Il traffico di esseri umani si combatte con una nuova morale sociale

I membri della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali con Papa Francesco
Foto: PASS
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Occorre responsabilizzare i singoli oltre che gli stati, e creare una autorità che possa far rispettare gli accordi internazionali. E’ quanto emerge dai lavori della plenaria della Pontificia Accademia delle scienze sociali che ha riunito non solo accademici ma anche operatori sociali e consulenti politici.

Un dato che emerge è che ormai i trafficati sono soprattutto donne, il che vuol dire che non si tratta solo di schiavismo sessuale ma anche lavorativo. Questo è un dato che ci deve portare ad abbattere alcuni luoghi comuni.

Lo hanno ricordato il professor Stefano Zamagni e il professor Pierpaolo Donati incontrando i giornalisti al termine dei lavori.

In particolare occorre distinguere i migranti clandestini dagli schiavizzati. I primi sono spesso rifugiati anche se il rischio è che possano finire nelle fila della delinquenza organizzata. C’è poi il problema della domanda. Chi sfrutta il lavoro schiavo non può non sapere che lo sta facendo. E in questo senso il ruolo di chi “usa” gli schiavi è altrettanto grave di quello di chi li “commercia” e questo è uno de punti su cui lavorare.

Inoltre c’è da ricordare che sono fenomeni enormi e non ristretti a poche aree sociali.

C’è da combattere poi la ideologia dell’ individualismo libertario che lascia immaginare che si tratti di una scelta “libera” quella di accettare un lavoro schiavo.

I suggerimenti che la Pontificia Accademia offre riguardano soprattuto il diritto internazionale che dovrebbe essere garantito da una Autorità contro il traffico di persone.

C’è poi la possibilità di potenziare il “voto con il portafoglio” cioè scegliere aziende e prodotti che siano “etici” nel lavoro e nella produzione fino alla capacità delle aziende di rifiatare affari loschi.

Infine una indicazione giuridica: il traffico umano è un crimine contro l’umanità ma c’è chi dice che un crimine è solo contro lo stato. E questo concetto giuridico rende il tutto più difficile e occorrerebbe una nuova tipologia di crimine che prescinde dagli ordinamenti degli stati.

Non basta certo criminalizzare la domanda, occorre cambiare la moralità di una società concentrata solo sul profitto. Manca la solidarietà e per questo serve conoscenza e una rete di lavoro. Occorre cambiare la moralità sociale e far nascere una cultura della collaborazione.

Una proposta importante per far emergere le buone pratiche che già esistono è quella di far entrare le ONG alle Nazioni Unite per dare voce e voto a coloro che operano con quelle pratiche che fanno la differenza.

 

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