L’alpinista di Dio, ricordo di Papa Pio XI nell'anniversario della morte

L’amore per le montagne di don Achille Ratti. Il raggiungimento delle vette del Monte Rosa, Cervino e Monte Bianco

Achille Ratti in Montagna
Foto: pd
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“Ma chi avrebbe potuto dormire con quella purissima aria, a quell’altezza, nel centro di quel grandiosissimo fra i più grandiosi teatri alpini, in quell’atmosfera tutta pura e trasparente, sotto quel cielo del più cupo zaffiro, illuminato da un filo di luna e, fin dove l’occhio giungeva, tutto scintillante di stelle, in quel silenzio”.

Parole che fanno sognare, parole che sembrano nate nella mente di chi ha fatto della montagna una vera e propria vocazione. Sarà invece un'altra, la vocazione a cui sarà chiamato l’autore di queste righe: l’alpinista che le ha scritte, infatti, diventerà Papa col nome di Pio XI, ossia Achille Ratti. 

Il Pontefice che rimarrà nella storia per la firma dei Patti Lateranensi aveva uno sconfinato amore per l’alpinismo. Ma la sua, non era solo una passione: basterebbe ripercorrere le vette che riuscì a raggiungere durante gli anni precedenti al suo servizio presso la Biblioteca Vaticana. Una carriera alpinistica degna del nostro Reinhold Messner, noto al grande pubblico per essere stato il primo al mondo ad aver scalato tutte le quattordici cime del pianeta che superano gli 8.000 metri dal livello del mare. E anche Achille Ratti, durante la sua  carriera alpinistica,  ebbe un traguardo di non poco conto: fu il primo a raggiungere - il 31 luglio 1889 - la cima del Monte Rosa, dalla parete Est, una delle più impervie. 

L’attività alpinistica di don Achille Ratti si svolse nell’arco di circa trent’anni. Le prime vere esperienze iniziarono nel 1885 con la salita della Cima di Jazzi e del Colle del Turlo, e terminano nell’ottobre del 1913, l’anno prima che Ratti diventasse Prefetto della Biblioteca Vaticana.                          

Il “periodo d’oro” fu segnato dagli anni 1889 e 1890, durante i quali don Ratti -  allora trentaduenne - compì la sua impresa più importante: la conquista del trittico Monte Rosa, Cervino e Monte Bianco. La scalata del Monte Rosa fu una vera e propria impresa nazionale: la parete dalla quale Ratti                     arrivò alla vetta del Monte Rosa non era mai stata scalata. Eppure il futuro Pio XI riuscì, con ferma determinazione, a raggiungere il suo obiettivo. Ma il fatto più sorprendente fu che pochi giorni dopo da quel traguardo, riuscì a conquistare un’altra vetta, non meno pericolosa della precedente.                   Il 31 luglio 1889 giunge alla vetta del Monte Rosa e il giorno dopo, il 1 agosto 1889, don Ratti già sarà pronto per un’altra scalata: il Monte Cervino. La partenza avvenne alla mezzanotte del 6 agosto e, con una rapidità fulminante, il giovane sacerdote arrivò lo stesso giorno alle quattro e mezza del pomeriggio. Con queste parole, raccolte nei suoi Scritti alpinistici (editi nel 1923), ricorderà l’incredibile esperienza: 

“Finalmente verso le quattro o le quattro e mezza pomeridiane eravamo sulla cima. Il sole versava declinando i suoi ultimi splendori sul grandioso, indescrivibile panorama: non dimenticherò più la spaventevole bellezza degli abissi che si sprofondano a picco sotto la vetta dalla parte di Valtournenche”. E così, dopo il Monte Rosa anche il Cervino - alto ben 4.478 metri dal livello del mare - era stato conquistato.

Ma le imprese del futuro pontefice continuano. L’anno dopo, infatti, sarà la volta del Monte Bianco.  La partenza, la mattina del 31 luglio 1890. Arrivo, lo stesso giorno a mezzogiorno circa. I 4.808 metri del Monte Bianco erano stati scalati.  Don Ratti si poteva definire più che soddisfatto della sua nuova impresa. 

Anche durante il suo pontificato, Pio XI  non dimenticò mai la passione per le montagne. Ne è una prova la sua Lettera Quod Sancti del 20 agosto 1923, indirizzata  a Fiorenzo Du Bois De la Villerabel, Vescovo di Annecy, con la quale proclamava San Bernardo di Mentone patrono degli alpinisti: 

“Vogliamo sia dato San Bernardo da Mentone quale Patrono celeste non solo agli abitanti e ai viaggiatori delle Alpi, ma anche a coloro che si esercitano a salirne le vette. Infatti, fra tutti gli esercizi di onesto diporto, nessuno più di questo - quando si schivi la temerità - può dirsi giovevole alla sanità dell’anima nonché del corpo. Mentre col duro affaticarsi e sforzarsi per ascendere dove l’aria è più sottile e più pura, si rinnovano e si rinvigoriscono le forze, avviene pure che con l’affrontare difficoltà d’ogni specie si diviene più forti per sostenere i doveri della vita, anche quelli più ardui”.

 

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