La situazione ad Hong Kong, dove la Chiesa appoggia il movimento per la democrazia

Mentre si aspetta la nomina di un nuovo vescovo di Hong Kong, l’arresto del “nonno” del movimento democratico mette in luce come la Cina stia stringendo il controllo su Hong Kong

Martin Lee durante una delle proteste pro-democrazia di Hong Kong, con il caratteristico ombrello giallo della protesta
Foto: Twitter
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Lo scorso 18 aprile, la polizia di Hong Kong ha arrestato l’81enne Martin Lee, insieme ad altri 14 protestanti a favore della democrazia. Lee ha dimostrato per circa 40 anni per ottenere il suffragio universale ad Hong Kong, ma questo è il suo primo arresto. Ed è certamente un segnale del controllo che la Cina vuole esercitare sull’isola controllata dagli inglesi fino a metà degli Anni Novanta.

Le proteste democratiche sono state fortemente sostenute dalla Chiesa locale, e in particolare dal Cardinale Joseph Zen Zekiun, vescovo emerito di Hong Kong. In questo momento, la diocesi è senza un vescovo dopo la morte del vescovo Yeung ming-Cheung. L’amministrazione apostolica della diocesi è affidata al Cardinale John Tong Hon, vescovo emerito. Ma la voce forte della Chiesa locale delle proteste, che si unisce alle critiche forti del cardinale Zen all’accordo sino-vaticano sulla nomina dei vescovi, fa sì che il Vaticano osservi la situazione con attenzione.

Papa Francesco ha inviato un telegramma ad Hong Kong quando ha sorvolato il Paese durante il suo viaggio in Giappone e Thailandia, ma in conferenza stampa ha preferito diminuire l’impatto del suo gesto. Un punto di vista particolarmente apprezzato dal governo cinese. E per la nomina del nuovo vescovo, sembra che questo sarà Peter Choy Wai-man, attuale vicario della diocesi, che non dispiace a Pechino. La scelta sarebbe caduta su di lui e non sull’ausiliare Joseph Ha Chi-shing perché questi è più vicino alle posizioni del cardinale Zen.

È in questa cornice che si inserisce l’arresto di Martin Lee. Benedict Rogers, fondatore dell’Hong Kong Watch, ha spiegato ad ACI Stampa che “l’arresto di Martin Lee, il nonno del movimento democratico ad Hong Kong, insieme ad altri 14 distinti politici pro democrazia ed ex parlamentari colpisce dritto al cuore ciò che rimane delle libertà, lo stato di diritto e l’autonomia di Hong Kong, presumibilmente con la speranza di sfruttare il fatto che le menti del mondo sono concentrate sulla pandemia del coronavirus”.

Non solo. Per Rogers si tratta del “completo abbandono delle promesse fatte alle persone di Hong Kong sotto la dichiarazione sinoò-britannica, un vulnus della Costituzione di Hong Kong, e un attacco al sistema basato su leggi internazionali. Il Partito comunista cinese sta chiaramente usando la pandemia come una opportunità per mettere in ginocchio Hong Kong. La comunità internazionale non può lasciarlo passare”.

Le parole di Rogers fanno eco a quelle di Lee. Il fondatore del Partito Democratico di Hong Kong aveva scritto in un editoriale del 21 aprile sul Washington Post che Hong Kong stava affrontando “due piaghe dalla Cina: il coronavirus e gli attacchi ai nostri diritti umani”.

Lee stava protestando contro la legge dell’estradizione in Hong Kong. La legge che ha permesso il trasferimento dei fuggitivi nella Cina continentale per il processo, ma dopo non ha voluto fare nessuna altra concessione. Invece di una commissione di giudici, il capo esecutivo di Hong Kong ha detto che avrebbe piuttosto invitato esperti ad unirsi ad una commissione di revisione per esaminare le cause dietro le proteste. La legge alla fine non è passata.

Si è creata una situazione particolarmente critica. Da gennaio, Luo Huining è stato nominato dal governo cinese a capo del Central Liaison Office di Hong Kong, e questi ha chiesto di esercitare ancora maggiore controllo su Hong Kong approvando una “legislazione di sicurezza nazionale”, che renda fuorilegge “la sedizione, la sovversione e il furto di segreti di Stato”.

La Commissione Giustizia e Pace della Diocesi di Hong Kong ha rilasciato lo scorso 18 aprile una dichiarazione in cui veniva condannato l’arresto di Lee e si chiedeva di porre fine a tutti agli arresti finché non si fosse stabilita una commissione indipendente.

La commissione ha anche ribadito che il governo deve rispondere alle domande dei manifestanti pro-democrazia.

Secondo un amico di Lee, che non vuole essere identificato, l’arresto è parte di una strategia di Sun Li Jun, vice ministro per la sicurezza di Hong Kong, di mandare un messaggio di forza prima della Festa dei Lavoratori del Primo Maggio.

“Ad Hong Kong – ha poi spiegato – amiamo tutti la Cina e la popolazione Cinese, ma siamo contro il Partito Comunista Cinese per tutto ciò che ci hanno fatto oggi e prima”.

Le proteste ad Hong Kong hanno coinvolto circa 1 milione di persone il 6 giugno 2019, e i cattolici sono stati molto attivi. Il timore è che la legge dell’estradizione sia un ulteriore mezzo di stringere la morsa sul libero esercizio della religione ad Hong Kong.

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