Iraq, il grido di dolore del patriarca Sako: “Viviamo in una cultura di vendetta”

Il patriarca Sako di Babilonia dei Caldei durante una veglia in San Giovanni in Laterano lo scorso anno
Foto: Bohumil Petrik
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Richiede un intervento militare, l’esercizio della libertà religiosa, un insegnamento religioso moderato scevro da ideologia. Louis Raphael Sako, patriarca di Babilionia di Caldei, parla in maniera allarmistica della situazione dei cristiani in Medio Oriente, e in particolare in Iraq. Mette in luce sette livelli di degrado, cui fanno seguito sette proposte. E denuncia: “I non musulmani hanno poca speranza di una situazione migliore nella regione”.

Il patriarca Sako parla al convegno “Sotto la spada di Cesare”, un simposio pubblico sulla risposta cristiana alla persecuzione che si tiene in questi giorni all’Università Urbaniana. Perché i cristiani, come ha affermato lo stesso Papa Francesco, sono i più perseguitati al mondo a causa della religione. Ed è particolarmente vero in Medio Oriente, dove l’avanzata dell’auto-proclamato Stato Islamico mette sempre più a repentaglio non solo la presenza dei cristiani, ma anche quella di tutte le altre minoranze religiose.

Spiega il Patriarca Sako: “La cultura cristiana è quella di una religione di amore, perdono e pace, e si contrappone a quella attuale, che è una cultura della vendetta.” Denuncia: “La secolarizzazione è diventata una religione nell’Ovest”. E d’altronde, gli interventi occidentali sono stati sbagliati in Medio Oriente, dove “quello di cui c’è bisogno è un dittatore chiaro”, dato che “la dittatura è una cultura in Medio Oriente”. Dove in realtà manca “la formazione alla democrazia e alla libertà dei diritti umani”, non c’è “sicurezza”, manca stabilità ed è cresciuto un Islam che ha l’obiettivo di stabilire uno Stato Islamico sulla base della legge islamica, anche perché “molti musulmani credono che la cristianità ha fallito e che loro hanno la missione di islamizzare il mondo perché l’Islam è la vera religione.

Il Patriarca racconta la fuga dei cristiani da Mosul, cita le cifre – già note – del drammatico crollo della presenza dei cristiani in Medio Oriente, da 1 milione e 400 mila sotto Saddam fino al mezzo milione di oggi, e denuncia l’autoproclamato Stato Islamico come “un cancro nel corpo islamico” che minaccia tutti, e per questo “tutti dobbiamo distruggerlo militarmente, con truppe sul territorio”. Ma va anche “sconfitto ideologicamente, prosciugando le fonti da cui arrivano i rifornimenti di armi”.

Questa è la prima di sette proposte per la risoluzione della crisi avanzate dal patriarca. C’è poi la richiesta al governo di “garantire una vera comprensione” delle libertà individuali, che portino riforme basate sulla cittadinanza e l’eguaglianza e allo stesso tempo criminalizzino e puniscano tutte le attività relative ad una costrizione della religione.

In fondo – spiega il Patriarca – lo stesso Corano chiede che non ci sia “costrizione sulle cose di fede”, e anche la costituzione irachena stabilisce che l’Iraq è uno stato multietnico, che va garantita la protezione di tutti dalla coercizione politica e religiosa, e che tutti hanno libertà di pensiero, coscienza e religione. Articoli disattesi da una legge approvata dal Parlamento iracheno il 27 ottobre 2015, che forza Cristiani, Yazidi e Sabei al di sotto dei 18 anni a convertirsi all’Islam se uno dei genitori dice di essere musulmano.

Una coercizione che porta direttamente ad un’altra proposta, tutta dedicata all’educazione. Le autorità islamiche – afferma Sako – devono “prendere piena responsabilità nello smantellare l’ideologia takfiri” ovvero l’ideologia che porta i musulmani sunniti ad accusre altri musulmani sunniti di apostasia. Si devono “fornire programmi moderati di educazione religiosa”, che “rispettino le differenze e rafforzino i legami della buona volontà tra i cittadini”, diffondendo “una cultura di coesistenza sociale armonica”, con una etica universale contro il fondamentalismo.

A questo, si deve aggiungere l’impegno delle Nazioni Unite di sanzionare quanti commettono ingiustizie contro le minoranze religiose, e di portarli davanti al tribunale internazionale. Chiede uno Stato non secolare, ma con una religione ufficiale in grado di “assicurare i diritti fondamentali”, e chiede anche di separare “la religione dello Stato” andando oltre la dinamica di uno Stato governato da una religione o setta”.

Una “road map” che coinvolge governi, uomini di fede e persone di buona volontà, conclude il patriarca Sako.

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