Le beatitudini, l'autobiografia di Gesù: IV domenica del tempo ordinario

Una immagine di Cristo
Foto: M. Rupnik
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Gesù ha appena iniziato la sua missione e già la sua fama si diffonde. La gente attirata dalle sue parole e colpita dai suoi miracoli gli porta i malati perché hanno capito che Egli guarda con amore tutti coloro che soffrono nel corpo e nello spirito. 

Vedendo le folle che lo seguono, Gesù compie un gesto significativo: sale su un monte, si mette a sedere e circondato dagli apostoli pronuncia un discorso – definito delle Beatitudini - che alcuni hanno voluto interpretare come il superamento dei dieci comandamenti dati da Dio a Mosè sul monte Sinai. In realtà Gesù non abolisce i comandamenti, ma li rafforza. Insegna, infatti il Catechismo della Chiesa Cattolica che la proclamazione delle beatitudini, che sono il centro della predicazione di Cristo, riprende le promesse fatte al popolo eletto a partire da Abramo (n. 1716). Le beatitudini ci descrivono l’esistenza dell’uomo che ha incontrato il Regno di Dio ed ha deciso di entrarvi.

Per questo motivo, le beatitudini si presentano a noi, prima di tutto, come una nascosta autobiografia interiore di Gesù” (Benedetto XVI). Con questo discorso, il Signore si presenta, ci dice chi è, si racconta. Sempre il Catechismo afferma: Le beatitudini dipingono il volto di Cristo e ne descrivono la carità. E’ lui il povero che non sa dove posare il capo; è Lui il sofferente, l’affamato, il vero operatore di pace, il perseguitato, l’insultato e il percosso a morte perché ha osato proclamarsi Figlio di Dio. E’ Lui il mite, il misericordioso, il puro di cuore che contempla senza interruzione il Padre…E Dio lo ama e lo salva.

La vita cristiana è tale perché legata al mistero della persona di Cristo con la quale si entra in comunione di vita grazie all’appartenenza alla Chiesa, alla partecipazione dei sacramenti e alla preghiera. Si tratta di una comunione reale e pertanto l’esistenza dei discepoli di Cristo non sarà diversa da quella del loro Maestro: conosceranno la persecuzione, la derisione, la povertà, perfino la morte… Ma nonostante questo i discepoli sono “beati”, “felici”, possono cioè sperimentare paradossalmente una esistenza gioiosa, perché l’amicizia con il Signore cambia in meglio non in peggio la vita. Infatti, grazie a Cristo la realtà e la vita sono guardati nella prospettiva di Dio. Pertanto, coloro che sono considerati infelici sono i veri fortunati e possono essere nella gioia nonostante tutte le loro sofferenze.

Gesù, però, non parla solo in una prospettiva di eternità. Cioè non dice: “Io vi farò felici in Paradiso” . La vita eterna è una realtà già presente. Infatti, se l’uomo comincia a guardare e a vivere la vita a partire da Dio, se cammina in compagnia di Gesù, allora vive secondo i nuovi criteri che anticipano la vita eterna. A Dio, infatti, è possibile ciò che gli uomini ritengono impossibile.

Là dove ci sono discepoli che vivono realtà “maledette” come la povertà, il pianto, la persecuzione o impraticabili, umanamente parlando, come la mitezza, la misericordia, la purezza di cuore, la pace, la giustizia nel tessuto quotidiano della vita, lì è presente il Regno di Dio e la resurrezione di Cristo continua a celebrarsi nella tragedia del mondo.

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