Il "presepe d'amore" a Santa Maria della Vittoria a Roma

Una lettura del Rettore padre Angelo dei Carmelitani scalzi

Un dettaglio del presepe di Santa Maria della Vittoria
Foto: AT
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Roma, Santa Maria della Vittoria. Una delle più belle chiese della Capitale. L’ “Estasi del Bernini” avrà visto non si sa quante persone pregare, venire in questa chiesa per un saluto al Santissimo, o per semplice curiosità. La chiesa, così piccola che sembra una perla incastonata nei palazzi della roma umbertina. Siamo a due passi da Piazza della Repubblica.

Quest’anno il presepe della famosa chiesa carmelitana ci parla in maniera nuova - ma al contempo - “antica”. Ci parla di umanità, di Dio, di donne, dell’attualità che ci circonda. Aci Stampa ne parla con il Rettore della Chiesa, Padre Angelo Campana dei Carmelitani Scalzi.

Cosa vuol dire per lei, essere davanti a un Presepe? Quali sentimenti può suscitare all’uomo della strada?

Davanti al presepe solitamente arriviamo aspettandoci di trovare una rappresentazione classica: statuine, effetti di luce, paglia, muschio, segatura, suoni, tutte cose che aprono l’occhio a quello sguardo interiore, per toccare e suscitare i nostri sensi. Questo lo facciamo soffermandoci, guardando, cercando dove è uno o l’altro personaggio, fissando i volti, i corpi, gli oggetti, gli animali, i luoghi, sentendo rumori di acque che scorrono, fruscii di fabbri che sferragliano le lame dei loro strumenti, donne che impastano e fornai che sfornano pane in abbondanza e mentre facciamo questo vediamo e intravediamo qualcosa di noi. Ecco, il presepe è capace di tirare fuori, da dentro di noi, dalle nostre oscurità, sprazzi di luce, sprazzi di speranza. Cose piccole ma presenti, vere, come nel nostro presepe. Il presepe ci parla della nascita, quella di Gesù e che per noi oggi è quasi scontata, ma questa ci interpella sul tema del nascere. Cosa significa nascere oggi? Cosa significa venire alla luce? Se Gesù nascesse oggi, dove e come nascerebbe? Chi sarebbero Maria e Giuseppe?

E proprio tali domande sono state quelle che hanno fatto nascere questo vostro particolare presepe. Come è nato dunque questo “trittico” presepiale, definiamolo pure così?

E’ stato il mio personale incontro con il giovane artista iraniano Amirhossein Yaghoobi, nato a Teheran, di ventun’anni. E’ un giovane da poco approdato a Roma per studiare all’Accademia di Belle Arti. In un pomeriggio di Ottobre, Amir ha varca la soglia della chiesa fermandosi a guardare l’estasi di Santa Teresa. Mi ha incuriosito subito l’attenzione dei suoi occhi nel cercare di entrare nel mistero dell’estasi berniniana e così abbiamo cominciato a parlare. L’ascolto reciproco, la ricerca, la parola condivisa: insomma, è nata un’amicizia. Da questo dialogo è nata l’idea del presepe.

In questo dialogo, si può solo immaginare quanto la Parola sia stata importante. No? 

Beh, sì. I Vangeli di Luca, Matteo e Giovanni sono stati approfonditi, abbiamo cercato di riflettere sopra queste parole della Parola. Da loro abbiamo attinto, come un pittore dalla tavolozza con i colori, le idee e i passaggi salienti su cui ci siamo sostati come ad un pozzo.

Può darci una lettura dell’opera? Le donne hanno una rilevanza di non poco conto. Giusto?

La Luce viene fuori improvvisa, squarcia le tenebre e sorge dal volto di Gesù che illumina chi lo guarda, Lui è la sorgente della luce che illumina tutti, sorprendendo, impaurendo, ricercando, dialogando… ma dal volto delle donne viene fuori il messaggio di questo presepe, Maria e Rachele stanno di fronte l’una con l’altra come donne salvate dalla piccola umanità e che diventano strumenti di salvezza. Dio non si dimentica di nessuna donna, si mette nelle mani della donna come Gesù ha fatto. Si, la piccola umanità che si consegna è quella che ci salva, tutto ciò che è piccolo, è segno del Deus semper minor, segno di salvezza. Quando siamo capaci di scegliere ed essere piccoli è segno che la salvezza è vicina.

Ci troviamo di fronte a un presepe particolare in questa chiesa. Un presepe che richiama alla Bellezza, al calore, alla pace. Ma fuori - non possiamo nasconderlo - troviamo, invece, una realtà storica che potrebbe metterci timore.

In questo tempo di pandemia, di incertezza su come vivere, ci domandiamo? Come salvare l’umanità? In questo presepe vediamo la chiave di volta per venire fuori da questa situazione attuale. Ciò che ci può salvare è l’amore, l’amore di Maria e Giuseppe, l’amore di Rachele, l’amore che è Piccolo e Dio e salva i volti che guardano lui. L’intimità del luogo vissuto insieme. Noi possiamo e dobbiamo cercare l’amore; questo significa comprendere noi stessi tramite l’amore. Amore umano, amore che si dona, amore che è umano. Pertanto solo l’amore umano, l’amore di uomini e donne che si cercano, guardano, ascoltano, toccano, sostengono, confrontano, confortano, questo è il vero amore che salva. Il presepe che abbiamo ideato  ci pone una domanda: Siamo umani, o diventiamo umani? Gesù tante volte ci ha detto che dobbiamo ri-nascere e questa rinascita la pone in un luogo alto, ma che in fondo è dentro di noi, nel nostro fondo dove c’è l’amore; l’amore che ti porta in alto e ti fa sperimentare immensi paesaggi, luoghi inesplorati che ci abitano dentro. È un luogo alto e basso allo stesso tempo, perché è segno del Divino che sta in alto e in basso. Più andiamo giù, più ci conosciamo e facciamo esperienza della luce che viene dall’alto.

Dunque, potremmo definirlo “un presepe d’Amore”?

Credo proprio di sì. E’ l’Amore che ci raggiunge nel fondo del nostro buio e ci rialza. Alza lo sguardo verso l’alto da dove viene la luce. Luce che è come la sorgente, alta e profondamente bassa. Noi veniamo dalla sorgente e sentiamo la nostalgia che dobbiamo tornare all’origine a quella umanità che sta al Principio davanti a Dio. Non possiamo capire i confini dell’universo solo attraverso la nostra mente, la scienza, ma possiamo percepirli e sentirli anche attraverso i nostri sentimenti. Un universo che non è solo cosmico ma esistenziale. Perciò solo conoscendo il nostro universo interiore capiremo tutta la vastità dell’universo esteriore, che detto in altri termini significa: solo se conosci te stesso e l’amore che ti circonda e ti tocca, capirai il mondo esteriore.

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