Il Vescovo Derio Olivero racconta l’esperienza di malato Covid

Il prelato di Pinerolo è stato colpito dal coronavirus nei mesi scorsi e ha lottato tra la vita e la morte

Monsignor Derio Olivero, Vescovo di Pinerolo
Foto: Facebook - "Sorsi di caffè con Derio"
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“Per comprendere cosa ci stia dicendo questo tempo, faccio in primo luogo riferimento alla mia esperienza di malato di Covid. C’è stato un momento, lungo due-tre giorni, in cui sono stato vicinissimo alla morte… Il corpo stesso stava evaporando, ma evaporavano anche le tante cose che facevo, i tanti progetti che avevo in testa, le cose della vita. E in questo evaporare solo due cose restavano salde, due cose che erano perciò il vero me, il mio nocciolo duro, la mia identità: una grande fiducia, che io da credente chiamo fiducia in Dio, cioè la certezza di una Presenza, e i tanti volti cari con cui ho stabilito delle relazioni”.

 Così inizia il libro ‘Non è una parentesi’ del vescovo di Pinerolo, mons. Derio Olivero, in libreria da qualche settimana, in cui oltre a raccontare la sua storia di malato ‘covid’ offre un contributo per pensare un futuro in cui non tornare semplicemente a ‘come eravamo prima’ ma approfittare per diventare migliori e costruire un contesto più umano e favorevole alla fede.

Partendo proprio dal titolo del libro abbiamo chiesto al vescovo di Pinerolo di spiegarci perché questa pandemia non è una parentesi: “Nessun evento della nostra vita è una semplice parentesi. C’è un motto in cui credo molto, e me lo ripetevo già prima ed ora più che mai, che dice così: ‘Non è ciò che capita, ma come reagisci a ciò che capita, che costituisce la tua vita’. E’ vero. Non è ciò che capita che fa l’essenza della tua vita, ma come tu reagisci a ciò che capita che costruisce la tua vita.

L’esempio classico: se decidi di andare al mare o in montagna con gli amici nel giorno di domenica, e quel giorno piove, purtroppo alla pioggia non ci puoi fare nulla, perché quella scende. Ma tu puoi passare la giornata a brontolare dalla finestra ed alla sera sarai triste e stanco; oppure puoi telefonare ai tuoi amici e decidere di andare a visitare una mostra di pittura e poi, magari, mangiare una pizza: quella domenica diventa una bellissima domenica, anche se la pioggia continua a cadere.

Dipende sempre da come noi affrontiamo la vita. Non si può solo lasciare che capiti qualcosa; bisogna che quel qualcosa ci parli e ci faccia fare le scelte, soprattutto quando non è una giornata di pioggia ma è una tragedia di un periodo lungo di mesi, come la pandemia, che è stata una tragedia per chi è stato malato e per chi ha avuto familiari malati o deceduti, ma anche una questione economica.

Dunque questo è il motivo per cui non possiamo solo pensare che sia solo una parentesi da chiudere. Dobbiamo lasciare che parli e fare alcune scelte alla luce di ciò che dice, perché questa pandemia non è mandata da Dio, ma in questa pandemia Dio parla; dunque sarebbe un peccato contro lo Spirito non lasciarlo parlare”.

Della sua esperienza di malato di covid quale è stato il ricordo?

“Il ricordo è stato soprattutto la bravura e la gentilezza del personale sanitario. Veramente è una cosa che quando sei ammalato a lungo fa la differenza. Eppoi il ricordo del fatto che ho rischiato di morire: sono stato consapevolmente di fronte alla morte. L’essere di fronte alla morte è qualcosa che fa la verità. Fa la verità in te e ti libera, cioè non puoi giocare di fronte alla morte: sei quello che sei senza nascondere niente.

Ti insegna ad essere libero, senza essere attaccato a chissà quali ‘giochini’ per vivere: sei te stesso! Di fronte alla morte emergono cose davvero importanti; quelle che reggono, anche se sta arrivando la morte. Ho visto che reggevano solo due cose: la fiducia in Dio, su cui puoi appoggiare anche se arriva la morte e ti distrugge tutto; ma su di Lui ci si può ancora appoggiare. E le persone con le quali hai costruito qualcosa.

Di fronte alla morte mi venivano alla mente molti volti di persone care e quelli rimanevano saldi, veri e costituivano la mia identità. Io ero la capacità di fiducia in Dio e le relazioni costruite: questo mi resta molto nel cuore”.

Come annunciare il kairos in una società che sta perdendo la speranza?

“Sicuramente è importante tornare a credere nel futuro. La nostra società è una società che già prima del covid non credeva più molto al futuro; anzi, dicono gli studiosi, era la prima società che vedeva il futuro come una minaccia e non come una promessa. Incredibile! I nostri nonni, che hanno vissuto la guerra, continuavano, pur nella guerra, ad avere una speranza, dove si poteva migliorare.

Noi, che stiamo meglio dei nostri nonni, stiamo ‘paurosi’ davanti al futuro. Allora come annunciare il kairos, la buona opportunità? Sicuramente tornando a dirci che dobbiamo prendere il futuro come un’opportunità, perché così è. Questo vale per tutti: credenti e non credenti. Il futuro è sempre un’opportunità. Conta come reagisci.

Dunque, il futuro è qualcosa da costruire insieme, iniziando a sognarlo. Se non si sogna nulla per il futuro, non avverrà nulla. Se, invece, si sogna qualcosa di buono e di bello, una parte almeno riusciremo a realizzarla. Credo che sia questa la modalità di vedere l’opportunità nel futuro”.

Quale è il ruolo dei cristiani in questo tempo?

“Il ruolo dei cristiani è quello di essere portatori di fiducia. I cristiani sono coloro che credono in un Padre che ci accompagna, che si prende cura di noi e ci prepara una festa al fondo della nostra storia. I cristiani sono coloro che credono che il Signore risorto è davvero qui e cammina e ci apre la strada e che lo Spirito Santo ci sostiene per rendere migliori noi e questa nostra società; cammina per costruire fraternità; soffia per costruire fraternità.

I cristiani credono in questo e sicuramente possono essere quelli che nella società si dimostrano innanzitutto fiduciosi e capaci di fiducia. Possono aiutare e contagiare con la loro fiducia. Credo che oggi il compito dei cristiani non sia quello di organizzarsi e di riorganizzarsi (questo è necessario per la Chiesa), ma sia soprattutto quello di uscire e, là dove sono, essere testimoni di fiducia”.

In questo tempo cosa significa per la Chiesa essere ‘ospedale da campo’?

“Credo che innanzitutto significhi essere una Chiesa ‘in uscita’. Uno dei rischi della Chiesa è quello di creare un muro, dove aldiquà del muro ci sono i cristiani ‘impegnati’, i cristiani ‘praticanti’ di tutte le domeniche, quelli ‘giusti’; fuori dal muro ci sono i ‘non praticanti’, i ‘non regolari’; quello che non credono o credono diversamente.

Questo è dividere. Invece la Chiesa deve imparare a non costruire un muro. Penso che in questo tempo un po’ lo abbiamo sperimentato: anche noi non potevano andare a messa; non eravamo dei ‘praticanti’. Interessante questa situazione: per un po’ di tempo anche noi siamo stati dei non praticanti. Eppure abbiamo cercato lo stesso di praticare la nostra fede.

Questo ha fatto capire che non c’è proprio un muro preciso; non esiste quel muro lì. Siamo tutti figli di Dio in cammino ed in ricerca; tutti abbiamo in noi lo Spirito che agisce e noi dobbiamo imparare a guardare gli altri così. Soltanto se impari a guardare gli altri. Soltanto se impari a guardarli con questa fiducia e questa fede, imparerai effettivamente ad essere vicino.

Altrimenti anche la Chiesa rischia di essere divisiva; e quando inizia ad essere fonte di divisione sicuramente inizia a fare danni e ferite. Dobbiamo riconoscere che tante volte abbiamo causato ferite con la nostra stessa pastorale ed con il nostro modo di parlare divisivo; con il nostro modo di guardare con sospetto gli altri.

E’ importantissimo essere cristiani ‘impegnati’ ed andare a messa la domenica, ma questo non deve diventare un modo per creare un gruppo ‘chiuso’. Anzi la messa, per prima, deve essere un’occasione per aiutarci a prendersi cura degli altri. Una ‘Chiesa in uscita’ è il primo modo per essere ospedale da campo”.                

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