L'amore e la verità creano un mondo nuovo: il cardinale Müller spiega la Deus caritas est

Il cardinale Mueller alla conferenza sulla Deus Caritas est
Foto: AA
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É una lettura della Deus caritas est alla luce dell’ Anno santo della misericordia quella che il cardinale Gerhard Müller, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede offre in apertura della conferenza internazionale promossa da Cor Unum a dieci anni dalla pubblicazione della prima enciclica di Benedetto XVI. Dio è amore, e l’ amore e la verità, spiega il cardnale, creano un mondo nuovo.

“L’Anno Santo della misericordia - ha detto il teologo tedesco- fa emergere con maggiore chiarezza il compito teologico e spirituale di conciliare gli aspetti della misericordia e della giustizia di Dio all’interno di una dottrina filosofica su Dio non solo speculativamente, ma anche il compito di intenderle nel loro senso storico-salvifico e soteriologico come auto-comunicazione divina in grazia e verità”.

La prima giornata dei lavori della conferenza “ La carità non avrà mai fine” si svolge nell’ Aula nuova del Sinodo alla presenza di circa 200 operatori delle Caritas e rappresentanti delle Conferenze episcopali.

La relazione introduttiva del cardinale serve a “rinfrescare la memoria”, e rileggere la enclicica di Benedetto XVI: “L’amore di Dio e del prossimo è il cuore della fede cristiana nella potenza creatrice, redentrice e operativa di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo.

L’odio e l’amore sono le due alternative fra le quali si compirà il destino del mondo e di ogni singolo uomo”.

La prima parte dell’intervento del cardinale è più teologico. “L’essere cristiani si compie nell’incontro con la persona di Gesù di Nazareth” spiega Müller alla scuola di Rtazinger, e prosegue con i grandi esempi del matrimonio unico tra uomo e donna come il legame tra Dio e il suo popolo. Israele, con quel “soltanto tu” e “per sempre”.

E qui il cardinale fa un affondo sui matrimoni omosessuali, non sono possibili i matrimoni tra uomini, dice, "e questa non è una intromissione politica, ma è dire ai politici di rispettare la natura umana sopra cui loro non sono i maestri, i ‘domini'”. “I politici devono servire la comunità e non imporre una falsa ideologia”, ha ammonito.

Poi il passaggio a Gesù: “allo stesso modo in cui Gesù si è preso cura di noi, anche noi possiamo essere “cristiani”, cioè aprirci con lui agli uomini, donando noi stessi”.

E come diventa reale questo dono?

Ecco la carità, quell’amore che “è Dio che apre la sua vita trinitaria a noi uomini: è per amore che Dio crea il mondo e chiama gli uomini ad essere i suoi figli amati”. E “la diaconia quale carità di Cristo è espressione della natura della Chiesa”.

Per cui “con la continua crescita della Chiesa- spiega il cardinale- nacque anche la necessità di organizzare la carità prima a livello delle comunità parrocchiali e poi delle Chiese locali e delle diocesi – fino a diventare quell’organizzazione nazionale ed internazionale che è oggi la “Caritas”. Così come la rivelazione è universale, lo è anche l’amore. Nella carità si esprime l’essenza cattolica della salvezza e della Chiesa”.

E contrariamente alle ideologie capitaliste e marxiste, profondamente inumane, l’insegnamento sociale cristiano non si ispira a “utopie controproducenti”.

La Chiesa non si deve mettere al posto dello stato nel costruire una società giusta, “ma ciò che lo Stato non può fare - e che invece i cristiani come individui e la Chiesa come comunità, sono chiamati a compiere - è rendere la carità sperimentabile  attraverso l’amore di Dio e del prossimo, attraverso la scoperta della dignità incondizionata dell’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio e chiamato alla figliolanza divina”.

Ecco allora il compito dei laici nella società, ma nessuna società può risolvere il dolore del mondo “ed è qui che si collocano l’azione caritatevole del singolo cristiano e l’assistenza organizzata delle istituzioni ecclesiastiche. L’azione caritatevole concreta ha a che fare con lo sperimentare l’amore di Dio per l’uomo nella sua miseria religiosa-spirituale, nella sua sofferenza dell’anima e del corpo.

Grazie alla mediazione di coloro che agiscono in nome di Cristo, sperimentiamo come la dignità dell’uomo, nonostante tutta la sua fragilità e fugacità terrena, rimanga perenne proprio in quanto scaturisce dall’amore di Dio e sfocia in esso”.

E noi cristiani, ricorda il cardinale rileggendo Benedetto XVI, “aiutiamo il prossimo senza intenzioni occulte, semplicemente perché egli è il nostro prossimo. Ed è per questo che non strumentalizziamo la carità praticata, rendendola uno strumento di proselitismo”.

Ma ci sono due pericoli che corrono “coloro che che rendono il servizio caritatevole della Chiesa per professione”: la tentazione “di farsi abbindolare dalle ideologie fatue, che pretendono di poter risolvere tutti i problemi rimasti irrisolti sotto il governo divino del mondo, se solo l’uomo se ne assumesse la responsabilità; e dall’altra, dalla rassegnazione che nasce nel vedere tutti i poveri e i sofferenti che vi sono sempre stati in mezzo a noi”. Allora “per non assumere un atteggiamento altezzoso-totalitario – o addirittura “terroristico” – nel nome di Dio o del bene; per fare sì che non ci chiudiamo, offesi, nel piccolo guscio delle nostre piccole felicità personali, tutto il nostro impegno a favore del prossimo deve essere sostenuto dalla preghiera. È la preghiera che ci protegge dal cieco attivismo e dal fanatico desiderio di “riformare” il mondo”.

 

Il cardinale conclude tornando proprio alla misericordia e a Papa Francesco: “Soltanto quando comprenderemo che Dio è amore, il cristianesimo potrà riacquistare forza, e la fede sarà di nuovo intesa come dono. Ed è proprio questo che sta a cuore a Papa Francesco che non si stanca mai di annunciare, a un mondo debole nella fede e dilaniato dall’indifferenza e dal fanatismo, il messaggio dell’amore e della bontà, della giustizia e della misericordia di Dio”. 

 

 

 

 

 

 

 

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