La Banda Pontificia apre un ciclo di conferenze sul rapporto tra i Papi e Roma

La Banda Pontificia
Foto: PD
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Anche il presidente John Fitzgerald Kennedy, durante la sua visita in Italia e in Vaticano nel 1963 come parte del tour europeo, apprezzò la Banda Musicale Pontificia, perché, a suo giudizio, aveva compiuto la migliore esecuzione dello Star Spangled Banner di tutto il suo giro. E la Banda, erede della Guardia Palatina d’Onore di cui faceva parte e oggi sotto le dipendenze della Casa Pontificia, aprirà il 25 gennaio il ciclo di conferenze “All’ombra di Pietro”, presso la Chiesa di Santa Maria in Vallicella, conosciuta come “Chiesa Nuova”.

Lì, nella Chiesa dove è custodito il corpo di San Filippo Neri e affidata agli oratoriani da lui fondata, si andrà a perlustrare in quattro incontri il rapporto tra i Papi e Roma: il 5 febbraio, il professor Marcello Teodonio di Tor Vergata parlerà delle “pasquinate” in relazione ai pontefici; il 5 marzo, il professor Roberto Regoli della Pontificia Università Gregoriana si concentrerà sul tema della rinuncia papale; il 2 aprile, monsignor Stefano Sanchirico del Pontificio Consiglio della Cultura terrà una conferenza sugli aspetti cerimoniali dell’udienza papale; e tutto si concluderà a maggio, con una conferenza sui doni d’arte fatti al e dal Papa, tenuta dal professor Guido Sante della Pontificia Università Gregoriana.

Padre Simone Raponi, oratoriano e organizzatore del ciclo di conferenze, sottolinea ad ACI Stampa che “San Filippo diceva che chi fa bene a Roma, fa bene in tutto il mondo. La vocazione storica del nostro ordine, e il legame che la Congregazione e San Filippo stesso hanno avuto con i pontefici, hanno rappresentato l’humus che ha portato ad ideare questo ciclo di conferenze”.

La stessa chiesa di Santa Maria in Vallicella è testimonianza diretta del legame tra Roma e i Papi. Nella chiesa, c’è il confessionale dove Pio XII, giovane sacerdote, era solito confessare; Giovanni XXIII arrivava in visita inaspettato, e celebrava Messa; Paolo VI era legato agli oratoriani di Brescia, e c’è una stanza ancora decorata con la tappezzeria rossa da lui regalata.

Gli oratoriani di Roma mantengono un forte legame con la città. “La Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri – spiega padre Raponi – ha la particolarità della stabilitas: non siamo un ordine religioso che subisce spostamenti, rimaniamo sempre dove siamo originalmente destinati. Anche chi non è romano, acquisisce romanità”.

Ed è una romanità che racconta una storia universale, sebbene oggi poco conosciuta. “Roma – prosegue padre Raponi – costituiva per tutta l'Europa un punto di riferimento ed un faro anche per le consuetudini protocollari e cerimoniali, che affondavano le loro radici nell'incontro tra il Cristianesimo e la millenaria storia della Città. Questo incontro risulta evidente anche nella figura stessa del Papa che racchiude in sé tanti aspetti: è vescovo di Roma, capo della Chiesa universale, e sovrano. Così il suo protocollo, il suo cerimoniale esprime una valenza che è soprattutto religiosa”.

Ogni gesto del protocollo pontificio ha un significato religioso. Anche le musiche che accompagnavano l’ingresso e l’uscita del Papa, e che saranno eseguite dalla Banda Pontificia, avevano lo scopo di esaltare le varie dimensioni del Papato.

Oggi, tutto questo patrimonio di simboli rischia di essere incompreso. Padre Raponi, però, mette in luce che “ questo patrimonio simbolico rimane radicato in una dialettica in cui non c’è una dicotomia tra cielo e terra. I simboli esprimono indubbiamente un concetto di sovranità, ma presentano tutti alla radice valori religiosi e ne declinano la peculiarità. Lo mostra l’abbigliamento, l’arte stessa utilizzata. Ecco, leggere tutto questo utilizzando categorie non opportune alla realtà che si osserva, può indurre ad avere una percezione falsata. Se considero il Pontefice solo come capo di uno Stato di un territorio più o meno grande, non capirò mai il senso di questi gesti e di queste istituzioni”.

Dietro le questioni “formali” c’è dunque una sostanza da comprendere, tutta legata anche alla sovranità della Santa Sede. Questa, spiega padre Raponi, ha “una evoluzione storica complessa. È garanzia di libertà per il pontefice, e gli dà la libertà di diffondere il Vangelo senza essere soggetto agli Stati. È una sovranità che diventa funzionale al messaggio religioso. Il resto può cambiare, può evolvere, ma resta questo fondamento”.

Ne era ben consapevole Paolo VI, il quale, quando nel 1968 andò riformare la Corte Pontificia con la Pontificalis Domus, in fondo non abolì la Corte: semplicemente la trasformò, ne seguì una naturale evoluzione, senza però perdere nulla del significato storico precedente, e mantenendo il concetto di “famiglia pontificia” che è alla base del cerimoniale del Pontefice.

La storia, dunque, è la chiave per comprendere tanti simboli che oggi non sono più considerati e compresi. È lo stesso Papa Francesco a mostrare attenzione per la storia. Padre Raponi nota che il Papa, incontrando lo scorso 12 gennaio gli storici della Chiesa, ha detto che la storia è “fondamentale per il presente e il futuro”, e questo sta a significare che “la Chiesa ha un passato, e il passato ci aiuta a leggere il presente. Non c’è staticità. La lettura della storia è necessaria, perché ci aiuta a capire chi siamo e perché siamo in un certo modo”. E questo senso della storia viene anche dal fatto che “Cristo è entrato nella storia, l’ha divisa in un certo senso, tanto che si parla di un mondo prima e dopo Cristo. E un Dio che si incarna e vive una vita storica in qualche modo richiede che raccontiamo come le cose si sono sviluppate nella storia”.

Il rischio è, come sempre, di arrivare agli eccessi: disdegnare tutto quello che c’è prima o invece di arroccarsi su forme sempre ormai desuete.

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