Il relatore del Ratzinger Schulerkreis: "Parlare di Dio, per salvare l'uomo dagli idoli"

Mons. Tomas Halik
Foto: dal sito ufficiale di Tomas Halik, www.halik.cz
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“Parlare di Dio nella società” contemporanea è il tema che sarà affrontato dal Ratzinger Schuelerkreis, il Circolo di ex studenti di Benedetto XVI, nel loro incontro annuale a Castel Gandolfo. A parlarne, è stato invitato mons. Tomas Halik, sacerdote ceco, che visse i primi anni di sacerdozio in clandestinità. Per il suo lavoro, è stato insignito del Premio Templeton nel 2014, destinato a quanti contribuiscono a migliorare il tasso spirituale dell’umanità con il loro lavoro. Già lo scorso gennaio, ha parlato al Gruppo ACI dei temi del suo lavoro, in una lunga intervista via e-mail, per la prima volta riportata nella sua interezza.

Professor Halik, perché è così importante parlare di Dio oggi?

Perché ci sono molti che pretendenti al trono di Dio, al giorno d’oggi. Proclamare di credere in Dio, e in particolare enfatizzare l’unicità di Dio, significa rifiutare l’idolatria e i tentativi di proclamare valori relativi, come la nazione, la prosperità, il potere, la salute, il successo e molti altri, come se fossero degli assoluti. Credere in un solo Dio è una salutare e necessaria relativizzazione degli idoli moderni e postmoderni. Credere in Dio dice alle persone che non sono Dio e che non devono giocare ad essere Dio. Ed è molto importante in tempo di “selfismo”, narcisismo e adorazione del proprio ego.

È possibile che la mancanza di vita spirituale siano alla base dell’attuale crisi economica, che sia Benedetto XVI che Papa Francesco hanno definito una crisi prima di tutto spirituale?

Se consideriamo la “vita spirituale” nel senso più ampio del termine, ovvero come “cura dell’anima” e costante ricerca per un significato ancora più profondo della nostra esistenza, allora questa è l’essenza dell’essere umano. Le tradizioni religiose ci insegnano, tra le altre cose, a controllare il nostro egoismo e a coltivare i nostri istinti e sviluppare la solidarietà, l’arte di vivere con gli altri, di accettare responsabilità per gli altri. In quel senso, è possibile dire che “la mancanza di vita spirituale è alle basi della crisi economica.” Ma dobbiamo comunque guardarci dalle super semplificazioni, perché la crisi economica ha molte altre cause, incluse gravi deficienze nei sistemi politici ed economici e nelle strutture e nel comportamento delle istituzioni e di quanti le guidano, così come teorie economiche ed ideologie politiche erronee. La globalizzazione, che è la rivoluzione culturale e sociale più importante dei nostri tempi, ha un numero di “effetti laterali” con i quali non abbiamo ancora imparato a confrontarci. Tra questi effetti, l’indebolimento degli Stati nazione e l’attività di entità economica sovranazionali che eludono il controllo democratico.

Quali sono allora le radici della crisi spirituale di oggi?

Ritengo che la principale causa sia il fallimento delle istituzioni religiose, il fatto che siano incapaci di ispirare lo stile di vita e il modo di pensare delle persone di oggi in un modo credibile e intellegibile. Uno spesso sente le persone nei circoli della Chiesa passare la mano per il prevalere del materialismo e della mancanza di Dio della nostra epoca. Sbagliano: c’è piuttosto una ancora più grande richiesta di vita spirituale oggi che in passato, ma l’offerta della Chiesa spesso non è abbastanza per rispondere a questa richiesta. Il tipo di Cristianità parrocchiale sta perdendo la sua biosfera sociale e culturale, e probabilmente diventerà più debole. Mi aspetto che sempre meno persone si sentiranno totalmente a casa nelle parrocchie di tipo tradizionale. Ma c’è anche un crescente numero di “cercatori,” e il futuro della Cristianità (e, in un senso, il futuro della nostra civilizzazione) dipende su quanto la Chiesa sarà capace di rivolgersi a questi cercatori. Non sarà un problema di attività missionaria nel senso tradizionale di portare i “cercatori” in strutture esistenti di Chiesa. Sarà piuttosto un ministero di “accompagnare i cercatori.” Più che di pastori, la Chiesa oggi ha bisogno di insegnanti spirituali (nelle Chiese dell’Est, questo ruolo viene descritto come quello degli anziani). Più che di predicatori, la Chiesa ha bisogno di quanti sono capaci di offrire “esercizi spirituali” e conversazioni fraterne.

San Giovanni Paolo II ha puntato il dito sia sul consumismo che sul Comunismo come fenomeni che minano la spiritualità degli esseri umani. Perché la componente spirituale degli esseri umani è sempre in pericolo?

Il materialismo ideologico dei comunisti e il materialismo pratico della società liberale sono due cose completamente diverse. La principale ragione per cui la Chiesa ha una influenza minore sulle società post-comuniste nell’Europa Centrale ed Orientale è una incapacità di distinguere tra questi due fenomeni. Ovunque la Chiesa abbia tentato di impiegare la stessa strategia vis-a-vis nelle società pluraliste liberali, imparata dal confronto con i regimi totalitari, è stata condannata a un ruolo marginale in società. Si è chiusa in un ghetto e ha cominciato così a disintegrarsi. Durante il periodo comunista, i Cristiani avevano bisogno prima di tutto di coraggio. In una società libera, hanno bisogno di una saggezza e di una abilità di differenziarsi. Al tempo del comunismo, la società era bianca o nero, ora la società è piena di colori. I cristiani che non sono in grado di vedere i colori, che hanno mancato di abbandonare il pensiero “bianco e nero” e che si mantengono in etichette ideologiche primitive nel mondo in cui sono inviati come sale, hanno perso il loro sapore.

Lei proviene da una nazione dove il 70 per cento della popolazione si proclama atea. Come è possibile parlare di Dio quando la situazione è apparentemente così disperata? Cosa insegna ai preti cechi? Come li motiva?

Non mi piacerebbe essere prete in una nazione in cui la fede è data per scontata, ed è parte del folklore. L’evangelizzazione più difficile è quella che avviene in un ambiente in cui le persone pensano che già sanno tutto o quasi tutto su Dio. Nella nostra nazione, la maggior parte della popolazione che si considera atea sta semplicemente rigettando la sua (o quella che hanno acriticamente adottata) primitiva concezione di Dio, della fede e della Chiesa. Sono sorpresi quando dico loro che da certi punti di vista io sono profondamente d’accordo con loro, e cioè che il Dio che loro rifiutano in realtà non esiste. Ciò che mi preoccupa di più è che molti di quelli che si considerano credenti hanno davvero questi concetti primitivi. Ma poi, nel corso di un dialogo paziente, scopriamo che la maggior parte di questi “non credenti” in realtà credono in “qualcosa sopra di noi.” E quindi, non è l’ateismo, ma il “qualcosismo” la più diffusa religione nella nostra nazione, e non solo qui, dal mio punto di vista. Da qui viene il lavoro dei teologi – quello che fu dell’apostolo Paolo all’Aeropago – di interpretare quel ‘qualcosa’ (il Dio sconosciuto). Il punto di partenze viene dal realizzare che “nessuno ha mai visto Dio”, come si legge nella prima lettera di Giovanni. Similmente, nessuno di noi ha visto la propria faccia: la conosciamo solo dall’immagine riflessa nello specchio. Allo stesso modo, vediamo Dio solo in uno specchio, nelle situazioni intime, negli enigmi. Ma abbiano uno specchio affidabile: la storia di Gesù. Al giorno d’oggi, Gesù ci viene spesso incontro come uno ‘straniero,’ come ha fatto con i discepoli sulla strada per Emmaus. L’evangelizzazione è l’avventura di scoprire il Gesù incognito. E in quello, gli atei sono partner molto più interessanti dei cristiani tradizionalisti.

Una volta, lei ha detto che la Chiesa ha bisogno di pensatori. In che senso? E quale è la ragione per cui la Chiesa manca di pensatori?

Sia Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno ripetuto in molte occasioni che il credo senza pensiero è pericoloso e può portare al fanatismo e al fondamentalismo, che sono le malattie più infettive dei nostri tempi. Nell’Antichità e nel Medio Evo, la Chiesa non aveva paura di sviluppare il modo in cui si pensava la fede, usando le correnti filosofiche del tempo. Non aveva paura di prendere ispirazione dal pensiero pagano, giudaico o islamico. Tuttavia, nel momento in cui si è dovuta confrontare con il pensiero della tarda modernità, la Chiesa si è chiusa con ansia in sé stessa. Basti ricordare la biasimevole “lotta contro il modernismo” che ha avuto come risultato l’autocastrazione della teologia cattolica per diversi decenni, durante i quali l’immagine del mondo è cambiata in maniera radicale. L’argomento usato in quel tempo dalla gerarchia era la paura di “scandalizzare i credenti comuni.” Sfortunatamente, non era preoccupata di scandalizzare i credenti educati, e per questo motivo ne ha persi molti. La teologia oggi soffre di super-specializzazione e frammentazione in discipline accademiche individuali. La maggioranza dei libri teologici sono letti solo da professori di teologia. Ci mancano teologi capaci di parlare ad un pubblico più vasto.

Di cosa ha bisogno la Chiesa oggi? Non è l’evangelizzazione più importante dei pensatori?

La base dell’evangelizzazione è l’inculturazione, l’accorpamento creativo del messaggio del Vangelo in una cultura vissuta, nel modo di pensare e di vivere di un popolo. L’evangelizzazione senza un dialogo con la cultura è niente altro che propaganda religiosa e indottrinamento. Trovo l’attività populista anti-intellettuale sul modello dei televangelisti americani come controproducente. Quando vedo persone che vengono manipolate in mega-show religiosi emozionali negli stadi, ripeto a me stesso le parole della Bibbia: Dio non era nel vento. Il Vangelo è un seme che deve sedimentarsi profondamente in buon terreno. Deve morire a se stesso e crescere quietamente per lungo tempo perché alla fine davvero porti molto frutto. Ricordiamoci di Maria, che teneva tutte le parole nel suo cuore e le ponderava.

In tempi recenti, c’è stata molta discussione su come la Chiesa comunica il suo messaggio, e il numero di consulenti che è stato assunto per migliorare la comunicazione della Chiesa. La tecnica della comunicazione ha secondo lei prevalso sull’evangelizzazione?

Abbiamo bisogno di profondità spirituale, un nuovo linguaggio e il coraggio di riflettere sulla fede in dialogo con la cultura contemporanea. Se il nostro predicare avrà queste qualità, allora le considerazioni tecniche sono secondarie, anche se non sono marginali. Il vino nuovo ha bisogno di otri nuove. Ma le otri nuove senza vino nuovo sono inutili.

Padre Piero Gheddo, un missionario italiano con esperienza più che cinquantennale, ha identificato il ‘peccato originale’ di una mancanza di missionari oggi nel fatto che l’annuncio del Vangelo è stato oscurato dall’impegno sociale della Chiesa. Troppa enfasi sui temi sociali e troppo poca sulla Chiesa, si potrebbe dire, sintetizzando il pensiero di Padre Gheddo. Lei è d’accordo?

“La fede che non produce buone opere non è vera fede” (Giacomo 2,20). L’Evangelizzazione senza impegno sociale è vuota e non è credibile. Ma la Chiesa non si deve trasformare in una delle tante istituzioni sociali. Quelli che prendono parte nel lavoro sociale dovrebbero emettere la fragranza di Cristo.

Come è possibile approcciarsi a quelli che sono lontani dalla Chiesa da ogni credo religioso? E come è possibile che la Chiesa ‘risorga’?

Abbiamo bisogno di una nuova ecclesiologia. La Chiesa ha bisogno di una nuova auto-percezione. Io suggeriscono due citazioni. Agostino ha detto: “Molti sono dentro e credono di essere fuori, e molti sono fuori e credono di essere dentro” (I sociologi parlano di “credere senza appartenere” e “appartenere senza credere”). E il teologo ortodosso Evdokimov ha scritto: “Sappiamo dove è la Chiesa; non è nostro compito giudicare dove la Chiesa non è.”

 

Quali sono le principali ragioni per cui così tante persone hanno lasciato la Chiesa?

Molti “figli prodighi” hanno la sensazione che se ritorneranno non troveranno le braccia aperte di un generoso e misericordioso padre, ma il dito puntato dell’amareggiato fratello maggiore. Grazie a Dio, Papa Francesco sta cambiando molto di quell’immagine della Chiesa. Da molti punti di vista, i suoi movimenti verso la riforma ricordano la “rivoluzione culturale” di Francesco d’Assisi. La cosa importante è, tuttavia, non semplicemente adorare il Papa, ma come lui prendere seriamente la sfida di Dio di “andare e riparare la sua casa, che sta andando in rovina.” Il nuovo stile rappresentato da Papa Francesco è il primo che merita il titolo di nuova evangelizzazione. Se questo progresso, che ha suscitato così tanta speranza dentro e fuori la Chiesa, si fermasse, questo avrebbe conseguenze tragiche per la Chiesa e il mondo.

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