Vescovo di Hong Kong: “La Chiesa sta con gli ultimi, non compete con il governo”

I vescovi di Hong Kong e Macao in visita ad limina da Papa Francesco il 23 giugno 2018
Foto: Vatican Media
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Nessuna competizione con il governo, ma la necessità, piuttosto, di stare con gli ultimi, e anche di costruire una nuova società a partire dall’educazione. Il vescovo di Hong Kong Michael Yeung Ming-cheung, è stato in Vaticano per l’ad limina dei vescovi di Hong Kong e Macao. Si sono incontrati con il Papa il 23 giugno, al culmine di una settimana trascorsa nei dicasteri della Curia romana. Il vescovo Yeung sottolinea il sistema particolare di Hong Kong, che pure è sotto la Cina. Non entra nel merito delle polemiche su un eventuale accordo tra Santa Sede e Repubblica Popolare Cinese. Ma guarda con interesse e sollecitudine ai cattolici nella Repubblica Popolare. Perché la Chiesa non deve competere con il governo. Ma è chiamata ad essere vicina alle persone.

Quali sono stati i temi principali della visita ad limina?

Abbiamo ovviamente parlato con tutti i dicasteri, e sono stati tutti molto interessati al nostro lavoro. In particolare, abbiamo avuto un fruttuoso incontro con la Congregazione dell’Educazione Cattolica, spiegando il nostro lavoro per stabilire una Università Cattolica ad Hong Kong. L’università cattolica già c’è, anche se è codificata come un istituto di studi superiori, e ora stiamo lavorando per avere un accreditamento come università da parte dello Stato. Non possiamo chiedere al governo di dare sussidi, si tratta di una università privata. Il nostro obiettivo è coinvolgere gli studenti. Le università governative sono molto più economiche, ma non possiamo sopravvivere se gli studenti pagano tasse molto basse. Ma se facciamo pagare tasse più alte, dobbiamo fornire un servizio ottimo. Non siamo una università di ricerca. Siamo una università che prepara alla carriera, abbiamo la speranza che gli studenti dopo i nostri studi possano trovare un lavoro più facilmente. È un modo di dare loro una seconda opportunità.

L’università è già stabilita?

Sì, per ora abbiamo circa 2 mila studenti, e ce ne saranno 3 mila il prossimo anno. In 2 anni, ci saranno 4 mila studenti e questo si spera che porterà all’accreditamento presso il sistema statale.

Perché il governo cinese dovrebbe accreditare una università cattolica?

Perché Hong Kong è governata con il principio di “una nazione due sistemi”. Possiamo dunque avere il nostro modo di fare le cose. Credo che Hong Kong sia molto importante per la Cina, è come la sua finestra aperta sul mondo. Se il governo centrale chiudesse tutto in Hong Kong, questo proverebbe che il principio “una nazione, due sistemi” non può funzionare. Per loro è dunque molto importante che questa è una via percorribile, e farlo funzionare.

Ma quale è il problema più grande ad Hong Kong?

Per i giovani, è soprattutto quello di una sistemazione. Il movimento Occupy Central lo dimostra. Al di là delle richieste di indipendenza e autonomia, gli studenti erano soprattutto frustrati dall’impossibilità di formare una famiglia. Non possono permettersi una casa, sono costretti a vivere con i loro genitori, che a loro volta vivono con i loro genitori. Molte persone sono infelici perché usano tutti i loro risparmi per comprare una casa.

C’è qualche modo in cui Hong Kong possa avere una influenza sul modo di vivere cinese?

Da un certo punto di vista sì. Hong Kong è chiamata a partecipare alla modernizzazione della Cina, e non solo dal punto di vista politico-economico. Lo sviluppo delle nazioni non si basa solo sull’economia. Gli esseri umani hanno bisogno di avere un sistema di valori. Se dai loro denaro, e niente più che denaro, rimarranno soli ed isolati.

Cosa può are la Chiesa cattolica in questa situazione?

La Chiesa non deve competere con il Partito per il potere e l’autorità di questo mondo. Il Signore Gesù non ha mai detto ai suoi discepoli di competere con l’Impero Romano. La Chiesa ha un ruolo da giocare, e io credo che la Chiesa deve avere una buona attitudine di dialogo, ma allo stesso tempo è chiamata a dire la verità. Deve parlare contro l’ingiustizia sociale, quando questa si verifica.

Quanti sono i cattolici ad Hong Kong?

Ogni anno abbiamo più di 30 mila battezzati. La popolazione cattolica è di 400 mila persone, se contiamo solo i locali. Includendo gli stranieri, ci sono circa 600 mila cattolici, il 10 per cento della popolazione totale di Hong Kong. Nella nostra diocesi ci sono 93 parrocchie e 100 luoghi dove si celebra la Messa.

Perché gli abitanti di Hong Kong sono attratti dal cattolicesimo?

Ci sono molte ragioni, anche pratiche. In molti vengono dalla Cina e vogliono essere educati nelle scuole cattoliche e per garantirsi l’ammissione si battezzano e fanno battezzare i figli, in modo che possano guadagnare punti per una eventuale ammissione. Ma, una volta ammessi nelle scuole cattoliche, non vanno più in Chiesa. Ma la mancanza di pratica non dipende solo da questo.

E da cosa altro?

Da un forte consumismo, dal fatto che c’è sempre una gratificazione immediata. Ho chiesto ai miei sacerdoti di considerare e cambiare il nostro modo di comunicare, per correre e andare dai più giovani. Predicare dal pulpito non significa raggiungere la tua audience. Il nostro obiettivo è quello di rafforzare le persone, di migliorare le relazioni umane perché tutti si aiutino gli uni con gli altri.

In che modo?

Un esempio: Hong Kong sta invecchiando molto rapidamente, ci sono oltre 2 terzi delle persone al di sopra dei 60 anni, e in 20 anni nelle strade saranno solo vecchi. Quelli che gestiranno la società tra 30 anni saranno chiamati a gestire la società, e dovranno essere ben preparati. Ed è per questo che siamo chiamati a fare qualcosa, non solo stare sul pulpito e pregare, aspettando che tutti ci ascoltino. Dobbiamo andare verso i giovani. Perché oggi hanno una gratificazione istantanea, ma non hanno nulla da seguire. Questo è il compito della Chiesa Cattolica, ma non solo. Anche il governo, e chiunque nella società, è obbligato a farlo.

Quindi lei sostiene che c’è bisogno di una alleanza tra la Chiesa e la società civile?

Lo dico sempre agli ufficiali di governo, che dobbiamo lavorare insieme per fare qualcosa. Noi, per parte nostra, siamo chiamati a chiedere a tutti i sacerdoti di cercare nelle parrocchie se c’è qualche possibilità di mettere insieme i giovani, e magari formare un gruppo per aiutare i più anziani. Per fare cose semplici, per esempio aiutare gli anziani a pulire la casa, o fare la spesa.

Quale è la sua relazione con la Chiesa cattolica in Cina?

Si tratta di una situazione molto delicata, che fa parte del principio di “una nazione, due sistemi”. Il messaggio delle autorità cinesi è quello di non volere interferenze nel governo della Chiesa nella Cina continentale. Ed è la direzione verso cui va la legge sulle ONG straniere appena approvata: tutto deve essere approvato dal governo e il governo ha il diritto di sapere da dove vengono i soldi. E questo colpisce anche noi. Se un gruppo di cattolici in una remota provincia della Cina ha bisogno di fondi per una casa per anziani, e lo chiede a Caritas Hong Kong, dobbiamo essere molto attenti al modo in cui inviamo i soldi in Cina. Nessuno ha la certezza che questi soldi arrivino a destinazione. E, d’altra parte, anche l’invio di denaro è considerato un possibile disturbo.

Ma come vedete il possibile accordo tra Santa Sede e Cina?

Non c’è niente che io voglia dire contro il governo, e non parlo a nome del governo. La Chiesa ha un ruolo molto chiaro, non compete con il governo. Siamo chiamati a parlare quando ci sono ingiustizie.

Abbiamo compreso che la Santa Sede sta avendo un dialogo con il governo di Pechino, ed è normale che ci siano anche persone contrarie. Ma noi ci fidiamo del Signore. Cinquanta anni fa, la porta tra Vaticano e Pechino è stata chiesa. Ora stiamo lottando per trovare una apertura molto stretta, ma non so davvero dove porteranno gli accordi. Io credo che Dio ci porterà sulla giusta strada. Ci sono stati degli sbagli, forse si faranno altri sbagli. Ma il Signore ci guiderà.

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