La Santa Sede: “La risposta al terrorismo non può essere solo militare”

Arcivescovo Silvano Maria Tomasi, Osservatore Permanente della Santa Sede presso l'ufficio ONU di Ginevra
Foto: Daniel Ibáñez / ACI Group
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“La risposta al terrorismo non può essere fatta meramente attraverso l’azione militare.” Ci vuole piuttosto partecipazione politica, e sistemi legali e chiari. Ma soprattutto, si devono “tagliare tutte le forme di supporto pubblico o privato al terrorismo,” uno dei modi in cui si può prevenire il terrorismo. Parla così l’arcivescovo Silvano Maria Tomasi, osservatore Permanente della Santa Sede presso l’ufficio ONU di Ginevra, in un “panel” sugli Effetti del Terrorismo nella godimento dei diritti umani e delle libertà fondamentali da parte di ogni persona, che si è tenuto il 30 giugno a Ginevra.

In un lungo e articolato intervento, l'arcivescovo Tomasi mette in luce la posizione della Santa Sede sul tema. Ma non risparmia critiche agli Stati che finanziano il terrorismo e lo usano come scusa per garantire la sicurezza nazionale a discapito delle libertà individuali; e alla comunità internazionale, un po’ troppo lenta nel rispondere alla minaccia del terrorismo.

“La risposta al terrorismo – afferma l’arcivescovo Tomasi – non può essere portata avanti solo attraverso una azione militare. La partecipazione politica, sistemi legali chiari e giusti, il taglio di ogni forma di supporto pubblico e privato per il terrorismo sono mezzi che servono non solo per rispondere, ma anche per prevenire il terrorismo.”

E – aggiunge – è “importante ricordare l’obbligazione positiva che gli Stati devono prendere per poter proteggere i loro cittadini, e , quando questo non è possibile, per collaborare con altre autorità regionali per affrontare le minacce dei gruppi terroristi.”

L’intervento articolato del nunzio combina così un approccio diplomaticamente prudente voluto dalla Segreteria di Stato del Cardinal Pietro Parolin con la diplomazia della verità che si è sviluppata sotto Benedetto XVI. È necessario parlare chiaramente, perché si sviluppi un dialogo vero. Ma allo stesso tempo, si deve sempre fare i conti con quel “dovere di proteggere” che sembra essere la parola chiave della Segreteria di Stato targata Parolin.

Il problema della sicurezza è centrale. Ma l’arcivescovo Tomasi non manca di notare che “governi in tutto il mondo, in alcuni casi utilizzando il terrorismo come una scusa, sono preoccupati della sicurezza nazionale e degli sforzi antiterrorismo, e alcuni di quest’ultimi vanno a toccare il godimento dei diritti umani e delle libertà fondamentali.”

Ma il problema è più ampio, perché il terrorismo ha davvero una influenza politica, impatta sull’opinione pubblica in maniera imprevedibile, dato che “non c’è un responso pubblico uniforme a un attacco terroristico” e d’altronde “gli attacchi terroristici non cambiano necessariamente le opinioni politiche delle persone.”

“Più grande è la confidenza delle persone nei loro valori, meno probabilmente li cambieranno in conseguenza di un evento grande, come un attacco terroristico,” sottolinea l’arcivescovo Tomasi. Che invita anche a non trascurare il ruolo dei media nel “formare e informare l’opinione pubblica quando affrontano gli eventi terroristici”.

Ci deve essere uno sforzo combinato di tutti, per combattere il terrorismo. La Santa Sede denuncia in particolare gli atti terroristici portati avanti nel nome della religione. Ma quello che offre è uno sguardo più generale, perché “gli atti di terrorismo – sottolinea l’Osservatore Permanente – causano la distruzione dei diritti umani, delle libertà politiche e dello Stato di diritto. Il terrorismo è l’antitesi dei valori condivisi e degli impegni che servono da base per la coesistenza pacifica a livello domestico e internazionale. Con la proliferazione del terrorismo e della impunità di quanti lo perpetuano, possiamo dire che c’è anche una globalizzazione del terrorimo.”

L’arcivescovo sottolinea che “il terrorismo no riconosce la dignità delle sue vittime,” e dunque “non ci sono basi o logica per cui gli altri diritti fondamentali e le libertà delle persone umane saranno rispettate.” C’è piuttosto “una sorta di effetto domino.” Funziona così: “una volta che si nega ad una persona il diritto di vivere, si abusa di altri diritti fondamentali, incluso il diritto ad avere una fede o a praticare un culto, il diritto di parola e la libertà di coscienza, il diritto all’educazione e il diritto ad essere trattato con pari dignità di ogni altro cittadino di una nazione, nonostante le differenze di status religioso, sociale, economico, linguistico o etnico.”

Il terrorismo va oltre, sottolinea l’Osservatore Permanente, perché distrugge infrastrutture, demolisce siti antichi e questo “minaccia e annichila la storia delle culture e delle popolazioni,” oltre a creare “basi per la fioritura di un ulteriore violento estremismo, così continuando il circolo vizioso di una violenza che propaga ulteriore violenza.”

Le cifre del terrorismo mostrano che il problema non solo è drammaticamente attuale, ma che si diffonde sempre di più. L’arcivescovo Tomasi concede che “si deve ammettere che la comunità internazionale non è sempre stata efficace nel prevenire e affrontare il terrorismo, specialmente in Medio Oriente e in diverse parti dell’Africa.” Dal 2000 ad oggi, le vittime di attacchi terroristici sono cresciute del 500 per cento, un numero drammaticamente salito negli ultimi due anni a causa delle vittime provocate dai gruppi dell’ISIS e di Boko Haram. L’82 per cento delle vittime del 2013 sono state uccise in solo cinque nazioni: Iraq, Afghanistan, Pakistan, Nigeria e Syria.

E dunque “nel considerare gli effetti negativi del terrorismo nel godimento dei diritti umani e delle libertà fondamentali, deve essere chiaro che questi effetti continueranno, e eventualmente peggioreranno, se le cause del terrorismo non sono chiaramente affrontate dagli Stati nazionali interessati e dalla comunità internazionale.”

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