In memoria del Cardinale Sfeir. Sandri: “Il suo morire ha rimesso in cammino tutti”

Il Cardinale Sandri nella Chiesa del Pontificio Collegio Maronita in Urbe al termine della Messa di suffragio del Cardinale Sfeir, 25 maggio 2019
Foto: Congregazione per le Chiese Orientali
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Continuano le celebrazioni di suffragio del Cardinale Nasarallah Sfeir, patriarca maronita dal 1986 al 2011, scomparso lo scorso 12 maggio. Il 25 maggio, si è tenuta una Divina Liturgia nella Chiesa del Pontificio Collegio Maronita in Urbe, presieduta dal vescovo François Zeki Eid, procuratore maronita presso la Santa Sede. E il Cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione delle Chiese Orientali, ha pronunciato un indirizzo di saluto in cui ha sottolineato come “il morire del Cardinale Sfeir ha rimesso in cammino tutti”.

Il Cardinale Sandri lo sottolinea ricordando la sua partecipazione alle esequie del Cardinale Sfeir lo scorso 16 maggio. Mette in luce come alle esequie abbiano partecipato “cristiani di ogni confessione, musulmani di ogni confessione leader spirituali e politici come migliaia di persone semplici”, per un funerale che resterà “insieme all’intera esistenza del caro cardinale una delle pagine più significative della storia moderna del Paese dei Cedri”.

Una moltitudine in corteo dall’ospedale fino alla sede patriarcale di Bkerké, che è sul monte che culmina con il santuario della Madonna di Harissa, protettrice del Libano insieme a San Charbel, Santa Rafka, San Nemtallah.

Si è trattato, sottolinea il Cardinale Sandri, di un “cammino fisico che rimanda ad un cammino interiore”, perché la spiritualità del Cardinale è prima di tutto “monastica”, in un nascondimento che è “condizione spirituale necessaria per incontrare Dio ed essere anzitutto e integralmente suoi”.

In molti si sono sentiti orfani per la morte del Cardinale Sfeir, ma la sua vita è stata “una freccia puntata a colui che è la Roccia su cui fondare la vita di una persona, di una famiglia, di una comunità religiosa, di una Chiesa, di una Patria”, ed è stata questa la forza che ha permesso al Cardinale Sfeir di “parlare a tutti, ed essere punto di riferimento, prima che con le parole con la vita vissuta nell’umiltà e nella semplicità” e di non avere paura “di elevare una parola chiara e forte, per un intero popolo, composto da tanti e diversi, ma del quale voleva preservare l’identità e sovranità territoriale”.

In particolare, il Cardinale Sandri ricorda il ruolo che il Patriarca Maronita ebbe nell’Assemblea Speciale del Sinodo dei vescovi convocata da San Giovanni Paolo II e celebrata nel 1995, di cui fu presidente delegato.

Da quel sinodo scaturì l’esortazione apostolica “Una Speranza nuova per il Libano”, che San Giovanni Paolo II firmò proprio durante il viaggio in Libano nel 1997, dove lo accolse appunto il patriarca Sfeir.

Le parole di quell’esortazione, aggiunge il Cardinale Sandri, descrivono ancora “la vocazione e la responsabilità di coloro che sono chiamati ad essere patriarchi delle rispettive Chiese”.

San Giovanni Paolo II scriveva infatti che “il patriarca è il capo e il padre della sua Chiesa patriarcale”, ed esortava “patriarchi e vescovi del Libano ad un sincero esame di coscienza e ad un impegno rinnovato sulla via della conversione personale necessaria per una testimonianza più fruttuosa per la santificazione dei fedeli”.

Sono tutte virtù, nota il Cardinale Sandri, esercitate dal Cardinale Sfeir.

C’era, infatti, ancora la guerra, in Libano, quando il Cardinale Sfeir aveva preso la guida della comunità guidata da San Marone. È stato l’uomo dell’unità libanese e della pace.

Ma perché Sfeir era così importante per la storia del Libano? Patriarca nel 1986, fu presidente del Sinodo speciale per il Libano insieme al Cardinale Achille Silvestrini, allora prefetto della Congregazione delle Chiese Orientali.

Un Sinodo che il patriarca aveva fortemente voluto. San Giovanni Paolo II lo creò cardinale nel 1994, e fu lui ad accogliere il Papa polacco nel suo viaggio nel Paese dei Cedri nel 1997. Fu in quell’occasione che Giovanni Paolo II disse che il Libano era un “Paese messaggio”, per la convivenza tra musulmani e cristiani di diverse confessioni.

Il Libano è un Paese confessionalista, e l’attuale assetto politico fu delineato proprio dall’accordo di Taif.  L’accordo prevedeva che il Parlamento fosse composto da 128 seggi, divisi equamente tra musulmani (circa il 45 per cento della popolazione) e cristiani (il 55 per cento). Inoltre, secondo il Patto nazionale del 1943, cioè quello che trasformò il Libano in uno stato multi-confessionale, il presidente deve essere sempre un cristiano maronita, il primo ministro un musulmano sunnita (i sunniti sono il 15 per cento della popolazione libanese) e il presidente del Parlamento un musulmano sciita (22 per cento).

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