La Santa Sede, camera con vista sull'Iran

Papa Francesco incontra Shahindokht Molaverdi, vicepresidente della Repubblica d'Iran, 12 febbraio 2015
Foto: © L'Osservatore Romano Photo
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Era quasi scontato che il presidente dell’Iran Hassan Rouhani facesse tappa da Papa Francesco durante la sua visita in Italia sabato 14 novembre. È il ritorno dell’Iran sulla grande scena internazionale, dopo le difficili trattative che hanno portato all’ormai famoso accordo sul nucleare iraniano. Un accordo che anche la Santa Sede ha lodato, perché ci vede in fondo un ponte con il mondo mediorientale. E, chissà, magari anche un ponte per risolvere situazioni difficili come quella in Siria.

Nonostante le ovvie differenze e difficoltà, i rapporti tra Santa Sede e Iran sono di lunga data. Sotto Benedetto XVI, ci fu addirittura un fiorire di nuovi rapporti, un miglioramento di relazioni. Nel 2006, l’allora presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad auspicò in una lettera a Benedetto XVI “l’instaurazione di nuove relazioni umane e politiche” tra Santa Sede e Iran, basandosi sugli insegnamenti comuni “dei due profeti.” Era la risposta al messaggio per la Giornata Mondiale della Pace di quell’anno, intitolato “La persona umana, cuore della pace,” che Ahmadinejad ricevette al pari dei capi di Stato e delle Cancellerie di tutto il mondo.

Nel 2010, fu il Cardinal Jean Louis Tauran a fare da tramite, in un viaggio in Iran che portò ad un ulteriore scambio di lettere. E ancora si chiedeva una comune alleanza contro il secolarismo, cui Benedetto XVI rispondeva ancora una volta parlando della centralità della vita umana.

I rapporti tra Santa Sede e Iran non si sono mai interrotti. Lo scorso febbraio, Shahindokht Molaverdi, vicepresidente della Repubblica Islamica di Iran, ha visitato il Vaiticano e ha potuto anche incontrare Papa Francesco. È stata anche al Pontificio Consiglio della Famiglia, che subito dopo ha dato l’annuncio della presenza di una delegazione iraniana all’Incontro mondiale delle Famiglie di Philadelphia.

Molti i temi in comune, per una alleanza tra Stati che diventa anche una alleanza tra le religioni: il ruolo della famiglia e della donna, l’impegno comune contro il diffondersi della procreazione assistita (ad esempio, l’utero in affitto) e contro l’ideologia del gender.

Un altro tema in comune è quello della lotta all’estremismo e al fondamentalismo. Molaverdi ha detto a febbraio di aver apprezzato le condanne del Papa sull’uso e sull’abuso della religione per mettere in atto la violenza.

E poi, ovviamente, il tema nucleare. La Santa Sede è stata da sempre promotrice di un accordo sul nucleare. Come membro fondatore dell’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica), la Santa Sede punta a sviluppare la tecnologia nucleare per usi pacifici, e a mettere al bando anche la sola possibilità di costruire armi nucleari. Non solo. La speranza è quella che l’accordo raggiunto con l’Iran sia un modello per accordi analoghi con altri Paesi del Medio Oriente.

Lo spiegò a Radio Vaticana, in occasione dell’accordo, l’arcivescovo Silvano Maria Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede alle Nazioni Unite di Ginevra. L’arcivescovo spiegò che “il fatto che i membri del Consiglio di Sicurezza e l’Iran abbiamo firmato un accordo, che in qualche modo accomoda gli interessi delle due parti, mi pare un grande passo in avanti. Specialmente, perché indica anzitutto che il dialogo è vincente sulla violenza e, in secondo luogo, che c’è la speranza che adesso, in qualche modo, ci si possa portare avanti nello sforzo di trovare un modo per porre fine alla violenza in Siria”.

“L’idea – aveva aggiunto il nunzio – è che l’Iran è una parte integrante del dialogo e del negoziato che può portare alla pace o, almeno, alla cessazione immediata della violenza in Medio Oriente e in particolare, per quanto riguarda la Siria, trovare una risposta comune, coordinata e ragionevole da parte della comunità internazionale al fantomatico Stato islamico, che porta solo male e conseguenze negative non solo nella regione, ma anche in altre parti del mondo”.

Per tutti questi motivi, l’incontro tra Papa Francesco e Rouhani ha una certa importanza. E poi c’è un motivo religioso. Il dialogo con l’Islam sciita iraniano funziona bene. A ottobre 2014, è stata presentata la prima Bibbia in lingua farsi. E a gennaio 2015, è arrivato anche il catechismo completamente tradotto in lingua farsi.

Una idea, quella del catechismo in persiano, che è nata all’Università delle Religioni e delle Confessioni, che si trova alla periferia di Qum, la città santa dell’Islam sciita. Lontana circa 90 chilometri dalla capitale Teheran, Qum è il cuore dell’Iran religioso. Lì c’è il santuario dove riposano le spoglie di Fatima Masumeh, sorella di Reza, l’ottavo imam dello sciismo duodecimale: lo visitano in 15 milioni di persone l’anno.

Di questa spiritualità “beve” la città, in cui ci sono oltre cento centri di studio, e conta tra i 50 mila e 60 mila studenti di Corano e Islam su una popolazione di circa un milione di persone. Tra questi, 2 mila si sono dedicati allo studio delle altre religioni: cristianesimo, ebraismo, buddhismo e induismo. Ed è questa la spiritualità che può favorire la cultura dell’incontro che tanto sta a cuore a Papa Francesco.

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