Le scuole cristiane, una realtà a rischio in Terrasanta

Proteste per le scuole cristiane, Nazareth, 12 settembre 2015
Foto: © 2015 Andrea Krogmann (su gentile concessione)
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Sono 47, servono 33 mila studenti e sono tra le migliori del Paese. Eppure, il taglio di fondi del governo israeliano ne sta mettendo seriamente a rischio l’esistenza. Da tempo, le scuole cristiane in Israele portano avanti una difficile trattativa per ottenere quello che spetta loro per legge: ovvero i fondi governativi per le scuole cosiddette “speciali,” che permetterebbero alle famiglie di pagare una retta sostenibile. Ma lo Stato israeliano, dal 2009, ha progressivamente diminuito la torta per le scuole cristiane, mentre non ha fatto lo stesso per le scuole di altre confessioni religiose. “Non vogliamo aiuti di Stato, vogliamo eguaglianza,” è lo slogan della manifestazione.

Si legge sulle magliette, nei sit in spontanei che si creano ovunque in Israele. Una trattativa è stata cominciata, poi interrotta, poi ricominciata. Da una parte, il governo israeliano, che vorrebbe al limite inserire le scuole cristiane tra le scuole pubbliche, potendone così controllare programmi ed assunzioni. Dall’altra le scuole cattoliche, che rivendicano l’applicazione della legge. Perché dall’educazione non vogliono prescindere.

L’arcivescovo Giacinto Marcuzzo, ausiliare di Nazareth e vicario per Israele, sottolinea che “per noi la scuola è molto importante. Ogni volta che c’è una Chiesa, c’è una scuola. La maggior parte delle nostre scuole hanno 150 anni, sono nate nella seconda metà del 1800. Per noi la scuola è l’avvenire. Non possiamo educare i nostri cristiani solo nella parrocchia. Noi siamo appena il 2 per cento della popolazione, siamo sommersi da una grande maggioranza di musulmani e di ebrei: se non abbiamo la scuola, i nostri cristiani piano piano si perdono. Il nostro grande problema qui è l’emigrazione. I nostri giovani non vogliono altro che partire. Noi facciamo l’impossibile per trattenerli, e significa che cerchiamo di educarli, di formarli, che siano qualificati, affinché abbiamo da trovarsi un lavoro, sposarsi, farsi una casa, avere delle radici e rimanere qui.”

Spiega il vescovo Marcuzzo che “in Israele dal ’48 in poi si era creato un buon equilibrio di educazione: lo dobbiamo riconoscere ad onore di Israele. La legge permetteva che lo Stato assicurasse l’insegnamento ad ogni bambino e ad ogni famiglia, e lo Stato lascia libera ogni categoria, ogni gruppo, ogni fede, di educare i suoi adepti secondo le sue convinzioni, il suo stile, il suo sistema.”

Ma – aggiunge – “in questi ultimi anni, a partire dal 2009, i fondi garantiti dallo Stato per le infrastrutture sono stati progressivamente tagliati.” Le famiglie si sono trovate così a coprire le spese che non arrivavano dallo Stato.

Il sistema è complesso. Le scuole cristiane sono “riconosciute, ma non ufficiali,” una formula con la quale si spiega che non sono parte del sistema scolastico, ma sono accreditate dal governo. In virtù di questo accreditamento, ricevono il 75 per cento dei fondi garantiti alle scuole di Stato.

Si trattava di 200 milioni di shekel l’anno, ma il ministero dell’Educazione ha offerto loro solo 20 milioni di shekels. Troppo poco per non gravare sulle tasche delle famiglie, che non possono pagare rette così alte.

Spiega il vescovo Marcuzzo: “Per le scuole materne e secondarie, lo Stato ci dà quasi tutto, mentre per le primarie no. Non riusciamo a raccogliere neppure il 30 per cento.”

Per questo motivo, le scuole cristiane non hanno cominciato l’anno scolastico, dopo una estenuante trattativa. Il patriarca di Gerusalemme dei Latini Fouad Twal è convinto che il 16 settembre ci sarà qualche buona notizia. E lo sperano tutti, anche quelli delle altre scuole “riconosciute, ma non ufficiali,” tanto che una scuola islamica ha scioperato lo scorso 7 settembre in solidarietà con le scuole cristiane.

Che non solo ricevono un 30 per cento di studenti musulmani, e anche di altre minoranze religiose, ma sono tra le migliori scuole di Israele. Il vescovo Marcuzzo snocciola dati: “Quando si fa la classifica delle prime 10 scuole di Israele, ci sono sempre 6 o 7 scuole cristiane. Il 30 per cento degli studenti universitari è cristiano, o comunque proviene dalle nostre scuole. L’80 per cento degli impiegati nel settore high-tech comprende gente che ha studiato nelle nostre scuole. Tra i migliori maestri, dottori, avvocati di Israele ci sono quelli che sono usciti dalle nostre scuole.”

Il dito è puntato su una politica di “giudaizzazione,” che ha “sempre più tagliato e diminuito la torta” per le scuole cristiane, mentre ha mantenuta invariata la quantità per le scuole di altre confessioni.

Sono solo le 47 scuole cristiane ad avere problemi, si dividono tra scuole cattoliche (40), battiste (1), greco ortodosse (3), anglicane (3), e danno lavoro a 1300 persone tra impiegati e professori. Se non si trovasse una soluzione economica, probabilmente i 33 mila studenti dovrebbero essere reindirizzate a scuole pubbliche. Un numero che non potrebbe essere sostenuto dalle scuole di Israele in generale.

Il tema è così importante che è stato anche affrontato nel recente incontro tra Papa Francesco e il presidente israeliano Reuven Revlin, lo scorso 3 settembre, in Vaticano.

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