Legge bioetica in Francia, il no del Senato non basta. I vescovi: “Fermarsi a riflettere”

La Conferenza Episcopale Francese dirama una nota che chiede una “moratoria” sui temi della vita. Inutilmente, perché, dopo il no del Senato, l’Assemblea Nazionale ha comunque votato la legge con ampia maggioranza

L'Assemblea Nazionale di Parigi
Foto: Wikimedia Commons
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Non è bastato il no del Senato, che ha addirittura rifiutato di discutere il disegno di legge di bioetica approvato dall’Assemblea Nazionale. Perché, alla fine, la stessa Assemblea Nazionale ha approvato la loi bioetique lo scorso 29 giugno, con un testo che ha la maggioranza tra i deputati, ma di certo non riscontra “l’ampio consenso” di cui si avrebbe bisogno per questi tipi di scelte. Ed è per questo che i vescovi francesi chiedono “una moratoria” sui temi della bioetica. Fermarsi e riflettere, insomma, prima di scendere nel piano inclinato e scosceso della cultura della morte.

La legge di bioetica, in Francia, si ridiscute ogni sette anni. Dall’inizio della discussione, i vescovi francesi si sono impegnati perché la legge mantenesse dei limiti, in particolare sulla procreazione medicalmente assistita.. E per questo erano stati anche in Vaticano, in un incontro con la Pontificia Accademia per la Vita. Il loro impegno non è stato premiato. Anzi, la legge è stata calendarizzata tra le priorità anche dopo l’emergenza della pandemia, ed è stata poi approvata nonostante il Senato avesse rifiutato, in terza lettura, di andare avanti nel dibattito.

C’era dunque una volontà politica superiore di approvare un disegno di legge che, tra le altre cose, prevede la Procreazione Medicalmente Assistita per tutte le donne, aprendo così anche alle donne single o alle coppie lesbiche. Fino ai 43 anni, saranno dunque coperti finanziariamente dalla sanità nazionale fino a quattro tentativi di fecondazione assistita e sei fecondazioni artificiali, mentre in caso di coppia lesbica ci vuole un “riconoscimento congiunto del bambino”.

Una misura parte della promessa di Emmanuel Macron di “una grande riforma della società”, tanto che Olivier Véran, ministro della Salute, ha dichiarato che i primi moduli sono pronti affinché “i primi bambini possano essere concepiti entro la fine del 2021”.

La legge permette ai bambini nati da fecondazione assistita di conoscere eventualmente l’identità del donatore a partire dall’età di 18 anni. Resta il no alla maternità surrogata, il no alla scelta dell’identità del donatore da parte di una coppia infertile, il no al proseguimento del processo di riproduzione assistita alla morte del coniuge.

Un disegno di legge che aveva trovato il rifiuto alla discussione del Senato lo scorso 24 giugno. Ma non è bastato, questo, all’Assemblea Nazionale. Per i vescovi francesi, il no alla discussione del Senato dimostra l’inconciliabilità di due visioni differenti sull’essere umano, e questo mostra che non c’è un ampio consenso, come auspicato dal presidente Macron.

Per i vescovi, “è urgente trarre le conseguenze di questo fallimento che ferisce la nostra democrazia. Solo una moratoria che dia il tempo di riflettere collettivamente ascoltando e soppesando le reciproche argomentazioni può consentire l'emergere di un pensiero comune sulla dignità umana, inseparabile dalla fraternità che ci lega gli uni agli altri perché insieme sapremo che il più piccolo come così come i più grandi, i più fragili come i più solidi hanno la stessa dignità proprio per il fatto di essere esseri umani”.

Da questa moratoria, dicono i vescovi, potrebbe nascere un nuovo patto sociale, e “sarà ridefinita anche la nostra capacità di convivere nella nostra nuova società piena di tecniche e gravata dal virus dell’“individualismo”.

Concludono i vescovi: “Nessuno di noi ha inventato l'Uomo. Ognuno di noi ha la missione di accoglierlo così com'è con la sua bellezza e complessità, lasciandosi toccare nella parte più intima di sé dallo splendore di questa dignità”.

E sottolineano che “l’esperienza con i più vulnerabili, l'arte, la ragione, la scienza e la religione proiettano insieme, ciascuno a suo modo, una luce brillante su questa dignità. È a costruire una società ospitale di questa dignità che tutti siamo chiamati. Questa ospitalità è sempre verificata dal rispetto effettivo dei più deboli e dei più piccoli tra noi, nonché dalla solidarietà attuata in loro favore”.

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