiano: mettere in pratica le opere di misericordia del Vangelo”.

Insomma avete accolto l’invito di papa Francesco ad aprire le porte?

“Ho avuto la fortuna di conoscerlo quando era vescovo a Buenos Aires, in quanto sono stato missionario in Argentina. Lo conosco bene e la sua ‘pedagogia’ ecclesiale è quella di aprire verso tutti il cuore e non chiuderlo”.

La parrocchia è dedicata a san Nicola da Tolentino: un santo sempre ‘disponibile’ verso tutti. Questo santo come incide nella vita della parrocchia?

“San Nicola da Tolentino è un santo veramente ‘formidabile’, che nella sua vita è sempre stato attento ai bisogni dei propri cittadini. Aveva un rapporto con la città straordinario. Cerchiamo, per quanto è possibile, di imitare la sua vita ‘sociale’ e sempre attenta a chi gli chiedeva qualcosa”.

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