La coerenza evangelica e civile,nella testimonianza di vita cristiana del giudice Livatino

Il postulatore della causa di beatificazione racconta la testimonianza del magistrato

Don Giuseppe Livatino
Foto: www.piolatorre.it
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Non cercava consensi, riuscendo a mantenere a debita distanza tutto ciò che poteva esporlo alle luci della ribalta. È questo uno dei tratti più sorprendenti di Rosario Livatino, il magistrato siciliano ucciso in un agguato mafioso nel 1990 a cui la Chiesa ha recentemente riconosciuto i requisiti specifici del martirio cristiano. 

Don Giuseppe Livatino, postulatore della fase diocesana della causa di beatificazione del giovane Magistrato, rispondendo alle nostre domande ci aiuta a riconoscere in questa figura di santità una luminosa testimonianza di vita cristiana e civile, e soprattutto i tratti caratteristici della coerenza evangelica che nella vita di Livatino fuoriesce limpida come da una sorgente.  Del resto, a casa, come nell’aula di un tribunale, per Livatino non faceva alcuna differenza: comprendeva, infatti, che l’esperienza di fede cristiana e la vita non possono non incrociarsi – come lui stesso annotava nelle sue agendine Sub Tutela Dei, sotto lo sguardo di Dio!

Quale, oggi, la principale urgenza morale posta alla nostra attenzione da Rosario Livatino?

Certamente quella della coerenza, cristiana e civile. Rosario aveva attinto al Vangelo e al Magistero della Chiesa la sua profonda sapienza. Conosce e vive il Vangelo, conosce ed applica le riflessioni dei Padri conciliari sul ruolo del fedele laico nel mondo di oggi. Rosario sa bene, anche grazie alla sua esperienza formativa vissuta nell’Azione Cattolica, che il cristiano è chiamato ad essere “luce del mondo e sale della terra”, che deve santificare, nella famiglia e nel lavoro quotidiano, il mondo. Ma il “magistero” di Rosario non si limita al “fare” quotidiano: la sua è una scelta di vita cristiana radicale, che deve “evitare il male e fare il bene”: evitare il male significa rifiutare con fermezza il peccato: “il peccato è ombra e per giudicare occorre la luce e nessun uomo è luce assoluta”, scriverà nella conferenza su “Fede e diritto” tenuta il 30 aprile 1986 a Canicattì e dirà, nella stessa conferenza: “rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio”. 

La coerenza evangelica testimoniata dal Giudice Livatino e la serietà mostrata nel seguirla può interrogare il cristiano di oggi?

Non dico che “può”, ma che “deve”. I cristiani di oggi, più che di “santini”, hanno urgente bisogno di testimoni credibili. E Rosario lo è. Ha costruito la sua fede pezzo per pezzo, edificandola su una profonda umanità. E questa ricchezza l’ha trasposta interamente nella sua delicata professione di magistrato. Ecco perché la sua testimonianza è realmente portatrice di luce: Livatino attinge direttamente all’esperienza dei santi, e in ogni dimensione della sua vita rigetta ogni mediocrità o minimalismo. Quello che deve fare, Rosario ama farlo bene. Persegue quella “perfezione” indicata da Gesù nel Vangelo, per edificare il Regno di Dio. Tra le testimonianze raccolte, mi ha positivamente colpito proprio l’episodio del suo ex insegnante, sacerdote, che gli chiede una “piccola raccomandazione”. Rosario nutre profondo rispetto, ma gli risponde con fermezza: “Lei, quando confessa, accetta raccomandazioni?”. 

Nel corso del processo diocesano del giudice Livatino qual è stato il momento più difficile da superare?

I momenti difficili non mancano mai. A partire anche dalle tante richieste di deporre al Processo, rifiutate o addirittura ignorate. Ma poi è giunta la richiesta di deposizione di uno dei killer, che ha dato grande fiducia nella possibilità di chiudere il processo diocesano con un ventaglio completo di testimonianze. Grandi sono state, invece, le occasioni di gioia e di crescita nei sette anni di Processo diocesano: dalla lettura degli appunti delle agende di Livatino alle escussioni dei testimoni, è come se la figura dì Rosario prendesse man mano definizione, fino ad apparire in tutta la sua folgorante bellezza.

Pare che in America Latina e in altre parti del mondo la testimonianza del magistrato siciliano stia destando curiosità.

Quello che è avvenuto a partire dall’apertura del Processo diocesano è meraviglioso: migliaia di mail sono arrivate da tutta Italia, da vari Paesi europei, dall’America Latina e dalle Filippine. Moltissimi hanno chiesto il testo della preghiera per chiedere la glorificazione in terra del Servo di Dio, molti altri hanno chiesto informazioni sulla vita… Ma tutti hanno mostrato grande interesse verso questa splendida figura di “testimone credibile”. Tantissimi hanno affermato di aver ricevuto grazie spirituali per intercessione di Rosario. Ed è così che abbiamo constatato che quest’uomo, sconosciuto ai più quando era in vita, ha parlato e continua a parlare in modo efficace proprio a partire da quel 21 settembre 1990. 

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