Il Premier di Timor Est dal Papa. E poi, la ratifica del Concordato

Papa Francesco durante l'incontro con Rui Maria de Araujo
Foto: Andrea Gagliarducci / ACI Stampa
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È venuto a Roma con una delegazione di 11 persone, ha salutato Papa Francesco, e poi è andato in terza loggia, per quello che era il vero clou della sua visita. Perché Rui Maria de Araujo, premier di Timor Est, è venuto a portare in Vaticano il documento di ratifica del Concordato Timor Est – Santa Sede, firmato lo scorso agosto a Dili da lui e dal Segretario di Stato vaticano Pietro Parolin.

Il Cardinal Parolin era a Timor Est come inviato speciale del Papa per celebrare il Cinquentenario dell’Evangelizzazione del piccolo Paese asiatico, ex colonia portoghese poi occupata dall’Indonesia e teatro di una sanguinosa crisi negli anni Novanta. Poi, la costruzione dello Stato, la cui popolazione è per il 96 per cento cattolica. Tanto che si pensava di inserire nella Costituzione che la religione cattolica è la religione di Stato. Dalla Santa Sede diedero l’ufficio consiglio di soprassedere.

Per un Paese così cattolico, si può immaginare l’emozione di Rui Maria de Araujo quando attraversa i corridoi vaticani accompagnato dal Prefetto della Casa Pontificia e dai Gentiluomini di Sua Santità, passa dalla Sala del Trono, arriva alla Biblioteca di Papa Francesco e vi si siede di fronte. Lui parla portoghese, Papa Francesco in spagnolo. Ma il Papa ha voluto comunque un interprete per il colloquio.

Che inizia alle 9,35 del mattino e termina alle 9,51: ventisei minuti, prima di chiamare il seguito del presidente per il saluto e lo scambio di doni. Nel seguito del Premier Araujo, c’era Aderito Hugo da Costa, vicepresidente del Parlamento Nazionale, e Roerto Soares, viceministro degli Affari Esteri e della cooperazione.

I doni del Papa sono già sul tavolo, quelli della delegazione di Timor Est arrivano un po’ dopo, e appena suona il campanello che segna la fine dell’incontro privato il primo assistente di Sua Santità, Sandro Mariotti, li porta nella Biblioteca con l’aiuto di un altro assistente. Il premier dona a Papa Francesco dei paramenti bianchi, e una scatola di prodotti tipici di Timor Est, tra i quali spicca una confezione di caffè. Papa Francesco dona il medaglione della pace, come di consueto, e si sofferma con il presidente per spiegargli il significato del medaglione in tutti i dettagli. Poi, il Papa consegna anche una copia dell’esortazione Evangelii Gaudium e una dell’enciclcia Laudato Si, entrambe rilegate in rosso.

Si legge nel comunicato della Sala Stampa della Santa Sede che "nei cordiali colloqui sono stati evocati i buoni rapporti tra la Santa Sede e Timor-Leste, come pure il contributo storico della Chiesa all’edificazione della Nazione e la collaborazione esistente con le Autorità civili in vari ambiti sociali, quali l’educazione, la sanità e la lotta alla povertà".

Quindi, il premier va ad incontrare il Segretario di Stato, il Cardinal Parolin. Sul tavolo, in attesa di essere firmato, il testo del Concordato, ratificato dal Parlamento nazionale il 28 ottobre 2015. 

È il primo concordato tra uno Stato e la Santa Sede ad essere stato firmato fuori dal Vaticano. Siglato il 15 agosto 2015 a Dili, l’Accordo è composto da un Preambolo e 26 articoli e sancisce il riconoscimento della personalità giuridica della Chiesa e delle sue Istituzioni e garantisce alla Chiesa la libertà di svolgere la propria missione in favore della popolazione timorese.

Ha detto il Cardinale Parolin alla presentazione della ratifica: "L’Accordo, tenendo conto del ruolo storico e attuale svolto dalla Chiesa cattolica nella vita della Nazione e del radicamento profondo della Religione cattolica nella società timorese, fissa in modo stabile il quadro giuridico delle relazioni, sia tra la Santa Sede e la Repubblica Democratica di Timor-Leste, sia tra la Chiesa cattolica e lo Stato timorese. Esso è frutto di anni di negoziato, sostenuto da un comune spirito di dialogo, di collaborazione e di costante ricerca degli strumenti giuridici più idonei a sancire il riconoscimento da parte dello Stato del servizio che la Chiesa cattolica svolge in favore del popolo timorese". E ha sottolineato che "grazie allo strumento giuridico dell’Accordo, la comunità cattolica potrà prodigarsi con sempre maggiore sollecitudine in favore del bene di tutti".

Il Cardinal Parolin ci ha tenuto a sottolineare che "la Chiesa non ricerca privilegi particolari ma desidera offrire un contributo libero e creativo per l’edificazione di una società sempre più armoniosa, animata dalla giustizia e dalla pace. Naturalmente, la missione ecclesiale potrà essere ancora più fruttuosa e incisiva, se i principi contenuti in questo Accordo troveranno da ambo le Parti piena accoglienza e applicazione".

il concordato è in discussione dal 2006, quando fu creata una commissione mista, necessaria per superare le scaramucce tra Chiesa e governo sul tema dell’istruzione religiosa nelle scuole. Il dibattito riguardava una dichiarazione congiunta che sanciva l’obbligatorietà dell’istruzione religiosa nelle scuole, ma affrontava anche altri temi come la prostituzione e l’aborto. Pratica, quest’ultima, che resterà illegale con il Codice Penale emanato nel 2008, tranne in particolari circostanze in cui è in gioco la salute della madre.

Fu per questo che Josè Ramos Horta, presidente di Timor Est, chiese la stipula di un Concordato, pcosì che la religione cattolica avesse un adeguato riconoscimento pubblico nell’amministrazione, nelle scuole e nella società.

Il testo ribadisce infatti la responsabilità di ognuno nelle loro rispettive competenze, sottolinea che la separazione tra Chiesa e Stato è “chiaramente compresa e rispettata” e basata sui principi del diritto internazionale”, e offre “spazio e opportunità alla Chiesa cattolica di agire nella società in conformità con la sua missione di servizio al popolo in linea con le norme costituzionali e la legislazione locale”.

C’è un motivo storico per cui il cattolicesimo ha questo impatto a Timor Est. Il piccolo Paese di 2 milioni di abitanti ottenne l’indipendenza dal Portogallo il 28 novembre 1975, ma fu subito occupato dall’Indonesia, che la considererà sua provincia per 25 anni. In quegli anni, la Chiesa diede un grande supporto alla popolazione, e Giovanni Paolo II volle visitarla. Era il 1989, e la visita pose subito un problema non da poco: avrebbe il Papa dovuto baciare la terra, come faceva ogni volta che approdava in uno Stato? Non era un problema banale: chinarsi a baciare la terra avrebbe significato riconoscere l’indipendenza della nazione sopra gli occupanti indonesiani. Alla fine, baciò un crocifisso posto per terra.

Giovanni Paolo II era arrivato pochi mesi dopo il referendum promosso dall’ONU con il quale, il 30 agosto 1999, gli abitanti di Timor Est optarono per l’indipendenza. E il 20 maggio 2002, dopo una amministrazione transitoria, nasceva finalmente la Repubblica Democratica di Timor Est. Una repubblica che nasceva anche grazie agli sforzi della Chiesa Cattolica, e in particolare del vescovo Carlos Ximes Belo di Dili, che vinse il Nobel per la Pace nel 2006. Questo portò anche un grande fiorire della Chiesa nella regione: nel 1975, solo il 30 per cento dei timorensi era cattolico, oggi rappresentano il 96 per cento della popolazione.

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