Letture, l' Innominato come personaggio guida nella spiritualità

Un invito a rileggere quella storia incredibile nata nel cuore di Alessandro Manzoni

Una illustrazione d'epoca della storia dell'innominato
Foto: wikipedia
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A circa metà strada di quel viaggio straordinario  che sono I promessi sposi  Alessandro Manzoni  apre una sorta di romanzo nel romanzo: entra in scena l’Innominato. Come spesso accade nel capolavoro manzoniano lo stato d’animo del personaggio in primo piano, la sua realtà interiore vengono fedelmente rispecchiato dal paesaggio concreto in cui la trama si sta sviluppando. 

Ecco, dunque, all’inizio del capitolo XX la descrizione del cupo castellaccio in cui si annida l’uomo che fa paura a tutti insieme ai suoi bravi e ai servi che sembrano schiavi incatenati dal terrore.

Il castello si erge su una rupe che domina una valle stretta e desolata, tutta massi e rovine, costruzioni che appaiono come sopravvissute a qualche terremoto o ad una qualsiasi catastrofe naturale. 

Ed è questo il desolato paesaggio interiore dello stesso protagonista, che si svela a poco a poco e culmina nella lunga e drammatica sequenza della notte attraversata da incubi e disperazione.

L’anima dell’uomo avvezzo solo alla violenza e alla sopraffazione, è contemplata alla luce misteriosa della luna che penetra attraverso una finestra posta in alto, dopo l’incontro sconvolgente con Lucia che egli ha fatto rapire per conto di don Rodrigo. Siamo davanti ad una delle scene più misteriose, poetiche e di grande potenza visionaria: l’uomo  si trova in mezzo ad una stanza immersa nel buio, con le braccia conserte, lo sguardo basso e fisso sul pavimento, mentre un raggio di luna entra da quella finestra così alta, posta a difesa, con grosse inferriate, che però non trattengono la luce, non la tengono fuori, anzi in un certo senso la moltiplicano, la frantumano in tanti preziosi rivoli che si diffondono lentamente in quel buio che sembrava impenetrabile.

 

 L’uomo sente risuonare continuamente le parole e le preghiere di Lucia, di quella “donnicciola” che del tutto incomprensibilmente lo stanno scuotendo fin nelle profondità abissali del suo spirito cupo.  Ma in questa notte profonda lui ha  conservato il desiderio di un’alba nuova, dalla quale entra nell’abbraccio del cardinale Federigo. Immediatamente cambia il mondo attorno a lui che ritrova la pace. “Andò a letto e s’addormentò immediatamente”, sintetizza mirabilmente Manzoni, descrivendo l’effetto della vera pace che solo l’incontro con Dio concede.

 

Inizia così l’avventura appassionante che attraversa la “morte” dell’antico Innominato e la rinascita dell’uomo rinnovato dalla Grazia. Ora viene riproposta come appunto un racconto a se stante da Itaca edizioni, con la postfazione di Adele Mirabelli e Invito alla lettura di Eugenio Dal Pane. 

Ed  è altamente consigliabile leggerlo o rileggerlo, proprio in questi giorni, uno dei periodi più confusi e difficili della storia recente  e uno dei periodi dell’anno più ostici, quando l’estate finisce, e con essa il tempo del riposo, della vacanza, dei ritmi rallentati e sonnolenti, per entrare bruscamente in una ennesima stagione di stress e di impegni faticosi.

Un racconto di grande forza, capace di suscitare speranze e fiducia. Una storia all’opposto dello stile minimalista e pedissequamente mimetico del grigiore quotidiano, invece trasformata in un potente affresco che osa clamorosi contrasti di luce e di oscurità, di odio e di amore, di peccato e di redenzione. 

Mette in scena personaggi grandiosi, in primis l’Innominato e il cardinale Federigo Borromeo, protagonisti di un dramma senza tempo che, in fin dei conti, tocca in sorte a gran parte dell’umanità. Abbiamo bisogno più che mai di grandi storie che toccano l’infinito, ben al di là della tendenza dominante di propinare minuscoli racconti autoreferenziali dominati dal brutto e dall’incomprensibile, mal scritti o mal interpretati, in letteratura, nel cinema, a teatro o in tivù.  Non a caso le pagine manzoniane sono proposte da Itaca in una collana introdotta dalle parole di Papa Francesco: “Abbiamo bisogno di una narrazione umana,  che ci parli di noi e del bello che ci abita. Storie che riportino alla luce la verità di quel che siamo”. 

Una descrizione autentica di queste pagine. Ma chi era, chi è stato questo misterioso Innominato, talmente misterioso da non avere neppure un nome proprio, unico fra la folla delle creazioni manzoniane? Sono state fatte moltissime ipotesi, sono stati tentati molti accostamenti storici o metastorici, però una delle rivelazioni più suggestive è forse quella lanciata, più di dieci anni fa, dall’italianista Ezio Raimondi. “L'Innominato sono io”, avrebbe potuto dire lo scrittore, a parafrasi della famosa citazione di Flaubert. E l’idea è stata lanciata da Raimondi nel corso delle Giornate dell’Osservanza organizzate a Bologna nel 2010 per commemorare  e “studiare” la conversione dell’autore dei Promessi sposi avvenuta nel 1810.  

Lo studioso aveva spiegato che Manzoni introduce nel romanzo  due conversioni: quelle di fra Cristoforo e dell’Innominato. Un elemento singolare nello scrittore, aveva spiegato Raimondi, che “ha portato la sua interiorità quasi a trasfigurarsi nei due personaggi. Ma non solo: due personaggi coinvolti in conversioni entrambe dal dirompente effetto pubblico”. 

Un metodo di “trasfigurazione” in cui si fondono invenzione e situazione personale, confermato da tante pagine della sua opera. Tra tutte, aveva sottolineato ancora Raimondi, “la notte dell’Innominato che non era presente nella precedente edizione di Fermo e Lucia. Forse la pagina più shakespeariana di tutta la sua opera. Qui sono rilanciate sensazioni forti che Manzoni non può non aver mutuato dai suoi ricordi”. 

 

Alessandro Manzoni, L’Innominato. La notte l’alba l’abbraccio, Itaca Edizioni, pp.136, euro 10

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